Aggiornamento da Firenze parte2

La mattina seguente sono svegliato da Michael, che bussando sul finestrino mi fa capire che le guardie erano tornate agli uffici di frontiera e che era necessario liberare l’area della tettoia e tornare nel recinto. Quindi tutti, pigramente, spostiamo le nostre auto e raggiungiamo i pochissimi che avevano passato la notte esposti ai venti e all’acqua che era caduta copiosa. Io, essendo il proprietario dell’auto, devo assicurarmi di portare i documenti da un ufficio a un altro via via che sono stati processate tutte le carte, fino all’ultimo controllo sulle le tasse di importazione. Il governo della Mongolia, in accordo con Adventures For Development (l’associazione che prenderà e venderà le nostre auto), ha stabilito che le tasse di importazione per i veicoli dovevano essere pagate direttamente all’ingresso in frontiera, per evitare che possano essere vendute o abbandonate una volta all’interno dello stato. Questo richiedeva quindi che l’associazione AFD sopracitata mandasse i soldi per le tasse in una banca della capitale mongola, e che poi gli stessi fossero notificati presso la frontiera. Il tutto con circa 7 ore di fuso orario da Londra. Questo procedimento, veniva effettuato, ogni volta da capo, un auto dopo l’altra, ogni volta che si era concluso il controllo degli altri documenti creando lunghissimi tempi di attesa e grossi disagi. Il tutto aggravato dal fatto che gli ufficiali seguivano un ordine tutto loro per processare i veicoli, per cui alcuni team si sono trovati a passare alla frontiera poche ore, altri sono rimasti giorni. Inoltre non si poteva restare ada attendere vicino all’ufficio, anche per avere un idea della propria “posizione” ma eravamo obbligati a restare nel recinto, chiamati pigramente dall’ufficiale volta volta, che poi avrebbe verificato le targhe, il codice motore e numero del telaio venendo personalmente a visionare l’auto. Per fortuna il tempo durante la notte è molto migliorato, non fa caldo ma almeno non piove.

La giornata passa molto lentamente, ogni momento potrebbe essere quello buono per essere chiamati, da un ora a un altra, senza però potersi allontanare per non perdere l’occasione di ripartire. Avendo già processato i nostri passaporti, il nostro visto (di soli 10 giorni grazie all’ennesimo errore dell’agenzia Intelservizi-Euroest di Roma) era già iniziato il giorno prima, mettendoci in un leggero stato d’ansia. Le leggende sull’attesa alla frontiera mongola si sprecano, gli anni precendenti sono successe cose spiacevoli, documenti andati perduti, soldi che non arrivano, computer che si  bloccano e giorni interi persi da teams proprio prima del tratto più impegnativo, i circa 1500km di deserto e steppa mongola interamente sterrata fino a Ulan Bator.

Quella mattina vediamo arrivare i primi camion e auto locali che vanno verso la Russia. Un gruppo di grossi fuoristrada bianchi attira la mia attenzione, riconosco la targa europea bianca e blu. Quando si avvicinano riconosco che sono italiani, li incontro all’interno degli uffici intenti a sbrigare le noiose, lunghe e complicate procedure per lasciare il paese. Mi presento, e parlando scopro che si tratta di un viaggio avventuroso organizzato da un agenzia, avevano spedito via nave i fuoristrada fino a Pechino e poi avevano guidato attraverso il deserto fino a quella frontiera, dopo la quale avrebbero fatto la strada più breve attraverso la Russia per rientrare in Italia. Alcuni di loro conoscevano il Mongol Rally, ma tutti restano colpiti dal numero e dalle tipologie delle nostre auto. Racconto le nostre avventure e disavventure, ma ci dobbiamo salutare perchè, come al solito, le guardie non vogliono tanta gente all’interno degli uffici e siamo costretti a uscire. Più tardi però li vado a cercare di nuovo, perchè mi avevano detto che c’era un meccanico tra loro, che aveva avuto il suo bel da fare tra ruote forate e sospensioni partite (si va di nulla, con i fuoristrada!). Lo trovo e gli chiedo di dare un occhiata alla nostra auto, per quelle bolle d’aria nel serbatoio che non sapevo se spurgare o no, ma non mi sarei azzardato a toccare da solo viste le condizioni precarie dell’auto. Gli mostro la riparazione, ed è lui a spurgare l’impianto dalle bolle d’aria. Avevo ragione quindi, ma non era un problema grave, mi spiega che se è poca aria l’impianto si sarebbe spurgato da solo, ma sempre meglio farlo da noi se necessario. Lo ringrazio tanto e lo saluto. Sarebbero passati tutti a fare qualche fotografia, per ammazzare un pò del lunghissimo tempo che, senza motivo, avrebbero dovuto aspettare prima di uscire dalla Mongolia. Grazie a loro apprendo che l’ultimo tratto (il primo per noi) è il più duro, con diversi punti critici e guadi, poi una volta entrati nel Gobi settentrionale diventa monotono e mediamente difficile. Mi segnalano un grande guado, da fare obbligatoriamente trainati dal trattore, nell’ultimo pezzo di “strada”.

E’ difficile ricostruire come sono andate le cose quel giorno, si passava il tempo un pò come si poteva, non ho molte fotografie perchè in teoria è severamente vietato riprendere o fotografare le dogane e i confini, e c’era sempre qualche guardia in giro. Ma qualunque attività facessimo, non era mai niente che occupasse troppo tempo, qualunque cosa fosse veniva interrotta quando qualcuno veniva finalmente chiamato. Ed eravamo anche tutti pronti a partire, ogni momento poteva essere quello buono. Avevamo paura di non riuscire a restare col nostro convoglio, nonostante lo sfortunato incidente, nè gli Adventourists nè gli Skallywags hanno mai cambiato atteggiamento nei nostri confronti, nè ce lo aspettavamo, sono state persone meravigliose e sempre molto gentili con noi. Abbiamo cercato di fare vita da campeggio, sdrammatizzando come potevamo e cercando di restare civili, lavandoci, cucinando e vivendo con ciò che avevamo. Le cose sono migliorate quando Andreas ha trovato dell’acqua fresca di fonte e sicuramente microbiologicamente pura che ci siamo guardati bene dal bere.

