Aggiornamento da Firenze parte3 – FINALE

Riapro gli occhi, in realtà ci metto diverso tempo a riabituarmi alla forte luce soprattutto perchè il sole si è abbassato e i suoi raggi ci investono in pieno mentre sobbalziamo nel retro del camion. Con attenzione mi alzo in piedi, per poter guardare oltre la cabina guida. Nel farlo mi rendo conto che la strada è molto migliorata, forse troppo. Mi guardo intorno e non riconosco il paesaggio. Più che altro non ricordavo che la strada fatta da noi, in auto, il giorno prima fosse così in salita e così in quota. Vicino a noi noto un ripetitore per cellulari, piuttosto grande, che di certo avrei notato e ci fossimo passati accanto il giorno prima. Penso anche che se siamo così vicini all’antenna, significa che siamo in alto, quasi incima alle alte montagne che circondano la vallata. Aspetto qualche minuto, comunicando ad Andreas che secondo me ci eravamo persi. Il camion giunge all’apice della montagna, si inclina e comincia a scendere mentre davanti a noi si stende tutta la valle, estesissima e priva di punti di riferimento chiari. Riconosco il lago alla nostra sinistra, solo che è molto più vicino di quello che dovrebbe essere, ma non vedo niente che possa somigliare a delle costruzioni. Il vuoto più totale. In quel momento il camionista si ferma, e ci viene a chiedere qualcosa. Io gli faccio vedere di nuovo la mappa rozza che avevamo disegnato, dove si vede una casa allungata e una freccia che indica la direzione della capitale. Lui annuisce e riparte. Io cerco di mantenere la calma mentre, ancora stordito, cerco di trovare riferimenti nella valle sottostante. Vedo chiaramente in lontananza i muri di polvere sollevati dai veicoli alla mia destra, ovvero dove supponevo fossimo passati noi il giorno prima. Col dubbio di aver già passato il nostro punto di riferimento, e con la paura del buio che lentamente stava guadagnando terreno, cerco di fronte a noi, nella direzione che il camion stava seguendo, qualsiasi cosa che assomigli a delle case, a degli edifici. Noto quà e là, in lontananza puntini bianchi, solo per scorpire in seguito essere delle ger.

Il camion prosegue, noi appollaiati sulla cabina di guida, in piedi sui sacchi di farina, in agitazione, in cerca di qualcosa che assomigli a un edificio, mentre la discesa finisce e torniamo in piano. A questo punto è difficile guardare lontano, ma riconosciamo il paesaggio brullo intorno a noi. Le ombre si fanno più lunghe, il sole inizia a sparire dietro le montagne, capiamo che ci siamo persi davvero, senza niente con noi, con solo una maglietta a maniche corte, già troppo leggera, e senza cibo. Il freddo iniziava a farsi sentire sul serio, il sole non era più in grado di scaldarci. Fermiamo il camionista, stavolta gli diamo il numero di telefono dell’altro camionista, quello del TIR. Lui sapeva dove era la macchina, gli avrebbe dato delle indicazioni. La telefonata è breve, durante la quale il figlio piccolo esce dalla cabina e va a fare pipì. Il nostro camionista chiude la telefonata e annuisce.

Ci calmiamo poco, con i mongoli è facile capirsi male a gesti, difficilissimo intendersi con i segni convenzionali che fino alla Mongolia hanno funzionato. I minuti passano, maciniamo tanto terreno, sempre meno luce e sempre più freddo. Ad un certo punto, come un marinaio di Cristoforo Colombo, grido ad Andreas che vedo delle costruzioni! In verità sembrano molte di più, di colore diverso, e più grandi di quelle che ricordavo, ma almeno era qualcosa. Da lì, avremmo potuto chiedere ad altri. Intravedo un veicolo blu, lo dico ad Andreas che non riesce a crederci.

E’ risaputo che Andreas senza occhiali è cieco come una talpa.

Ora ha fatto l’operazione.

Agli occhi.

Metro dopo metro, riesco a riconoscere il portapacchi di metallo, è la nostra macchina gli grido, lui ancora non la vede, o non la riconosce, finchè non ci siamo proprio davanti. La nostra macchina, in una posizione talmente diversa da come ricordavamo di averla parcheggiata, era lì, tutta contornata di curiosi locali che le bazzicavano intorno.

Festeggiamo, sia perchè effettivamente eravamo felici di aver ritrovato l’auto, sia per scacciare un pò di freddo. Il sole in quel momento stava tramontando, qualche minuto più tardi e non avremmo potuto vedere la macchina neanche standogli davanti. La luce è comunque abbastanza per controllare che l’auto non avesse subito ulteriori danni, nè furti per fortuna. Tanto era diverso questo posto da come lo ricordavamo, che ho persino controllato i segni delle gomme sulla sabbia, escudendo l’opzione che fosse stata trascinata da qualcuno. In macchina prendiamo qualcosa di caldo da metterci addosso.

