Aggiornamento da Firenze parte1

Tornare a scrivere dopo l’ultimo aggiornamento in Kyrgizstan, finalmente a casa dopo tutto ciò che ci è capitato è quanto di più difficile mi sia mai capitato di fare fin ora su questo sito. Ho rivisto e pubblicato ciò che avevo scritto il 16 agosto, mentre eravamo in attesa bloccati alla frontiera mongola subito dopo gli sfortunati eventi avvenuti in Russia.

16-08-2012

Bloccati alla frontiera mongola da ieri ho dato un pacchetto di sigarette a una guardia per poter utilizzare la corrente degli uffici e poter scrivere qualcosa. Dall’ultimo aggiornamento sono successe tante cose, sia belle che brutte, ma ora siamo qui e siamo determinati ad arrivare in fondo.

Kyrgizstan- parte 2
Il nostro secondo giorno in Kyrgistan lo abbiamo passato nei dintorni del lago Issik-Kul nella parte nord-est del paese all’interno di un area protetta, in realtà piena di edifici industriali semiabbandonati. L’idea era attendere una giornata affinchè “scattasse” il visto degli Skallywags per il Kazakistan, entrando dal confine di nord est il giorno seguente. Il paesaggio resta mozzafiato, il tempo ancora piovoso ma in miglioramento, le montagne Kyrgize intorno a noi sembrano altissime e affascinanti, mentre le nostre auto filano agilmente sulle ottime strade di questo bellissimo stato.

Arriviamo nella città di Karakol dove paghiamo 50$ ad un agenzia turistica locale per assistere alla caccia con l’aquila, pratica tradizionale Kyrgiza molto antica, eredità delle popolazioni nomadi provenienti dalla Mongolia. Ci confermano inoltre che il confine di nord-est per il Kazakistan è aperto. Veniamo allora raggiunti da un uomo sulla quarantina, con due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, tutti a bordo di una Volkswagen Golf degli anni ottanta, sempre con il bollino tedesco dietro. Ci guiderà attraverso strade sterrate, polverose e dissestate fino a una vasta area ai piedi di una collina ripida alla fine di un area che si avvicina molto alla mia idea di steppa, enorme distesa di sabbia ed erba contornate da alte e ripide montagne.

A questo punto apre il portellone posteriore, e tira fuori un enorme aquila bendata che subito si aggrappa alla protezione di cuoio sul suo braccio. La sorpresa è tanta, e aumenta quando il cacciatore toglie il cappuccio al rapace, e ci squadra con i suoi occhi taglienti! E’ incredibile poter vedere da così vicino un animale normalmente così raro, i movimenti a scatto della testa, il suo becco appuntito, gli enormi artigli. A questo punto il cacciatore rimette il capuccio all’aquila e porge ad ognuno di noi il suo guantone di cuoio, così che tutti potessero tenere praticamente in mano l’enorme rapace. Quando è stato il mio turno avevo davvero paura, sentire il suo peso e i suoi artigli aggrapparsi saldamente al guanto è stata una grandissima emozione, i movimenti a scatto della sua testa erano così vicini alla mia che temevo potesse scattare e attaccarmi. Invece è stata buona per un buon minuto, prima di scendere al suolo planando. Così ha fatto ogni volta, il cacciatore ci ha spiegato che l’aquila “sente” che chi la sta tenendo non è il suo padrone, e la cosa non le va a genio affatto.

Dopo questa emozionante esperienza ecco che la figlia si allontana preoccupata mentre il ragazzo porta lì vicino un coniglio vivo. Il cacciatore prende il coniglio, lo deposita a terra e inizia a salire sulla ripida collina finchè non raggiunge un altezza e una distanza che ritiene sufficiente. Toglie il cappuccio all’aquila che punta subito il piccolo animale, ma non fa nulla finchè il cacciatore non le ordina di attaccare. A quel punto spicca il volo e poco dopo i suoi artigli sono sul povero coniglio che non ha avuto neanche il tempo di accorgersi del pericolo. Quel che segue è incredibile. L’aquila tiene con i suoi artigli il coniglio a terra, agonizzante, mentre con un verso chiama il cacciatore, che si affretta a raggiungerla. L’aquila nè uccide nè mangia il coniglio finchè il cacciatore non glielo permette. Il rapace divora tutto il coniglio (ossa comprese) lasciando solo le interiora in un paio di minuti, con movimenti del collo e della testa simili ai dinosauri dei film.