Durante la giornata incontro la mitica Renata Riva, arrivata quel giorno col suo team “2 vagabonds and 1 yak”. Ci siamo inseguiti senza trovarci da Samarcanda, dopo esserci separati all’ingresso in Turkmenistan almeno 2 settimane prima, tempo che sembrava molto più lungo, come un altra vita.

In realtà durante il viaggio ho vissuto moltissimo il momento, l’istante, e non mi era facile ricordare cosa avevamo fatto e dove le settimane prima, come se l’intero Mongol Rally, l’intero viaggio fino a quella frontiera fosse stato un lampo velocissimo, accaduto secoli fa, senza che nessuno ci avesse fatto caso. Non ‘è passato. Non c’è futuro. C’è solo il qui e l’ora, la sbarra chiusa della frontiera e quel cielo immobile eppure in movimento della Mongolia, mai uguale a se stesso. In diversi riescono a entrare ufficialmente in Mongolia quel giorno, anche chi era appena arrivato. Verso le 17:00, nonostante ci avessero garantito che sarebbe uscito un numero maggiore di auto, capiamo che gli uffici avevano smesso di processare i nostri documenti per dare precendenza a dei tir appena arrivati al confine. Classico esempio di impeccabile organizzazione Mongola. C’è un pò di nervosismo, un altro giorno e la frontiera sarebbe restata chiusa per l’intero fine settimana, condannato gli eventuali sfortunati a restare bloccati per giorni in quel recinto. Rassegnati che avremmo passato lì un altra notte montiamo la tenda e mangiamo tutti insieme. Ho però troppo freddo per dormire in tenda, scelgo la comodità del sedile di guida e la coibentazione della nostra auto come giaciglio.

Mi sveglio per il freddo diverse volte durante la notte, il termometro dell’auto segna 2 gradi all’esterno e 7 nell’abitacolo. Apro gli occhi alle prime luci dell’alba, ma non mi alzo, mentre i raggi del sole iniziano (in realtà piuttosto velocemente) a riscaldare l’auto, finchè non è confortevole per darmi un altro paio di ore di sonno. La differenza termica in Mongolia è impressionante. Quando c’eravamo noi, ed erano già iniziate quelle poche e violente pioggie che segnano la fine dell’estate, durante il giorno c’era una temperatura piacevole, calda e secca. La notte invece abbiamo avuto un piccolo assaggio del freddo micidiale che può fare in Mongolia in inverno, con punte di -40°. Non volendo immaginare quel freddo, e poco attrezzato come ero senza giubbotto e con un sacco a pelo estivo, mi alzo a prendermi un pò di raggi solari e raggiungendo qualche amico corrucciato e infreddolito come me. Il morale è diverso, tra tutti sembriamo aver accettato il nostro stato di ostaggi con ironia, e prendiamo un pò in giro (con invidia) chi riesce a uscire, immaginando di poterli raggiungere entro sera.

Intanto si ferma sotto la tettoia un gruppo di Citroen 2cv d’epoca con un furgoncino di assistenza di un gruppetto di svizzeri un pò attempati e molto simpatici che ci raccontano delle loro peripezie. Anche loro sono alla frontiera per uscire dalla Mongolia, ed erano arrivati da Ulan Bator senza troppi problemi. Non riesco a parlarci più di tanto perchè, insipegabilmente, riescono ad uscire in un paio d’ore.

Decido, anche per ammazzare il tempo, di avvantaggiarmi e “uscire” dal cancello nel primo villaggio (entrando quindi in Mongolia) per fare l’assicurazione per l’auto e pagare una tassa che non so a cosa serva (un altra). Al cancello non mi controlla nessuno, dopo pochi passi trovo un gruppetto di case in legno e mattoni cotti al sole e tenuti insieme da un pò di cemento che componevano il villaggetto della frontiera, oltre che alle nomerose tende Ger (alcune con muretto di recinzione) che sorgono quà e là lungo la strada. Trovo la casupolina della compagnia assicuratrice in un casottino che sembrava un deposito per attrezzi da giardinaggio tanto era piccolo. Tre donne, con pochissimo inglese e una calcolatrice, mi vendono la polizza per l’auto a 50$, obbligatoria e uguale per tutti. Mi sarebbe piacuto curiosare un altro pò in giro, non che ci fosse molto, ma era già comunque Mongolia, ma decido di tornare al recinto per evitare di perdere il mio turno. Ho dimenticato di dire che in questa zona, come del resto tutta la Mongolia eccetto il centro delle città non c’è copertura per i cellulari. Il resto del giorno procede senza troppe sorprese fino a che, nel pomerggio, non viene chiamato Thomas, degli Skallywags. Nel giro di un paio d’ore la loro auto lascia i cancelli della frontiera ed entra in Mongolia. Partono dopo averci salutato, promettendo di comunicarci la loro posizione tramite sms. Non potevano aspettare ancora, avevao un aereo da prendere a Ulan Bator 6 giorni dopo e non volevano rischiare di perderlo.

Poco dopo tocca anche a Michael degli Adventurists, e vediamo la loro Polo nera ammaccata allontanarsi verso l’orizzonte. Passa altro tempo e nessuno ci viene a chiamare. Non ero molte auto dopo i miei amici, eppure mi passano avanti molte ore dopo di noi. Viene chiamato Dave e la Renata, arrivati quella stessa mattina. Mi arrabbio, prendo letteralmente la targa (che nell’incidente si era staccata) e mi dirigo verso l’ufficio. Busso con le nocche e attacco la targa sul vetro indicandola con un sorriso molto forzato. L’ufficiale mi guarda incuriosito, e poi chiama un suo collega, che se ne esce fuori tutti trafelato con i miei documenti. Davvero non capisco come, ma 5 minuti dopo mi trovo finalmente davanti allo schermo del pc dell’ufficiale e vedo che sono state pagate le tasse di importazione! Finalmente liberi!

Rimango anche contento di aver visto che la nostra auto è costata solo 500$ di importazione, e dato che nonostante il danno ha un prezzo di vendita molto più alto, la differenza che va in beneficenza sarà comunque consistente. Mi affretto a tornare all’auto, la guardia mi fa cenno di partire subito senza controllare numero di telaio e motore, e facciamo appena in tempo a raggiungere Dave con suo Suzuki Jimny e i 2 vagabonds & 1 yak che stavno uscendo in quel momento. Pochi minuti di attesa alla sbarra, un controllo svogliato e blando dei passaporti ed eravamo in Mongolia, ufficialmente, e con la nostra auto!