Il camionista, che per il passaggio non ha voluto nulla, si è offerto di tirarci fino a Khovd in giorno seguente, ma a un costo decisamente troppo alto. Lo seguiamo comunque dentro a uno degli edifici. All’interno una singola lampada sull’architrave della porta illumina due ambienti: cucina e sala. Il camionista e la sua famiglia si mostrano molto amichevoli, riusciamo a comunicare grazie a un pezzo di carta e un pò di cinese di Andreas. Nel frattempo ci facciamo ordinare qualcosa da mangiare. La signora di questa locanda, in cucina, inizia a preparare una bella padellona per terra e a tagliare le verdure e la carne “moscata” che fino a quel momento stava per terra. E patate. Passa molto tempo prima che alla famiglia del camionista venga servito questo piatto di pasta con verdure e carne, dall’odore e l’aspetto davvero invitante, ma non avevamo capito che sarebbe passato ancora più tempo per avere le nostre 2 scodelle: sembra infatti che l’usanza sia preparare un ordine per volta, anche se è lo stesso piatto. La signora, dopo aver servito ai primi clienti, per preparare lo stesso piatto pulisce la padella e ricomincia da capo l’intero processo. Come se, per ordinare un pezzo di pane al forno sotto casa, si deve aspettare che il fornaio pianti i semi, faccia il raccolto, macini il grano.. e ogni volta così per ogni cliente.

Quando l’allegra famigliola del camionista se ne va bella sazia, noi ancora non avevamo toccato cibo. Anzi, ce lo siamo visti mangiare davanti, senza avere la prontezza di riflessi di mangiarci i loro avanzi, anche per paura che la donna in cucina se la prendesse a male. Si sa, l’etichetta in Mongolia è di un certo livello, e non volevamo passar male.

Passerà altro tempo, non so quanto, durante il quale avevamo anche il dubbio che nessuno ci stesse cucinando niente, prima di vederci davanti il nostro piatto. Una bella ciotola piena di pasta alla mongola. Un piatto caldo, l’aver ritrovato la macchina e aver trovato anche un posto dove dormire (nelle panche vicino ai tavoli) ci aveva dato tutto ciò di cui avevamo bisogno. Ci si accontenta di poco quando si è messi male.

Mentre mangiavamo arriva alla locanda anche il camionista del tir, che ci saluta felice di averci rivisto. Resterà poco oltre, per ripartire di notte verso chissà dove. Finito di mangiare prendo in macchina sacchi a pelo e materassini, e mi sistemo come capita su una panca, mentre sotto di noi ogni tanto faceva capolino un topolino.

La notte era fredda, ma per qualche ora è stato possibile riposarsi. In mezzo alla notte la locanda è assediata da una decina di giovani, camionisti, motociclisti di passaggio, che si fermano a mangiare, a bere (soprattutto a bere) e più che altro a fare un gran casino a pochi centimetri da dove cercavo di riposare, senza farsi troppi problemi a spingere per avere più spazio. In pratica eravamo finiti a dormire al baretto più in voga tra i giovani giusti di Khovd.  Andreas riusciva a dormire non si sa come, io cercavo di trovare una pace che completamente mancava. E’ stato surreale. Un ambiente così piccolo può davvero contenere tutto quel rumore senza scoppiare? Una confusione così grande negli orecchi, mentre nella mia testa si affollavano mille domande e dubbi sul cosa fare domani. Come arriveremo in città? Che faremo con la macchina? Quanto costerà ripararla, e quanto tempo servirà? E se riusciamo a ripartire, arriveremo a Ulan Bator prima della scandenza del visto? Passano intere ore, la folla si dipana, e mi addormento.

Mi sveglio all’alba, il sole torna a illuminare la valle e a scaldare debolmente il suolo congelato dalla notte. Esco. L’auto sembra ancora più danneggiata, come stanca, coperta di polvere e umidità.

Faccio un giro intorno alle case, in cerca di qualche rottame di auto, o di qualche cosa di curioso. In lontananza vedo un ragazzo con una gomma in mano, mi si avvicina. E’ un motociclista, vuole riparare la camera d’aria, gli occorre un attrezzo. Cerco di capire cosa voglia, gli chiedo a gesti, mimando l’uso, se voleva un cacciavite o delle pinze. Lui annuisce e mi dice si. E’ così che fanno i mongoli. Per quanto uno si sforzi a mimare con le mani, col corpo, con i suoi dei concetti, degli strumenti, loro si limitano ad annuire e sorridere senza averci capito nulla. Lascio al ragazzo tutti gli attrezzi che immagino possano fargli comodo e cerco di fare il punto della situazione con Andreas.

Il piano era trovare un veicolo, non troppo grosso, che ci portasse fino in città. Erano le 6:00 del mattino, e il traffico era inesistente. Il motociclista sparisce, lasciandomi gli attrezzi di fianco alla macchina. Un altra caratteristica strana di questo popolo, oltre ad essere l’unico a non rimanere sorpreso dalla presenza di stranieri o di un auto strana: se ne stanno lì, indifferenti. E, nel dubbio, anche vagamente ostili. Naturale.