La figlia, decisamente contrariata, torna in macchina. Anche noi un pò sbalorditi un pò scossi torniamo verso le auto, salutiamo il cacciatore e torniamo indietro sulla strada principale. Sappiamo di aver assistito a un reale spettacolo della natura, reso possibile dalla maestria di un uomo che ha dedicato la propria vita a proteggere e addestrare questi animali, purtroppo vittime di bracconaggio ricercatissime per le applicazioni di medicina cinese. Ci ha spiegato che dopo un certo periodo l’aquila è libera di andare via per la riproduzione, il cacciatore ne cerca un altra da addestrare. Così va avanti una tradizione lunga migliaia di anni che consente la sopravvivenza dell’uomo e la protezione di un animale straordinario nel suo habitat.

Proseguiamo verso il confine di nord-est raggiungendo altri team su un pascolo pieno di cacca di mucca di fianco alla statale. Una bella cena prima di dorimire nelle tende. Notte freddissima e umida, il terreno era davvero bagnato e la mattina profumava proprio di mucca.. Ci svegliamo all’alba per partire presto, ma alla fine siamo costretti ad aspettare che il sole venga fuori per asciugare le tende e i vestiti. Pieni di speranza, convinti di arrivare in Kazakistan entro sera seguiamo le strade principali fino a circa 50km dal confine, dove l’asfalto finisce e inizia lo sterrato. Non era un cattivo sterrato, procediamo abbastanza velocemente attraversando le campagne piene di contadini locali che ci salutano allegramente. Imbocchiamo l’unico bivio dalla parte giusta (altrimenti saremmo andati verso il confine Cinese). L’asfalto ricomincia a 1 km circa dal confine Kazako, che vediamo in lontananza, anche se pieno di buche e avvallamenti. Ma via via che ci avvicinamo al posto di blocco, ci viene il sospetto che sia chiuso. In effetti non c’è nessuna auto in fila, e il posto sembra deserto. Troviamo una guardia solitaria che ci spiega che quel confine è chiuso da 2 anni. Riusciamo a vedere le campagne Kazake a soli 100 metri da noi, mentre per entrare finalmente in Kazakistan dobbiamo fare 400km, circumnavigare il lago passando da nord e usare la frontiera a nord della capitale Bishkek (dove eravamo due giorni prima). Frustrati e maledicendo l’agenzia, torniamo indietro per la strada sterrata e passiamo sulla statale a nord del lago. Incorciamo Neil & Helen, la coppia inglese in luna di miele con una Panda e le 3 Panda degli italiani con cui abbiamo fatto il Turkmenistan. Avvertiamo tutti che il confine era chiuso, facendo loro risparmiare almeno una mezza giornata di guida a vuoto. Poco dopo la nostra Seicento rimame quasi a secco, avevamo ormai finito i soldi locali sperando di poter entrare in Kazakistan, ma l’utlima deviazione ci ha costretto a perdere un pò di tempo per convincere il benzinaio ad accettare i nostri dollari. Alla fine, dopo oltre un ora, gli Skallywags ci fanno un prestito in valuta locale e possiamo ripartire. La momentanea rabbia per aver perso una giornata per la frontiera chiusa passa subito mentre percorriamo la strada che costeggia il lago, davvero un posto bellissimo e mai uguale a se stesso.