La strada, sterrata, percorre una zona pianeggiante completamente deserta affiancata ai lati da alte colline ripide di marrone-verde, mentre lentamente iniziano a cadere delle gocce di pioggia. Il terreno non è ancora fangoso, l’umidità non solleva polvere e procediamo svelti mentre la strada inzia a seguire l’andamento ancora montuoso della zona dei monti Altai, ancora in quota, preparandosi ad abbassarsi verso il deserto del Gobi settentrionale.

Su un alto crinale, dove ci fermiamo a scattare qualche fotografia (aveva smesso di piovere) e da dove si domina l’intera valle, con i raggi del sole che penetrano dalle nuvoe grigie, seguiamo un rito vecchio di secoli attorno a un mucchio di rocce di fianco alla strada: bisogna prendere una roccia e depositarla nel mucchio, poi compiere tre giri in senso orario intorno a questa montagnetta di sassi per avere fortuna ed evitare i pericoli del viaggio. Convinti che avrebbe funzionato, seguiamo tutto il rito e ripartiamo.

Il tempo continua ad essere variabile, mentre le strade peggiorano anche a causa (come spesso durante l’intero viaggio) dei lavori sulle nuove statali, non segnalati, che costringono ada abbanonare il “percorso principale” e deviare su mulattiere rovinate dal passaggio di mezzi pesanti e dalle buche necessarie per il cantiere. Riusciamo ad arrivare alla città di Olgii, dove ci fermiamo a fare un pò di provviste prima di ripartire su quella che sembra la strada principale di uscita dalla città.

Le città, se così si possono definire, sono un agglomerato di edifici disordinati e circondati da tende, con alcuni tratti asfaltati. Ma nè l’entrata nè l’uscita sono marcate da cartelli o da strade chiaramente principali, semplicemente si esce dove si vedono i segni di altre auto seguendo i tralicci dell’alta tensione e la direzione della bussola. Proseguiamo fino a che non fa buio, e ci fermiamo in una valle in mezzo ad una grande steppa. Disponiamo le auto a cerchio, per ripararci dal vento, e cuciniamo un pasto caldo e montiamo le tende.

La mattina successiva scopriamo di essere a pochi km da un accampamento di Ger, le cui capre vengono a pascolare letteralmente addosso a noi..

ripartiamo in direzione di Khovd, il tempo aveva tenuto durante la notte, a metà mattinata però ricomincia a piovere creandoci qualche problema a causa del fango. Non abbiamo ancora abbandonato il tratto dei Monti Altai, quindi è un continuo alternarsi di salite e discese, senza aver mai la certezza di stare seguendo la strada giusta. Ci fermiamo ogni volta che troviamo qualcuno, si vedono più persone a cavallo che in auto..

In prossimità di un ponte crollato icontriamo diversi altri teams, gli svizzeri con la Panda bianca, gli irlandesi con la loro Honda Getz, gli inglesi con la Polo ricoperta di pelo grigio, conoscevamo tutti e siamo contenti di essere con loro al nostro primo guado.. in assoluto il più impegnativo, era abbastanza profondo. Contrariamente a quello che mi ero immaginato non è tanto la profondità dei guadi a creare problemi, quanto più le sponde, spesso molto ripide e decisamente impegnative, bisogna fare molta attenzione a dove mettere le ruote per stare in equilibrio nelle parti più alte per non strusciare il fondo della macchina. A noi è andata sempre bene, devo dire l’auto è stata perfetta anche in questi casi confermando che i lavori fatti sono stati giusti e perfettamente azzeccati. Nell’arco di tutta la mattina facciamo le strade più brutte, alternando tratti (sterrati) relativamente tranquilli ad altri che costringono tutti a fermarsi, scendere a controllare, e ripartire con tanta attenzione muovendosi a passo d’uomo. E guadi. Tanti guadi, ne ho contati almeno 5, in verità nessuno impegnativo come il primo, se non per l’ingresso e l’uscita spesso davvero proibitivi.

Siamo comunque felici di aver trovato altri ragazzi, confermandoci di essere non si sa bene come sulla strada giusta (oppure tutti persi). Ogni tanto però troviamo, davvero in mezzo al niente, dei pali bianchi e rossi che indicano che siamo su una statale.. si va di nulla, ma siamo sulla strada giusta! Continuiamo a guidare mentre il paesaggio lentamente cambia intorno a noi, le montagne si abbassano e le steppe si fanno più larghe. Ci fermiamo a riposare accanto a quella che sembra il luogo di un incidente stradale dove qualcuno ha perso la vita, un volante colorato montato su un palo e dei fiori con una targa illeggibile lo testimoniano.

Siamo sollevati di riuscire a proseguire, mentre ci rendiamo conto del reale pericolo di danneggiare le auto su terreni così insidiosi e consepevoli che un problema minuscolo in questa parte di mondo può diventare un problema enorma, visto anche che dopo ore di guida non si incontra che pochissime persone e molto in lontananza. Finalmente troviamo un tratto pianeggiante che si stende a perdita d’occhio, e ci fermiamo a causa di un rumore metallico che proveniva da dietro. Inizialmente pensavo fosse un bagaglio, una tanica che si era mossa, ma guardando sotto la macchina scopro che l’ammortizzatore sinistro si era staccato lettaralmente strappando il supporto (mai vista una cosa del genere) e che quindi sbatteva sulla marmitta. Non mi resta che rimuoverlo direttamente e farmelo saldare alla prossima città.

Sapevo che non era un danno grave, ma questo mi ha fatto pensare: non c’è motivo che un ammortizzatore strappi via un pezzo della scocca, non avevamo colpito niente duramente, e inzio a pensare che si tratti di una conseguenza dell’incidente.. con la paura che ce ne siano altre, e più gravi, proseguiamo saltellando con solo la molla a fare da sospensione sinistra posteriore. In questa occasione perdiamo i ragazzi incontrati al ponte, ma recuperiamo Dave e il team di Renata che ci avevano aspettato. Piove ancora, le strade sono infangate e l’auto sbanda un poco ad ogni minima deviazione. Il che non è un problema grosso considerando che non ci sono ostacoli per chilometri e chilometri in quel tratto. Rischiamo di perderci un paio di volte, le strade prendono deviazioni senza cartelli, ne scegliamo una a senso seguendo mappa e bussola. Troviamo di fronte a noi, con una casualità che ha dell’incredibile un cartello. Sotto alle scritte in mongolo, oltre alle firme di team del presente e del passato del Mongol Rally, c’è un cartello in cartone di un altro team che indica la via verso un ponte, in alternativa a un profondissimo guado. Ringraziamo chiunque abbia messo il cartello e, dopo qualche chilometro, troviamo il ponte con i segnalini della statale, di cui fino a quel momento non c’era neanche l’ombra. Quindi siamo nella direzione giusta, ancora e senza sapere come! Un camionista nei pressi del ponte ci conferma, sulla mappa, che la direzione è corretta.