Per una coincidenza finalmente fortunata passa proprio da lì un vecchio UAZ, un furgoncino russo che trasportava passeggeri. Accetta a un prezzo modico (30$) di tirarci fino a Khovd. Andreas sale con i passeggeri, stando ben in vista sul sedile posteriorie a controllarmi, io guido la macchina, meglio mi metto al volante. Essere tirati da un UAZ era molto meno complicato, nonostante la strada fatta di saliscendi continui fosse più impegnativa e dissestata. Ogni tanto si rompeva la cinghia di traino, o quello che ne restava, ma meno spesso di quanto non accadesse col TIR. Faccio di nuovo il controllo del motore, cambio e freni funzionano alla grande. Penso che l’auto alla fine non è morta, è ancora riparabile, e senza bisogno di niente di speciale. Serviva un radiatore e una cinghia. Il resto era a posto. Tutto sembra andare per il meglio, in poco tempo ci troviamo di fronte alla salita che arriva al portale di Khovd, che ci osserva, bianco, in alto.

Lo UAZ davanti a me si ferma, proprio prima della salita.

Vedo i passeggeri scendere, strano, penso, una sosta così vicini alla città. Forse ha paura di non farcela a tirarci su per la salita. Andreas invece mi fa capire che gli si era rotto qualcosa. Capisco che doveva essere l’alternatore.

Che fortuna! Altro tempo perso! I passeggeri salgono su un pulmino chiamato lì per lì, e si allontana velocemente, senza darci la possibilità di avere un aiuto da loro. Il guidatore si incammina verso la città a cercare il ricambio, suo figlio resta a fare la guardia allo UAZ immobile e alla nostra Seicento malridotta. Tutto questo così vicino alla città che, se non era per la montagna davanti a noi, l’avremmo potuta vedere e toccare, e spingere la macchina a mano.

Inizia un attesa infinita, durata qualche ora, abbastanza da ridurci i nervi a pezzi. Io, dopo aver sperato di nuovo di poter ripartire, per l’ennesima volta, mi trovo a dover ammettere la sconfitta. Il deserto aveva vinto, ancora una volta, una maledizione che proprio non ci voleva vedere vincitori. Documenti alla mano ci rendiamo conto che il tempo è contro di noi, e troppe cose da fare. Per fare i restanti 800km ci servivano almeno 2-3 giorni, senza contare il tempo per aggiustare la macchina e trovare i pezzi.

E noi avevamo 3 giorni precisi, ma bloccati da un alternatore rotto di un UAZ vecchio di 50 anni a pochi chilometri dalla città che aveva le risposte e le risorse.

Proviamo anche a chiedere un passaggio ad altre auto, senza successo. Chiediamo anche alla polizia, che ci prende in giro sghignazzando, e ci chiedono 100$.

Alla fine, stremati dall’attesa, torna il camionista con un alternatore “nuovo”. I due smontano letteralmente lo UAZ davanti a noi, e dopo poco, siamo in grado di ripartire. Arriviamo in cima alla montagna, un altra volta, e sganciamo la macchina per evitare il rischio di tamponare nella lunga discesa, che dritta e ripida arrivava fino in città. Stavolta ignoriamo sia il portale che il mucchietto di pietre benauguranti. Anzi se avessi potuto lo avrei distrutto con le mie mani.

Per fortuna potevo contare sul cambio funzionante, e quindi sui freni (il servofreno per fortuna entra in azione con la marcia inserita, sfruttando l’aspirazione del motore anche se spento), altrimenti non sarei qui a racconare questa storia. Ovviamente, come nei migliori film, proprio mentre stavo scendendo a velocità contenuta ma comunque sostenuta, delle mucche decidono di attraversare davanti a me, costringendomi a rallentare parecchio e fare slalom tra di loro.

Arrivati in fondo alla strada, al posto di blocco della polizia, paghiamo un altra volta il tiket di ingresso. I ragazzi del furgoncino sono così gentili da tirarci fino al garage rosa, poco più avanti, dove li salutiamo. Ritroviamo la Clio nera abbandonata degli amici scozzesi, e la coppia degli anziani. All’interno della casa siamo felici di vedere che la nostra antenna cinese funziona alla grande trasmettendo un qualche notiziario in un bianco e nero sfuocato. Chiamiamo Yanja, che poco dopo ci raggiunge insieme ai simpaticoni del giorno prima. Le comunico che avremmo lasciato l’auto, e compilo col suo aiuto il modulo “drop off” del Mongol Rally. Intorno a me, mentre svuotiamo l’auto di tutto ciò che ci eravamo portati dietro, i ragazzi locali sembravano festosi all’idea di avere un altra auto da spolpare.

In molti quest’anno si sono lamentati della cattiva conduzione degli addetti locali del Mongol Rally, l’organizzazione (non ineccepibile) sta indagando in questi giorni. Ho compilato con attenzione maniacale e precisione l’inventario delle cose lasciate nell’auto, dei numerosi ricambi e delle condizioni della stessa. Così che se qualcosa mancherà all’appello sarà evidente agli organizzatori. Abbiamo liberato l’auto delle nostre cose, lì, davanti a quel garage, da soli, a 1000km dall’arrivo, mentre giovani ragazzi locali letteralmente festeggiavano a pochi metri da noi ballando sulle note dello stereo di una loro auto malridotta e pacchianamente rattoppata. Quando qualcuno di loro sembrava troppo curioso, lo respingevo via duramente. Vedevo nei loro occhi non una semplice curiosità, ma un intenzione di intascarsi qualcosa.