La statale prima di arrivare alla capitale costeggia per un centinaio di km il confine, presso il quale sono aperte diverse frontiere aperte solo ai locali. Ancora più frustrati arriviamo nel pomeriggio alla frontiera, ed ecco il classico scenario di un border funzionante: una coda incredibile di auto e persone davanti a una sbarra chiusa. L’attesa è stata di un paio d’ore, ma almeno abbiamo mangiato qualcosa (una specie di pane fritto) e abbiamo incorntrato gli italiani delle Panda che ci avevano superato mentre facevamo benzina. Uscire dal Kyrgizstan non è stato facile come entrare, ma ce la siamo cavata in poco. 20 metri di terra di nessuno ed eccoci alla frontiera di ingresso per il Kazakistan. Una guardia ci vede arrivare e ci fa uscire dalla coda e parcheggiare in un area nascosta dalla strada principale. Fa il simpatico facendo finta di avere un coltello in mano e di sbudellare Thomas, ci fingiamo divertiti, chiudiamo le auto e torniamo sulla strada principale, dove ci attende una lunga e snervante attesa per riempire dei moduli in fila con altri simpatici camionisti che amano saltare le code e starti attaccato. La guardia simpatica di prima ci propone di farci passare avanti se gli diamo 50$ ma rifiutiamo allegramente declinando la gentile offerta. Nel frattempo uno degli italiani, già pronti a entrare in Kazakistan, mi consiglia di entrare nell’ufficio controllo passaporti da dietro, per evitare un tizio che chiede soldi per saltare una fila che lui stesso ha creato. Seguo il consiglio, e mi trovo subito di fronte all’ufficio della registrazione. La signora del controllo molto gentile ci aiuta a compilare tutti i moduli, rigorosamente in cirillico, consentendoci di risparmiare molto tempo. E’ abbastanza raro trovare qualcuno disposto ad aiutarti, un errore sui moduli incomprensibili significa perdita di tempo e possibili multe, o controlli più severi. Nel mentre assistiamo a una scena poco simpatica: una delle guardie stava cercando letteralmente di scippare una signora della sua borsa, ufficialmente per controllarne l’interno, praticamente e probabilmente per prendere dei soldi. La povera signora viene strattonata e portata dentro un ufficio, la porta chiusa e silenzio. Capiamo che non è il caso di fare gli eroi, specialmente quando queste guardie hanno i nostri passaporti. Al termine della trafila torniamo alle macchine per l’ispezione, di norma un blando controllo dell’interno dell’auto e di una valigia a caso. L’ispettore è il simpaticone di prima, che inizia dalla Polo di Michael e Fred stranamente non dal portabagagli ma dall’abitacolo. Poi capiamo il perchè: mentre ripete in un inglese qualcosa come Price-Prize (prezzo-premio) fruga in tutti i cassetti chiaramente cercando soldi. Quando non ne trova sembra molto contrariato e insiste con i ragazzi. L’ufficiale superiore però gli dice che ha controllato abbastanza e mette il timbro sul foglio di entrata. A questo punto la guardia controlla la nostra auto, si siede al posto del passeggero e inzia a frugare nel portaoggetti. La Seicento non ha cassetti come la Polo, quindi è tutto esposto e i nostri soldi sono nascosti molto meglio. La guardia sembra disperata, e si ferma dopo aver trovato un calzino sporco di Andreas. Timbro sul documento e abbiamo finito. Aspettiamo in zona che la guardia controlli la Suzuki degli Skallywags e ripartiamo tutti insieme. La corruzione è talmente una cosa normale che questa guardia frugava alla ricerca di soldi le nostre auto con l’assenzo del suo superiore, che per fortuna aveva fretta. Appena usciti dalla frontiera ci abbracciamo tutti e siamo molto felici: una giornata davvero faticosa finita senza aver corrotto nessuno. Finalmente in Kazakistan ci dirigiamo verso la città più grande dello stato, che è anche la più vicina, Almaty. Sia gli Skallywags che gli Adventurists avevano dovuto prenotare un hotel per avere il visto, quindi andiamo con loro.

Kazakistan

Quando arriviamo ad Almaty è tardo pomeriggio-sera e troviamo una città che sembra molto europea, piena di SUV e macchinoni tedeschi, viali alberati, tanti locali e luci, gente per strada a fare la bella vita. Leggiamo dalla guida che è la più ricca e costosa città del Kazakistan. Ci fermiamo all’hotel di Michel e Fred, un 4 stelle da 180$ per una doppia, e loro gentilmente ci offrono di poter dormire con i sacchi a pelo per terra in cambio di un contributo per la camera. Accettiamo e passiamo così la notte, eludendo le guardie all’ingresso e la reception entrando e uscendo sempre in due, con abiti di colore simile.