La pioggia crea giochi di luce con le montagne intorno a noi, ormai molto lontane, ma le strade lentamente iniziano a migliorare. Secondo il tachimetro dovremmo essere ormai nei pressi della città di Khovd, e ci aspettiamo di trovarcela davanti dopo ogni salita. E ogni volta ci diciamo che sarà la prossima, e via via così. A un certo punto troviamo l’asfalto. Buon segno, ottimo segno. Poi appaiono i pali bianchi e rossi, e poi eccola! Dall’alto di una collina, dopo una discesa, si presenta la città davanti a noi.

E’ più grande di Olgii, ma fatta allo stesso modo, con interi quaritieri di Ger attorno a un centro cittadino di origine chiaramente sovietica. Sulla sommità di quella collina troviamo un enorme mucchio di sassi, e facciamo correndo felici lo stesso rituale che fino a quel momento ci aveva aiutato ad andare avanti. Ormai è tardo pomeriggio, in un intera giornata avevamo fatto circa 250km, ed eravamo esausti. Più che per il viaggio in se, stremati dal freddo, dalla mancanza di tutto e dai giorni di attesa in frontiera. Dopo la lunga discesa troviamo un ponticello con un cartello che indica una guesthouse in una Ger nata col contributo del Mongol Rally del 2009, e decidiamo di fermarci per la notte e chiedere lì di un meccanico per risaldare l’ammortizzatore. Prima di fermarci passiamo a comprare dell’acqua al market locale e vediamo da fuori l’altra possibilità per dormire: il Grand Hotel, con colonne di ispirazione greca e una verniciatura approssimativa..

Alla Ger siamo accolti da Yanya, che parla un ottimo inglese (la prima dopo giorni) e che ci porta nella tenda per gli ospiti, accendendo per noi il generatore. Fuori faceva freddo, e in realtà anche dentro non si scherzava, in Mongolia non accendono le stufe prima dell’inverno, quel freddo per loro è estate. Ci viene offerto del gradito thè caldo, e più tardi una cena a base di una specie di sofficino fritto ripieno di carne. Dormiamo su tappeti morbidi nei nostri sacchi a pelo, una notte meno fredda del solito.

Al mattino una colazione rapida con thè, marmellata e un panino con una foglia di lattuga e ketchup (una meraviglia) e la gentile Yanya mi accompagna dal meccanico di “prima mattina” che in Mongolia inizia verso le 10. Vengo accolto da questo signore in giacca mimetica nella sua officina, un cortile all’aperto strapieno di pezzi di auto meno fortunate: pistoni, alberi, frizioni compongono l’originale arredamento di questo cortile senza nessun ordine, tutto ammassato a caso. Parcheggio l’auto sopra la “fossa” dove il meccanico si infila col suo saldatore attaccato ad una batteria da auto (non ha nè acqua corrente nè luce elettrica). Mentre salda l’ammortizzatore mi dice sorridendo che la mia è un ottima auto, dalla traduzione capisco che apprezza il trattamento anti ruggine della scocca, che a suo dire è bella robusta.

In effetti durante l’intero viaggio in tanti ci offrivano soldi per acquistare l’auto, in qualche caso anche oltre il suo valore. Un gruppo di clienti arriva, sempre senza fretta, anche a loro piace la mia auto, uno di loro prova a mettersi al sedile du guida. Più tardi, col meccanico osservano incuriositi il vano motore mentre stavo pulendo il filtro dell’aria, e nessuno compreso il meccanico si accorge della teiera del Caspian Ferry in bella vista accanto al motore.

E’ stato piacevole quel giorno, 40€ di lavoro ed ero pronto a ripartire molto meno ballonzolante di prima. Torno verso la tenda, saluto Yanya e la sua bellissima famiglia (3 bambini molot vivavi ma educati). Facendo una fotografia, mi rendo conto che uno dei bambini sta indossando una maglia del Milan.. non posso fare altro che dare loro una delle magliette della Fiorentina taglia bambino che ho con me dall’inizio. Il viola sembra piacere molto, la figlia accetta di farsi fotografare con la maglietta che ho regalato loro. Sono stato felice di questi gesti con queste persone, in particolare per Yanya che è stata gentile e disponibile ad aiutarci. Non sapevamo allora che avremmo avuto bisogno di lei moltissimo i giorni seguenti.

Yanya è una delle rappresentanti della città per il Mongol Rally, ha persino acquistato un auto da una delle edizioni del passato: un Opel Corsa dorata che al momento dell’acquisto aveva il motore rotto, e che in un anno di lavoro ha ripreso a funzionare perfettamente, e che dopo 3 anni è ancora la loro auto (di cui vanno molto fieri). Saluto tutti di nuovo e mi dirigo verso il centro, dove mi aspettano Dave, Renata e Andreas. Ripartiamo verso l’uscita, e ci fermiamo a una pompa di benzina. Mi allontano con la macchina fotografica verso un rottame di auto a qualche centinaio di metri davanti a un edificio rosa, una Clio Nera che mi sembrava essere l’auto di nostri amici scozzesi. Sembrava danneggiata, avevano rotto i mozzi di una ruota e probabilmente distrutto le sospensioni posteriori. Era proprio la loro auto, aveva avuto problemi per un portapacchi troppo pesante, e l’avevano lasciata davanti a quel garage, uno dei famigerati “drop off point” del Mongol Rally, dove giacciono le auto che non riescono a proseguire e che vengono riparate e vendute in città. L’Opel Corsa di Yanya veniva da lì. Sorrido e penso che questa auto verrà usata da qualcuno e torno intristito che dei nostri cari amici non erano riusciti ad arrivare in fondo.