E’ stato surreale. Faceva un gran caldo, non so quanto ci abbiamo messo a fare tutto il lavoro, Vedere la macchina vuota, come la sera prima della partenza, mi ha davvero colpito duramente. Il ragazzo del garage apre il portone, c’è un piccolo posto accanto a una Punto degli inglesi del team “Single and ready to mongol” (con l’iniezione bloccata) e il Suzuki Carry degli australiani del team “Khangaroos” (con tutte le sospensioni distrutte e gli attacchi del motore sbriciolati). Decidiamo di spingere da soli la macchina, rifiutando l’aiuto dei ragazzi, sulla rampa fino a dentro il garage. Come ultimo gesto spolvero il cruscotto, e dispongo ordinatamente le copie delle targhe e i documenti dell’auto, avendo cura come da regolamento di tenere tutte le chiavi e il libretto, che va consegnato a Ulan Bator all’organizzazione. Questo nonostante le richieste molto pressanti del responsabile di lasciarli una copia di chiavi “per sicurezza” dice lui. Lasciamo anche un serbatoio pieno di benzina “buona”.

In tutta questa scena, l’unica persona rimasta vicina a noi è stata Yanya, della Ger Guesthouse all’entrata della città, e suo marito. Ci riportano alla tenda su un Opel Corsa color oro che avevano riparato dopo averla acquistata (non marciante) da un Mongol Rally di qualche anno prima. Per la prima volta dalla partenza siamo in una macchina che non stiamo guidando. Almeno questa auto in cui siamo seduti è la prova tangibile che anche la nostra, in qualche modo, tornerà utile a qualcuno. Yanya si dimostra molto ospitale, e ci accoglie nella sua tenda. Andreas cucinerà con lei spaghetti al sugo (le abbiamo lasciato tutte le scorte di cibo non trasportabili), e riprendiamo un pò le forze.