Successivamente, ricontattando i Flying Scotsmen, ho appreso che avevano chiamato il carro attrezzi di Khovd semplicemente perchè avevano forato e avevano finito le ruote di scorta. Mentre loro e l’auto venivano trasportati sul carroattrezzi, una buca ha fatto cadere l’auto dal carrello schiantandola col muso a terra. Si sono spezzate e piegate le sospensioni anteriori, rotti i mozzi della ruota sinistra e rotte entrambe le molle posteriori. Tutto questo per aver chiamato il carroattrezzi.

Col serbatoio pieno, e finalmente un bel sole, partiamo da Khovd in tarda mattinata, prevedendo di arrivare in 2 giorni ad Altaii, la prima città effettivamente nel Gobi settentrionale. Una volta arrivati lì, sarebbe stata questione di 2-3 giorni giungere a Ulan Bator, considerando che 200 km dopo Bayangonkor, la terza città, iniziano strade asfaltate fino alla capitale. Davanti a noi quidi ci aspettano gli ultimi 700-800km di strade impegnative prima del traguardo. Con questi pensieri prendo la salita che porta all’enorme mucchio di pietre e alla porta di uscita dalla città, aperta verso la steppa. L’asfalto finisce poco dopo, sotto un enorme portale che introduce al deserto.

Lo sterrato dopo un tratto di saliscendi, migliora nell’immensa pianura di fianco al lago Har Us, che vediamo luccicare alla nostra sinistra da lontano. In questo tratto incontriamo ancora i “the men who stare at camels”, i “Canadian Camardiere”, e gli americani con la Dacia. La strada non è malaccio, ci fermiamo a cercare del cibo in un gruppetto di edifici diroccati in mezzo al niente, unico punto di riferimento in mezzo al niente, e proseguiamo un altra ora.

Ci fermiamo all’ora di pranzo, e dato che sentivo che nonostante il terreno non fosse troppo accidentato, toccavamo sotto col paracoppa, immaginando che fosse piegato, approfitto della sosta e cerco di sistemarlo meglio. Mettendo l’auto sul crik mi scopro che uno dei punti di aggancio del paracoppa, il sinistro dalla parte dell’incidente, si era strappato, ecco perchè era così basso. Mentre tento di piegarlo nella sua posizione iniziale usando il martello come leva, mi accorgo che la coppa dell’olio è letteralmente appoggiata sul paramotore, mentre dovrebbe stare a 1-2 cm più in alto. Non riesco a capire come, e quando ci metto sotto il crick l’intero motore si solleva, come non dovrebbe affatto fare.

Allora smonto il parafango destro e scopro con orrore che la vite del supporto del motore destro si era spezzata, e che il motore andando giù aveva avvicinato la cinghia dell’alternatore al paraurti, ed era romai ridotta a brandelli. Per fortuna avevo il pezzo di ricambio, cerco di organizzare il lavoro al meglio, avevo di rimettere il motore in posizione, cambiare la cinghia e rimettere il paracoppa. Ciò che fino a un ora prima sembrava essere tutto a posto, si era rivelato un autentico disastro. Osservando la vite del supporto si vede un taglio netto, evidentemente causato dall’incidente, e l’altra metà tranciata guidando sulle strade dissestate. Non avevo ovviamente con me una vite per il supporto del motore, ma avevo la cinghia dell’alternatore. Allora mi organizzo per cercare di rimettere il motore in posizione, sollevandolo col crick da sotto, fissarlo con una cinghia da portapacchi robusta a uno dei duomi delle sospensioni anteriori, una parte solida, sostituire la cinghia rotta e cercare quindi di guidare tornando indietro a Khovd, a 80km, e riparare il danno. Non era niente di grave, ma avevo bisogno di una vite per il supporto del motore.

Per queste riparazioni, che rappresentano di gran lunga i lavori più impegnativi che ho mai fatto nelle mie esperienze in garage, sono ancora più in difficoltà costretto a lavorare disteso per terra, con la sabbia e il caldo e senza attrezzi adeguati per lavori così pesanti. Era del resto necessario effettuarli, perchè in quelle condizioni, col motore ceduto, era un problema anche farsi tirare. Inoltre non avevo mai cambiato una cinghia in vita mia. Nel frattempo Renata e Andreas erano andati in avanscoperta al villaggio successivo, dove non c’era meccanico, e confermando l’idea di tornare indietro verso Khovd. Passano le ore, mentre si fermano dei locali con un Land Cruiser che mi danno una vite lunga e un bullone, con la quale tento di far stare su il motore. Più tardi siamo raggiunti da altri teams, tra i ragazzi c’era un meccanico Neo Zelandese che molto gentilmente mi aiuta, e insieme riusciamo a rimettere il motore in posizione e fissarlo con una cinghia. Rimettiamo la cinghia dell’alternatore in posizione quando ormai è sera.

Nella terza foto sono visibili le zanzare che letteralmente ci stavano divorando.

Un intera giornata “persa” per queste conseguenze dell’incidente, solo apparentemente risolte. Guido fino al luogo dove gli altri si erano accampati, mangiamo e dormiamo in tenda. Sono stati tutti molto gentili con noi quel giorno, anche se nessuno, e neanche noi, aveva realmente capito la gravità della situazione. Abbiamo solo cercato di fare l’unica cosa possibile: rattoppare e andare avanti.

Mi rendo conto solo ora che alcuni dei lavori di riparazione effettuati in mezzo al deserto con pochissimi strumenti a disposizione sarebbero stati complicati anche in un officina super accessoriata, fuguriamoci in quella situazione. Resta il fatto che tante energie e capacità fino a quel momento sconosciute vengono fuori nei momenti peggiori. Anche se non sufficienti aiutano a tirare avanti in quelle situazioni, fa sempre bene avere anche solo il sospetto di poter fare qualcosa per risolvere un problema.

L’indomani la nostra auto riesce a fare circa 300 metri prima che la spia della batteria si accenda sul quadro indicando che la cinghia si era rotta di nuovo. Apro il cofano e capisco che la cinghia aveva retto, ma nel frattempo si era staccato (non rotto, solo sfilato) in supporto centrale del motore, sotto l’auto, facendo muovere tutto e causando ancora la rottura della cinghia dell’alternatore, di cui non avevo più ricambi. A quel punto restiamo soli. Gli amici che fino a quel momento ci avevano aspettato avevano bisogno di fare strada per non arrivare tardi all’arrivo, e ci salutiamo. A quel punto mi sento davvero a terra. Una sfortuna dopo l’altra ci aveva portato a danni assoultamente non preventivabili prima della partenza, e ogni tentativo di riparazione, per quanto effettuato col massimo della razionalità e correttezza con i mezzi disponibili aveva provocato ulteriori danni. In quel momento davvero avevo esaurito le energie, spese nell’intero giorno precendente a riparare danni che si erano immediatamente riproposti con rinnovata gravità in quel momento. Siamo fermi in mezzo al niente e da soli.

Per fortuna stavolta è Andreas a prendere in mano la situazione, lanciandosi di corsa verso un autocisterna enorme che gentilmente devia (sarà stata a 3-4km) e si ferma per aiutarci. Andreas con il suo semplice cinese era riuscito a farsi capire, escono 2 camionisti, forse padre e figlio, che senza aver mai visto la nostra auto capiscono subito il problema. All’inizio sono molto scettico, non mi piace l’idea che questi sconosciuti mettano le mani sulla nostra auto, avevo paura che le cose potessero peggiorare. Qualche minuto dopo mi rendo conto delle loro buone intenzioni e buone capacità, iniziano a tirare fuori diversi secchi pieni di viti e bulloni, finchè non ne trovano uno che è perfetto come vite del supporto del nostro motore. Utilizzando degli anelli di metallo sovrapposti creiamo una piastra di sostegno, avendo persa l’originale, e riusciamo a rimettere l’attacco destro. Un paio d’ore dopo, insieme al figlio del camionista, riusciamo a rimettere in posizione anche l’attacco centrale che si era sfilato.

Quindi problema del supporto motore era risolto, restava solo la cinghia dell’alternatore da trovare e montare. E so che queste cinghie sono facilmente reperibili, o comunque adattabili anche senza il pezzo strettamente originale. Non restava che essere tirati fino alla città, senza cinghia dell’alternatore infatti, l’auto funziona ma la batteria si scarica rapidamente consentendo solo pochi km di autonomia. Loro tirano fuori la loro corda, la attaccano al rimorchio pieno di benzina e la connettono alla nostra corda da traino. Non c’erano quindi più di 6 metri tra me, senza freni, clacson e motore e il dietro dell’enorme cisterna. Quando l’enorme TIR inizia a tirare con forti strattoni la nostra povera auto, inizia l’incubo. Già essere tirati in Russia, con l’asfalto, era stata un esperienza tremenda: nel deserto, resi ciechi dal muro di polvere che il camion sollevava, con la strada che in realtà non c’è, piena di sassi, avvallamenti, buche, rocce che sbucano all’improvviso. L’unico modo per vederci qualcosa era sporgersi (dalla parte opposta al vento per evitare la polvere) sperando che in quel mentre non ci fosse qualche letale ostacolo nascosto. Ogni tanto la corda, per i violenti strappi, si rompeva, e diventava sempre più corta ogni volta che veniva annodata su se stessa per fare altra strada. In circa un ora abbiamo fatto circa 40km, con tanta fatica e stress mentre Andreas era sul TIR.

Mentre riparavamo per l’ennesima volta la corda rotta veniamo raggiunti da 2 team del Mongol Rally, tra cui l’auto che già alla partenza aveva dei seri problemi e che era considerata la meno probabile ad arrivare. Già allora era sovraccarica, senza marmitta e faceva strani ruomori. I ragazzi però molto gentili ci danno la loro corda di traino, del tipo non elastico e molto robusto. Mi permetto di sconsigliare questo tipo di cinghie, dopo l’esperienza di qualche minuto più tardi.

Ripartiamo e il camionista, forse spazientito per le perdite di tempo, inizia ad andare più veloce. La mia situazione peggiora, e spero che rallenti presto. In una discesa dopo una salitina la macchina prende velocità rispetto al tir, si avvicina e la corda finisce sotto la ruota sinistra. Quando poi il Tir riprende velocità vengo tirato violentemente in avanti, con la ruota girata e lo sterzo bloccato a sinistra. La corda, troppo robusta non si spezza condannandomi a perdere l’unico controllo che avevo sull’auto: lo sterzo. Con la ruota bloccata a sinistra posso fare piccole deviazioni, ma ogni volta che in camion si rimette a tirare lo sterzo si gira ancora a sinistra facendomi sbandare. Non so come fare, premo a fondo il pedale del freno, uso il freno a mano, tutto per far capire al camion che ero in seria difficoltà. Inizio a urlare, a sbracciare, ero tutto a sinistra rispetto al camion, ma nessuno guarda negli specchietti nel deserto, e nessuno mi vedeva. Il TIR continua la sua corsa inesorabile finchè non vedo sulla mia traiettoria un mucchio di sassi, una specie di muretto, credo l’unico in tutta la Mongolia. Tento di evitarlo, ma il TIR con uno strattone mi ci fa schiantare contro a tutta forza. Stavolta la corda si spezza e a circa 400 metri di distanza il camion si ferma. A questo punto perdo le staffe, esco dall’auto, capisco che il danno è molto grave, e mi metto a urlare contro i camionisti e contro Andreas, chiedendomi come sia possibile, dopo che sapendo la difficoltà in cui mi trovavo, a nessuno era venuto in mente di controllare che andasse tutto bene.

L’acqua di raffreddamento aveva creato un lago sotto l’auto, cerco di togliere il paraurti che si era incastrato, tirandolo quando viene via violentemente, per il contraccolpo, vado con la testa a colpire il faro sinistro rotto, graffiandomi una guancia. Per la seconda volta nell’arco di poche ore la speranza si era tramutata in disperazione, e ogni tentativo di riparazione, in un modo o in un altro era diventato un danno più grave del precedente. Salgo sul camion con Andreas e il camionista, mentre suo figlio sta in auto fino a raggiungere quel gruppo di edifici a poca distanza dalla città. O almeno ci sembrava poca distanza. Con la mente poco lucida, stanchi e massacrati, decidiamo di lasciare l’auto lì e venirla a prendere più tardi, magari con un carro attrezzi del meccanico che il giorno prima ci aveva risaldato l’ammortizzatore.