Decidiamo di stringere i tempi per trovare un modo di partire: scartando l’ipotesi dell’aereo (troppo costoso), Yanya ci consiglia di prendere un pullman. Ci accompagna in banca per prelevare, e lei stessa ci prenota i biglietti per la notte stessa: se li avessimo chiesti noi, lei ci ha detto, il prezzo sarebbe raddoppiato. Quel giorno era un martedì, il pullman doveva partire verso le 21:00. Nelle circa 3 ore che ci avanzavano, abbiamo potuto chiamare a casa e, in generale, riprenderci un attimo dopo un lungo e massacrante periodo di stress. Verso 10 alle 9 torna il marito di Yanya, ed entrambi ci accompagnano in auto verso la fermata del pullman. Non riusciamo a capire perchè, ma i due cominciano a sembrare agitati quando scopriamo che alla fermata non c’era nessuno. Inizia allora un giro piuttosto frenetico in questa auto, sulle strade dissestate di Khovd, alla ricerca del pullman o del suo proprietario. Dopo un paio di tentativi a vuoto, una telefonata chiarisce la questione: il pullman è ancora alla tenda dell’autista, e dobbiamo andare lì. Saranno state le undici quando vediamo nel buio il grosso pullman russo anni 70, e veniamo accolti in una grande ger con diversi passeggeri in attesa che l’autista fosse pronto a partire. Il motivo del ritardo, ce lo ha spiegato Yanya prima di salutarci, è che di martedì partire porta sfortuna, e quindi avremmo aspettato mezzanotte, così che non fosse più martedì. Stralunati da questa decisione, senza sapere bene se farsi due risate o disperarsi, ancora la maledizione della Mongolia sembra abbattersi su di noi, proprio ci impedisce di proseguire. Sistemiamo i bagagli sul pullman, in quel momento ancora semi vuoto. Salutiamo con un pò di commozione Yanya e il marito, davvero mi piacerebbe poterli incontrare ancora prima o poi. Entrati nella tenda ci sediamo su una panca, accanto a un anziano signore, capiamo che è un monaco, vestito in abito tradizionale. Mentre cerco di addormentarci, ecco che questo strano personaggio tenta di parlare con noi, dimostrando di sapere qualche parola di francese, inglese e italiano, ma senza conoscerne l’esatto significato. Abbiamo quindi cercato di parlare per tutto il tempo rimanente, intuendo che lui viene da un villaggio della parte nord est della Mongolia, e che arrotonda facendo da guida a turisti. Aveva solo 20$, e non abbiamo capito se doveva andare in Kazakistan o se era appena tornato. Ci mostra il passaporto mongolo (bellissimo), ma dai timbri non si capisce molto. Ad un certo punto, come un prestigiatore, estrae da sotto la tunica, una grossa macchina fotografica, una reflex elettronica a rotolino. Me la mostra, il display indica che manca il rotolino. Questo ovviamente non lo ha fermato dall’usarla e fare qualche fotografia. Dopo aver cercato di spiegarli il problema, stanco e confuso, decido di arrendermi e sto al gioco. Dopo un pò tutti e tre cerchiamo di dormire qualche minuto, quando uno dei figli dell’autista, che dormivano a pochi metri da noi, inizia a piangere molto forte. E assistiamo ai tentativi della madre di calmarlo, di capire cosa abbia. Vedo che le mamme sono tutte uguali, affetto e calore, e il bambino si calma, prima di cadere di nuovo nel dolore di strizzoni allo stomaco. Arriva anche una guardia medica, che lì per lì non fa nulla, e sarà richiamata qualche minuto dopo che il bambino stava peggio. Un altra situazione surreale, vivere questo momento così intimo, domestico, in questa ger ben arredata, con un grande televisore con ancora attaccati gli adesivi e le plastiche dell’imballaggio, quasi che debba essere restituito al negozio (che probabilmente è a centinaia di km da lì). Come stiamo riuscendo a prendere sonno, ecco che tutti si muovono verso il pullman. Non che nessuno abbia chiamato nessuno, come in automatico tutti escono ed iniziano a salire secondo l’usanza mongola: il più grosso spinge e passa sopra a tutti, mentre il più piccolo si infila nei pertugi più improbabili per passare davanti a tutti. I bambini e le donne sono anche peggio, perchè non te lo aspetti. In questa bolgia ce la caviamo con calma, avendo i posti “prenotati” proprio sul passaruota destro. Notiamo che il pullman è stipato fino all’inverosimile, tutti i sedili occupati e qualcuno seduto anche nel corridoio, appoggiato comodamente sui sacchi di patate e angurie disposte con ordine esatto sul pavimento. Il tetto diventa bagagliaio, con le pesanti valigie appese con delle corde ai maniglioni. Il gavone del pullman, è stipato con sacchi di patate e angurie sistemate lì sotto con lo stesso amore e cura di quelle lasciate nel corridoio e puntualmente pesticciati da tutti. Il monaco, soprannominato “il papa” è nella fila accanto alla nostra, e continuiamo a far finta di capirci col dubbio se ridere o continuare a fingere per non offenderlo. Ma sembra non farci caso. Si addormenta dopo un pò, e in qualche modo anche noi finiamo con l’addormentarci nella nostra prima notte sul pullman. 1000km in 48 ore, questo è il piano. Se riusciamo, dovremmo arrivare a Ulan Bator esattamente un giorno prima dell’ultima festa di arrivo e della scadenza del visto. Nel frattempo le batterie di telecamera, macchina fotografica e cellulare sono ai valori minimi, ma riesco a contattare casa deciso a prendere il primo aereo per l’Italia senza dover rinnovare il visto. Andreas invece, per raggiungere a Pechino la sua ragazza Yu, decide che avrebbe rinnovato il visto e sarebbe stato a Ulan Bator qualche giorno in più.
Ci svegliamo alle prime luci dell’alba. Non so come siamo riusciti a dormire con gli scossoni e le buche, il pullman va come un dannato, affrontando il deserto senza paura non curandosi minimamente di essere stracarico e di avere persone dietro. La cosa non mi infastidisce molto, credo che i tempi saranno rispettati e che se avessimo dovuto aspettare di riparare l’auto, e poi partire, ci avremmo impiegato molto più tempo, considerando che a quel punto saremmo stati soli e con l’auto rattoppata.. un altro guasto e sarebbero stati guai seri. Il pullman si ferma ogni tanto, 3 o 4 volte a giorno per fare il cambio autista (quando non guida sta dormendo su un letto improvvisato di fianco al sedile) oppure per riparare qualcosa. Durante il giorno l’autista è costretto a volgere il muso del pullman controvento e dare potenti sgassate per attivare la ventola e raffreddare l’acqua del motore. Questo circa ogni due ore. Almeno una volta al giorno invece si ferma presso un fiumiciattolo per riempire un pò di bottiglie d’acqua fangosa da mettere direttamente nel radiatore che perde copiosamente. Tanti veicoli da queste parti sono sempre sul filo del rasoio, in bilico tra il fermarsi e il proseguire. Questo labile equilibrio è mantenuto dal continuo rattoppare qui e là dal proprietario, che non appare mai sorpreso quando qualche altra cosa si aggiunge alle altre già rotte per l’usura oltre ogni previsione del veicolo.

Dormiamo, quando possiamo, in delle condizioni di scomodità rare, col frastuono del pullman, le violente buche, e una canzoncina mongola che si sente in sottofondo dal mangiacassette della cabina, amplificata dai passeggeri che allegramente ma piano canticchiano il ritornello. Dalle tende giallastre ogni tanto mi affaccio a guardare il niente che mi circonda, e che mi scorre davanti. Il pullman procede sicuro su nessuna strada precisa, ma su uno dei tanti tracciati paralleli presenti nelle valli della Mongolia. Tanta sabbia. Senza preavviso sbucano dalla polvere i pali bianchi e rossi che avevamo visto anche noi, per puro caso, giorni prima. Incrociamo qualche altro veicolo del Mongol Rally, spesso inerpicati o incastrati in una di quelle centinaia di strade parallele.. noi del Rally evidentemente abbiamo una certa propensione a cacciarci nei guai, mentre l’esperto autista conosce i trucchetti e le scorciatoie del deserto.

Passiamo fattorie che non hanno campi, allevamenti di cammelli senza erba, camion stracarichi oltre ogni decenza. Alcuni sul tetto del carico, adagiate senza troppa cura sulle altre merci, trasportano auto giapponesi di seconda mano, legate in qualche modo al pianale del camion a 8 metri d’altezza. Sotto, un telo malnasconde la varietà di merci che vengono trasportate dalla capitale verso Ovest. Isolate quà e là delle tende, preannunciate da un gregge di capre o cammelli in lontananza, con i caratteristici pastori in sella alle loro moto rattoppate, o a cavallo.