La mia mente si è spenta, ho inziato a pensare ad altro, a casa soprattutto, mentre la distanza tra noi e la città sembrava essersi triplicata. E’ difficile avere idea di dove ci si trovi, mancano del tutto i punti di riferimento. Collina dopo collina la salita verso la città sembra non arrivare mai, ci vuole più tempo del previsto per arrivare. Ci rendiamo conto di aver fatto una cosa stupida a lasciare l’auto, uno di noi sarebbe dovuto restare a controllare le nostre cose: c’erano le macchine fotografiche, i documenti e i nostri soldi (ben nascosti). In quel momento non era stato facile prendere la decisione più giusta, per quanto ci avessimo provato. Con la speranza che gli abitanti di quelle case, che funzionavano come autogrill, vigliassero sulle nostre cose, giungiamo all’arco di entrata della città. Il camionista si ferma a fare il rito delle pietre, che riluttante faccio anch’io, stavolta senza crederci molto. Avevo il forte sospetto che la nostra avventura fosse finita, ma l’unica cosa da fare restava portare l’auto in città, che potessimo ripartire o no era un problema con il quale avremmo fatto i conti più tardi. Il TIR arriva sulla sommità della collina, e inizia lentamente la discesa verso Khovd. Si ferma alla stazione di benzina per la quale aveva il carico, e salutiamo i due camionisti che non sapevo bene se ringraziare o detestare.

Era come se ogni singola azione fatta da noi o da altri per porre rimedio a qualcosa che non andava, dovesse per forza tramutarsi in un problema ancora più grave. Mi sentivo in un luogo ostile, come se un entità più grande di noi non ci volesse far proseguire. Ci incamminiamo a lato della strada fino ad arrivare qualche minuto dopo alla casa rosa, davanti alla quale c’era la Clio degli amici scozzesi. Quello era il luogo dove avremmo dovuto lasciare l’auto in caso non fosse stata in grado di ripartire. Di fianco al garage chiuso, c’era la porta di un abitazione. Cerchiamo di farci sentire, la porta è aperta, ma non vogliamo avvicinarci troppo. Dall’uscio sbuca un anziano signore, con la faccia sorridente piena di rughe con indosso una vecchia tuta. Cerchiamo, a gesti e con qualche parola in russo e inglese, di farli capire che la nostra “machina” è “kaput” e che ci serviva un carro attrezzi per portarla dal “mechanic” mimando il gancio di traino. Chiediamo anche di chiamare Yanya, la signora della Ger, per fare da interprete visto che l’anziano signore continuava ad annuire, senza di fatto fare niente. Riguardo a questo, la Mongolia è stato il paese che ci ha causato la maggior parte dei problemi di comunicazione, nessuno comunica è capisce i gesti più ovvi e banali, e tutti continuano ad annuire e parlare al loro lingua. Per fortuna però sembra conoscere Yanya, scopriamo che il suo numero è anche scritto sulla porta del garage. La chiamiamo, ci riconosce e ci dice che sarebbe arrivata dopo poco. Un pò risollevati, ma stanchi e preoccupati ci sediamo all’ombra del garage, quando il signore se ne esce dalla sua casa con in mano ciò che all’apparenza sembrava un segnavento. In realtà era un antenna per la TV, di fabbricazione cinese, tutto smontato e senza istruzioni. Voleva che lo montassimo per lui. L’unico modo per capire come doveva essere assemblato era una foto di presentazione sulla scatola accanto ad una avvenente modella cinese che sorrideva, probabilmente senza la minima idea di essere accanto ad un antenna. I pezzi, in alluminio e plastica, erano costruiti male, alcuni incastri erano già rotti, e non avevamo altro che qualche vecchio arnese per avvitare i pezzi tra loro.

E’ stato surreale in quella situazione mettersi a montare l’antenna, però ci ha distratto e ha fatto passare un pò di tempo. Riusciamo nell’impresa anche potendo vedere un antenna uguale ma più vecchia che col tempo si era rotta, si vede che si erano trovati bene con la marca e la aveva ricomprata uguale. O forse era l’unico modello in vendita. Mentre penso a questo, e il vecchio ci sorride sdentato, ecco arrivare Yanya accompagnata da 3 uomini con un furgone blu. Ci salutiamo, ma noi andiamo dritti al punto. Volevamo portare l’auto a riparare il prima possibile e ripartire presto per raggiungere gli altri. Lei ci chiede dove sia l’auto e cosa è successo, mentre traduce le nostre parole al tizio del carroattrezzi. Sul libretto dell’organizzazione del Mongol Rally ci sono scritte le tariffe del carro attrezzi del drop-off point, circa 1$ ogni km di strada. Erano 40km, quindi 80$ tra andata e ritorno. Ce ne chiedono 250$. Protestiamo, dicendo di non avere quella cifra, provando a insistere per un trattamento migliore. Il grasso conducente resta sulla sua posizione, poi stufato se ne va. Chiediamo a Yanya di accompagnarci al meccanico che ci aveva saldato l’ammortizzatore, che aveva l’officina lì in zona, con noi vengono anche altri che stavano col carroattrezzi. Il meccanico dice di non poterci aiutare, ma di poter riparare l’auto se gliela portiamo. Intanto uno dei suoi clienti, che era lì a gozzovigliare, ci fa un offerta: 200$ per portare l’auto col suo furgoncino. Ancora siamo costretti a declinare, insospettiti dalla presenza degli omaccioni del carroattrezzi. Capiamo che tutti stanno cercando di fregarci, salutiamo cortesemente e andiamo da soli verso la strada decisi a fare autostop. In quel momento sentivo soprattutto l’esigenza di tornare all’auto, preoccupato che stava passando troppo tempo e non mi sentivo tranquillo. Mentre camminiamo veniamo raggiunti dal tizio col furgoncino, ora che era lontano dagli altri fa un offerta migliore: 120$. Stavolta accettiamo, lo ritenevamo un prezzo comunque alto ma alla nostra portata e tutto sommato conveniente vista la situazione. Ci fa capire però che sarebbe passato da casa e che saremmo andati alla nostra auto col suo Land Cruiser, un grosso fuoristrada. Entriamo nel furgoncino, e ci stringiamo sul posto del passeggero, il figlioletto dell’uomo ci fa spazio andando a stare dietro nel cassone. Capiamo che prima di occuparsi di noi doveva sbrigare delle commissioni veloci, allora ci facciamo lasciare davanti a un ATM, per prelevare un pò di contante, mentre lui si occupa delle sue faccende. Ci incontriamo di nuovo dopo qualche minuto, dico qualche ma sembrava fosse passata un eternità. L’ATM era in un vicolo polveroso, vicino alla banca, davanti ad una strada molto trafficata di fianco al mercato. Era un continuo via vai di auto, e ogni poco ero tentato di chiedere ad altri di aiutarci. L’uomo torna prima che la mia tentazione si trasformi in realtà. In questo furgoncino iniziamo a fare dei giri per la città, piuttosto larghi e senza fretta, io e Andreas iniziamo ad essere un pò spazientiti. Ad un certo punto si ferma davanti a un cancello, casa sua ci fa capire, lo apre e vediamo il Land Cruiser nel parcheggio, intorno al quale un intensa attività di lavorazione della lana si apriva davanti a noi: sembrava di essere nel medioevo, con lana per terra ad asciugare e grossi macchinari in legno che ruomorosamente filavano e lavoravano il materiale. Solo il fuoristrada e i vecchi motori dei macchinari ci riportavano grossomodo alla realtà. L’uomo senza troppa fretta ci fa entrare in casa sua, non una ger ma una vera e propria casa, un pò trasandata e cadente fuori, un pò meglio all’interno. Ci porta nel suo salotto e ci fa sedere, mentre la moglie ci porta dei biscotti e il thè con latte di capra. Indecisi se rilassarci o se spingere per partire subito ci sediamo, accettando le offerte.