Il mio ricordo di queste ore in pullman è solo un insieme di flash, di immagini acquisite dai miei occhi quando li tenevo aperti. Ho cercato di dormire quando potevo, e quando non ci riuscivo facevo finta. Andreas intanto alternava fasi di sonno oltremodo profondo, sbatacchiando la testa di qua e di la in perfetta simbiosi con l’andare incerto del pullman, ad altre fasi di veglia contraddistinte da una fame cieca e nera che lo portava, persino in quelle situazioni incerte, a spalmarsi il pane di marmellata, di cui aveva acquistato un secchiello, per non restare senza. Sono giunto più volte alla conclusione che, se l’avesse finita, si sarebbe sentito perso.

Nei momenti più difficili della nostra avventura Andreas mangiava. E’ fatto così.

Alla fine del secondo giorno iniziamo ad essere un pò nervosi. Era difficile infatti capire quanto mancasse a Ulan Bator, i nostri tentativi di chiedere agli altri passeggeri si traducevano in non meglio comprensibili segni con le dita. Tuttora non capisco se si riferivano alle ore, ai giorni, ai kilometri che mancavano, oppure che avevamo fatto, se era un indovinello, se davvero non lo sapevano neanche loro ma ci rispondevano per rara cortesia.

Tra i passeggeri, oltre a “papa”, c’era anche il sosia di Antonello Venditti, soprannominato appunto “antonello”, con gli stessi occhiali e un cappello tipo coppola; poi c’era il fratello orientale di Kenau Reeves, detto “matrix” per gli occchiali da sole uguali a quelli del film; poi c’era “cicciaomba”, proprio dietro a noi, che dopo e durante i pasti ci allietava tutti con delicati suoni della sua digestione. I due autisti erano magrissimi, e talmente piccoli da riuscire a dormire rannicchiati nel piccolo spazio accanto al posto guida, praticamente sopra il vano motore. Insomma, eravamo sul pullman delle celebrità.

Mi sveglio durante la notte, e sento che le ruote stavano scorrendo su liscio asfalto. Alzo la testa e riesco a vedere tante, tante luci all’orizzonte. Ulan Bator! Doveva essere per forza quella. Mi addormento ancora, nonostante il freddo che entrava dai finestrini lasciati aperti durante il giorno per fuggire al caldo del deserto. Mi risveglio, come tutti, in seguito a un tonfo sordo proveniente dal davanti del pullman, e sento i passeggeri discutere con l’autista. Poco dopo uno sgradevole odore di bruciato penetra all’interno, seguito da denso e maleodorante fumo bianco. Intuisco che avevamo forato una ruota, e che l’autista non voleva fermarsi. Dal finestrino appare chiaro che eravamo vicini alla città, ma appariva comunque lontana. Tutte le città mongole appaiono lontane, per quanta strada uno riesce a mettersi dietro, sarò sempre meno di quella che ti resta davanti per raggiungerla. Chissà se questa sensazione ce l’avevano anche i primi nomadi, che facevano prima a costruire una città nuova perchè troppo snervante raggiungere ogni volta la successiva. Il pullman si ferma, i due autisti scendono e si decidono a cambiare la ruota. Alcuni passeggeri scendono, io resto al mio posto. Non volevo infrangere quel poco equilibrio di scomodità accettabile che avevo creato. Diciamo che mi ero abituato a stare scomodo. Ripartiamo dopo una lunga sosta, e ancora la città sembra non arrivare mai. Iniziano ad apparire nell’oscurità i primi edifici. Le strade sono illuminate poco e male, e la situazione migliora di poco avvicinandoci al centro. Ci iniziamo a preoccupare sul DOVE ci lascerà il pullman, problema che non ci eravamo posti affatto. Ogni tentativo di farsi dare qualche informazione dagli altri passeggeri si è rivelato inutile, anche perchè in molti si erano riaddormentati. E mentre neanche ce ne rendiamo conto, il pullman si ferma al centro di un parcheggio. Senza che nessuno dica niente, tutti si alzano e iniziano a uscire dal pullman con il solito ordine e la solita calma, senza dimenticare di calpestare il più possibile i bagagli degli altri per vincere l’ambito premio che vince chi esce per primo..

Ha vinto “cicciabomba”.

Antonello secondo.

Terzo la vecchia dal colpo basso che non ti aspetti.

L’unica cosa da fare era aspettare qualche minuto prima di scendere, in effetti siamo gli ultimi. Ci troviamo al buio, in una zona non precisata della città, contornati da una folla di perfetti sconosciuti che si salutano tra loro. Inizialmente restiamo completamente ignorati. I nostri compagni di viaggio degli ultimi 2 giorni, con i quali (seppur a distanza) avevamo condiviso ogni momento, i pasti improvvisate, complici con noi di ogni buca del deserto,  provato le stesse difficoltà, ammirato lo stesso spettacolare e infinito panorama, sporchi della stessa polvere. Eppure nessuno resta un attimo. Non mi aspettavo che ci venissimo a salutare, i nostri sforzi dipolmatici non avevano sortito effetto oltre a qualche cenno del viso, ma forse ci aspettavamo un pò di aiuto a capire dove ci trovassimo.

Invece niente.

Tutti si dileguano lasciandoci alla mercè di 5 o 6 tassiti che cercano (anche prendendoci direttamente le valigie) di indirizzarci al loro mezzo. Avevo letto tante storie sui tassiti di Ulan Bataar: license false, taxi abusivi, furto di bagagli e cose peggiori. La nostra prima reazione è stata la fuga. Anche perchè per quanto ne sapevamo potevamo anche essere accanto all’arrivo, situato vicino al monumento di Gengis Kahn. Di certo la completa oscurità che ci avvolgeva e la totale mancanza di punti di riferimento non ci ha aiutato a capirlo. Le indicazioni di The Adventourists sono adatte a chi arriva in auto, e non a chi viene scodellato chissà dove. Dalla mappa della guida di Lonley Planet capiamo inoltre che l’arrivo si trova vicino alle ambasciate di Francia e Turchia. Da questo capiamo che l’arrivo del Mongol Rally si trova nel “centro” di Ulan Bator. Intorno a noi palazzoni alti da una parte, baracche e tende dall’altra, notiamo l’insegna con quasi tutti i neon rotti di un Hotel.

Sulla guida non appare.

Erano le 4:00 di mattina. In assenza di certezze torniamo verso i tassisti. In molti se ne erano andati, lasciando sono un gruppetto di 3-4. Decidiamo di provare a contrattare con qualcuno di loro, quelli che sembravano meno scalmanati. Andreas riesce tramite il suo utilissimo blocchetto a scrivere una cifra, poi più volte modificata e discussa. Il problema era che era difficile anche stabilire dove dovessimo andare, e a quanti km. Cerchiamo quindi di stabilire una cifra fissa per arrivare al monumento di Gengis Khan, presupponendo che ogni buon abitante di Ulan Bator sappia benissimo come arrivarci. Uno dei tassisti accetta l’offerta a ribasso di Andreas, forse per sfinimento (lo capisco), e ci invia a salire nel suo taxi. All’apparenza un taxi vero, giallo, un auto giapponese mancante di qualche pezzo ma tutto sommato in buono stato. Aveva addirittura il tassametro. Mettiamo le valigie nel portabagagli promettendoci di tenere gli occhi aperti: il furto dei bagagli da parte di un complice direttamente dal portabagagli è cosa comune.

Il tassista finalmente parte. Noi con grandissima tensione non abbiamo idea di dove stia andando. I numeri sul tassametro iniziano a salire (ci eravamo accordati per l’equivalente di 15€ che mi pare corrispondano a circa 20km). La tensione aumenta quando il muto autista imbocca delle stradine secondarie molto strette, come fossero vicoli ciechi che solo alla fine avevano uno sbocco. Ci sentiamo un pò meglio quando imbocca un grandissimo viale, buio pesto anche quello, dal quale cerco riferimenti sulla mappa di Lonley Planet leggendo le insegne luminose dei locali. Non trovo niente. Passa diverso tempo, dopo poco il tassametro supera la cifra pattuita. Ci iniziamo a innervosire sia perchè l’autista non dava segnali rassicuranti, sia perchè dava decisamente l’impressione di essersi completamente perso. Ogni tentativo di comunicazione finiva nell’incomprensione più totale, anche quando il taxi accosta dopo molteplici inversioni e consulta la mia mappa.

E l’autista annuisce.

Annuisce sempre.

Nel frattempo le prime luci stanno illuminando un poco la città. I palazzi ormai sono tutti molto alti, ma non riesco a trovare riferimenti sulla mappa. L’autista si ferma a chiedere indicazioni, annuisce e poi riparte. Così un paio di volte finchè alcuni palazzi diventano differenti e curiosi, trattati decisamente in un modo diverso rispetto agli altri di stampo sovietico. Andreas riesce a intuire dalla scritta in cirillico su uno di questi la parola “accademia”. Trovo sulla mappa l’accademia della musica di Ulan Bator, non lontano da dove siamo diretti. Iniziamo quindi noi a orientarci (e chi ci conosce sa bene quanto raro sia questo), e a dare le indicazioni al tassista. Quando riconosciamo il palazzo dell’ambasciata Francese (solo dalla bandiera) lo facciamo fermare. Il tassametro segna il doppio rispetto a quando avevamo concordato. Erano le 5:00, il tassista si era perso e noi non avevamo intenzione di spendere più del concordato. Per evitare che si innervosisse e scappasse con le nostre valigie (altra storia comune), lascio Andreas a contrattare mentre esco e mia affretto a prendere le nostre cose dal portabagagli e metterle al sicuro sul marciapiede. Andreas discute a gesti animatamente, un vero spettacolo. Alla fine ha la meglio e il tassista riparte con i soldi che avevamo concordato un ora prima. La strada era deserta, silenziosa. L’alba era fredda, ma luminosa. Zaino in spalla prendiamo la direzione che, secondo la mappa, ci porterà all’arrivo del Mongol Rally. Passiamo davanti ai bei palazzi delle ambasciate, con alti recinti e giardino, il Centro Commerciale Nazionale, e poi troviamo la viuzza che porta all’arrivo. Lo vediamo, decorato dai manifesti del Mongol Rally. Siamo euforici perchè stanchi, ma nessuno dei due in cuor suo si sarebbe mai immaginato di giungere all’arrivo.. a piedi. I pensieri, come molte volte anche oggi mi capita, volano alla nostra auto, lasciata in quel garage, a Khovd, circa 800km più indietro. Fuori dall’edificio che ospita l’arrivo il parcheggio del rally è pieno zeppo di auto. Ne riconosco qualcuna, sono felice di vedere il Suzuki Wagon degli Skullywags, riconosciamo la Polo nera degli Adventurists (quella che abbiamo tamponato, ma sembra stare bene). Da lontano vedo la Panda rossa di Paolo Pajola: aveva il motore acceso e c’era qualcuno dentro. Mi avvicino salutando solo per scoprire che era stata scelta da due guardie del parcheggio come rifugio dal freddo..