Dal salotto, rispetto alle altre case che avevo visto, intuiamo che si tratta di una persona benestante, con una sua attività e dei dipendenti. Ma c’è qualcosa in questa gentilezza che non ci convince, ogni volta che cerchiamo di far capire all’uomo che volevamo andare, lui finge di non capire o prende tempo. Dopo un pò iniziamo a spazientirci, e chiediamo di andare con più decisione. A questo punto capiamo il motivo di tutte queste cerimonie: l’uomo voleva più soldi. Avevamo stabilito 120$, ora ce ne chiede 160$. Ci viene il sospetto che mentre eravamo all’ATM sia tornato a parlare con quello del carroattrezzi e abbia deciso di chiedere di più. Perdiamo la pazienza e la calma, ci alziamo bruscamente, lasciamo le tazze e ci dirigiamo con decisione verso l’uscita mandandolo a quel paese in italiano. Era una questione di principio, ci sentivamo presi in giro ovunque da questi furbacchioni che ci vedevano solo come polli da spennare. Giusto o sbagliato che sia dal loro punto di vista, per noi non era nè piacevole nè utile, e ce ne siamo andati. Ci trovavamo in una strada secondaria, lontano dal confine della città, senza auto, senza passaggio e ancora più disperati di prima. Mentre ritroviamo l’orientamento scoprendo di essere giusto dietro al palazzo del governo, chiediamo un passaggio a molte auto, ma nessuno si dimostra disponibile. Capiamo allora che la cosa migliore è fare autostop sull’unica strada che esce dalla città, sfruttando quindi un passaggio da chi inevitabilmente doveva passare da dove era la nostra auto. Era già pomeriggio, per noi era fondamentale tornare verso l’auto. Facciamo a piedi non so quanta strada, chiedendo a chiunque un passaggio verso la sbarra della polizia, ma nessuno capisce o non vuole capire. Veniamo aiutati da un ragazzo che ci porta in auto per circa un chilometro fino alla sbarra, non avevamo neanche dovuto chiedere di fermarsi, si era fermato da solo incuriosito da due stranieri. E’ stato molto gentile con noi, aveva voglia di fare un pò di pratica di inglese, ci sopita a bordo di una Hyunday con diversi pezzi mancanti ma funzionante. Così riusciamo, dopo diverse ore dal nostro arrivo in città, a tornare alla sbarra della polizia sull’unica strada in uscita dalla città a 40 km dalla nostra auto. Siamo fortunati, perchè il primo furgone che si ferma, acconsente di portarci dove volevamo. Ci facciamo capire grazie a una mappa rozzamente disegnata ma efficace. Superiamo a piedi la sbarra della polizia per non farci vedere, e saliamo nel retro del furgone. Ci distendiamo sui sacchi di farina, piuttosto comodi, e ci allontaniamo spediti dalla città, che sempre più piccola scompare dietro di noi.

Passiamo senza fermarci il mucchio di rocce e attraversiamo l’arco di uscita dalla città. Per la prima volta nella giornata ci sentiamo felici e sollevati, il furgone è talmente carico che non sente le buche, ed è comunque così potente da riuscire a passare le barriere e usare la strada in costruzione. Calcoliamo di arrivare all’auto nel giro di un ora, e credo di essermi addormentato qualche minuto.

Continua…

2 thoughts on “Aggiornamento da Firenze parte2

  1. Non riesco a schiodarmi l’immagine di te che monti un antenna portatile a un povero vecchio rugoso e in tuta, dopo tutto quell’ambaradan di roba che vi è capitata. Hai detto bene è surreale.

  2. Questo tuo racconto mi ha fatto tornare in mente la mia esperienza della montagna.
    Non sono un grande atleta, e salire lungo i fianchi delle alpi lungo la val di Rhems in Val d’Aosta si trasforma sempre in un’avventura dagli esiti incerti.
    Ho sviluppato pertanto una filosofia di andare in montagna per la quale è più importante il cammino che la meta.
    La meta è un attimo, uno sguardo, una sosta ma è la lotta per arrivare che conta.
    E’ la perseveranza con cui si raggiunge la vetta che è importante, non sono i muscoli che ti fanno arrivare ma è costruzione paziente della volontà che fa “cedere” la montagna.
    E’ come se improvvisamente la “volontà” della montagna di impedire il cammino ceda.
    Contemporaneamente alla volontà occorre avere rispetto: la montagna è un gigante alla quale tu chiedi, insistentemente constantemente, di salire ma dalla quale devi ottenere un cenno di assenso.
    Succede che devi anche saper rinunciare: le condizioni fisiche ed atmosferiche avverse devono farti rinunciare.
    Non c’è delusione in questo!
    Anzi c’è la consapevolezza piena di ciò che stai facendo: io voglio arrivare! Non c’è contraddizione nel fermarsi perchè il proseguire, in quel caso, non corrisponde ad arrivare.
    Ecco che nella tua avventura conta più il viaggio, le capacita manuali, le energie fisiche, la volontà, la fortuna più che la meta.
    Siete stati fortissimi soprattutto quando le cose si sono fatte difficili.
    Simone

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