Con una grande emozione oltrepassiamo al palco dell’arrivo ed entriamo nel palazzo, trovandoci davanti al tabellone degli arrivi. Scrivo il nostro nome in fondo alla lista, specificando “RIP in Khovd” per indicare come altri sfortunati avevano fatto, dove era rimasta la nostra auto. Con grande felicità (ed una punta di amarezza) vedo che tutti i nostri amici erano arrivati sani e salvi. Vedo anche diversi team che conoscevo con la scritta RIP, ma scopriremo qualche ora più tardi che il Mongol rally 2012 è stato quello con la maggior percentuale in assoluto di auto arrivate a destinazione. Ci si sente sempre strani a far parte della minoranza di una percentuale. L’umore non era dei migliori, eravamo contenti di essere arrivati in qualche modo, ma avremmo sicuramente avuto più voglia di festeggiare se fossimo arrivati con la nostra macchina.. di certo era una possibilità presa in considerazione, ma mai realmente sul serio.

Una porta in fondo al corridoio indicava “hotel”. Entriamo in quella che sembrava la reception, dove due donne e una bambina stavano dormendo accasciate sulle sedie da ufficio. Un pò titubanti ne svegliamo una chiedendo una stanza, ma ci fa capire con qualche parola in inglese che era tutto pieno. Ci scusiamo e torniamo in corridoio. Avevamo però adocchiato il boiler in fondo alla stanza, e torniamo da loro a chiedere dell’acqua calda per cucinarci l’ultima razione di spaghetti istantanei. Quella brodaglia calda, con le verdure liofilizzate e aromi artificiali è stata una delle cose più buone che abbia mai mangiato. Nei momenti peggiori, quando faceva freddo, erano queste zuppette pronte a migliorarci l’umore. Così passa qualche altro minuto. Quando si è stati svegli tutta la notte o è da giorni che non si riposa, ma sono le 6:00 di mattina, non si sa mai se è meglio provare a dormire (pur sapendo che sarà per poco) oppure sforzarsi a stare svegli.

Proprio in quel momento mi vedo uscire dalla porta dell’hotel Fred! Ho ritrovato le energie e gli sono corso incontro. Rivedere lui e sapere che gli altri stavano bene ed erano lì, è stato più importante di qualunque altra cosa in quel momento.

Si può dire che, dopo la zuppa, siano stata la miglior cosa del viaggio.

No, via, forse più della zuppa.

Fred ci accompagna a fare colazione in un bar provvisto di internet. Cappuccino e internet ci riportano alla civiltà. Poche ore prima eravamo trogloditi, inermi nel deserto, dove fare un chilometro significava lottare per ogni centimetro, deboli e stanchi. In quel bar in un attimo mi sono connesso alla rete mondiale e ho potuto mandare un messaggio rassicurante ai miei cari.

Migliaia di chilomentri, strade, civiltà, persone, frontiere, buche, città, bambini… in un secondo.

Un salto così improvviso fa venire la pelle d’oca. In quel momento me ne sono reso conto. Quanto si diventa vulnerabili e inermi quando si è senza tecnologia, persi, quando non potevamo contare più sull’auto, come nudi nel mezzo del più inospitale dei deserti della terra, sconquassati dal freddo e dal vento di notte, massacrati dal caldo e dalla sabbia di giorno, oppure dissanguati dalle zanzare e zuppi di pioggia quando al deserto andava così.

Non eravamo rimasti simpatici al deserto del Gobi. Ma eravamo arrivati. Alla fine, eravamo arrivati in fondo.

A questo pensavo mentre assaggiavo la schiuma del più buon cappuccino del mondo, a Ulan Bator, Mongolia.

Questo articolo è stato pubblicato in Team "we go of nothing" da Samuele Magonio . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Informazioni su Samuele Magonio

Sono uno studente Fiorentino di 24 anni e questa estate guiderò una Fiat Seicento fino in Mongolia per beneficenza: Sono iscritto al Mongol Rally 2012 col team We go of nothing - Si va di nulla . Questo sito è stato realizzato per tenere traccia dei progressi nella preparazione al rally e tenere gli aggiornamenti dopo la partenza.

One thought on “Aggiornamento da Firenze parte3 – FINALE

  1. Bellissimo Samu, sono contenta che tu abbia scritto questo diario di viaggio, con tanti dettagli e particolari che in certe parti sembrava di essere lì con voi! Che avventura!!!

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