La camera in realtà non era degna del prezzo, piuttosto piccola e non particolarmente ben rifinita. Credo che sia una caratteristica di un pò tutta l’asia, la mancanza di uno stile, della cura dei dettagli: persino in un hotel di prestigio la pulizia non è il massimo e molte cose sono lasciate a loro stesse (e si vede). Lo squallore non è nelle condizioni economiche delle persone, ma sembra parte integrante di uno stile di vita solo apparentemente occidentale.  La mattina riesco a intrufolarmi nel buffet della colazione, abbastanza ricco, riempiendo borsa e tasche di ogni cosa per Andreas che mi aspetta in auto. Seduti ai tavoli intorno a noi vediamo ricchi imprenditori grassocci e tirati a lucido, col camicione bianco aperto e gli occhiali da sole, con vestito formale firmato, accompagnato da attraenti fanciulle decisamente annoiate o da altri della stessa risma, che parlano rumorosamente al telefono, che fumano, o che si raccontano barzellette o di affari andati bene. Ci siamo noi in questo circo di magnati Kazaki, nonostante la doccia con la polvere della strada sui vestiti, una fame indecente e un sorriso divertito per essere riusciti a intrufolarsi così in un albergo bruttino ma considerato uno dei migliori, con questi panzoni che ci guardano come se fossimo dei barboni. E forse hanno ragione. Un oretta dopo facciamo una passeggiata per Almaty andando a visitare un famoso parco con momumenti in memoria dei caduti della prima e seconda guerra mondiale.

Abbiamo così l’occasione di vedere qualche palazzo sovietico, alla cui facciata di cemento è stata addossata un altra finta che però non è alta come il palazzo. Resta quindi ben visibile il degrado e l’incuria delle abitazioni e uffici, mal celata da facciate farlocche dal gusto discutibile. Il parco sembra ordinato, vero vanto di Almaty (da cui le cartoline con le panchine), molto piacevole e curato. Nell’occasione visitiamo una delle più vecchie chiese ortodosse, la Cattedrale di Almaty, interamente di legno con vernici colorate, una delle poche a non essere rovinata o distrutta nel periodo sovietico, ma solo convertita in museo.

Tornando verso le auto facciamo la spesa in un supermercato locale. Vengo subito colpito dalla penombra e dalla temperatura eccessivamente fredda del locale. Quasi un invito a comprare il meno possibile e andarsene di corsa. In effetti facciamo scorte per pochi giorni, un pò di verdura, del pane e spaghetti in brodo istantanei per le emergenze. Verso le 14:00 ci ritroviamo con gli Skallywags e partiamo verso Semey, a 800km di distanza nel nord-est del Kazakistan per poter entrare in Russia. Guidiamo sulle statali Kazake, contrariamente a quanto avevamo sentito sono in buone condizioni, anche se il paesaggio monotono, intervallato solo poche volte da qualche spettacolare canyon, ci fa rimpiangere le montagne del Kyrgizstan. Campeggiamo in mezzo a un campo-steppa esteso a perdita d’occhio, nascosti dalla statale da una rara fila di alberi dopo circa un km di sterrato. Le file di alberi sono ortogonali alla statale, e sono il risultato della divisione dei campi (oggi tornati a steppa) che durante il periodo sovietico dovevano produrre cibo per l’intera URSS. Per rendere il terreno fertile, veniva irrigato con ettolitri di acqua proveniente da quello che una volta era un bacino di acqua tra i più grandi dell’Asia, il Mar d’Aral, oggi conosciuto come Lago d’Aral, che presto sarà conosciuto come Pozzanghera d’Aral, simbolo indelebile di uno dei più grandi disastri ambientali marcati URSS. Dove 40 anni fa c’era un enorme lago navigabile, oggi resta il deserto, con le navi abbandonate nella sabbia, e intere città portuali disabitate e coperte di polvere. Non abbiamo attraversato quella zona, ma ci avviciniamo a quella di Semey famosa per un altro terribile motivo che spiegherò in seguito. Montiamo le tende in questa steppa che sembra tanto una savana, facciamo una pasta al tonno, pomodoro e cipolla per tutti e ci prepariamo per andare a dormire.

Nel buio più totale, sentiamo un rumore in avvicinamento. Spengiamo tutte le torce e restiamo in attesa. Non si sa mai chi può essere, ma non avevamo visto luci venire nella nostra direzione. Viene fuori che era un cavallo selvaggio che, spaventato, si allontata col tipico rumore di zoccoli. Ricominciamo a mangiare quando stavolta un rumore di motore e una luce si fa più vicina. Riconosco dal suono che si tratta di una motocicletta. Spengiamo le luci e restiamo in attesa nel buio, cercando di capire che stia solo passando di lì o se stesse cercando noi. A poche decine di metri lungo la strada, il faro si gira verso di noi e si avvicina. A questo punto riaccendiamo tutte le luci e accogliamo amichevolmente gli ignoti ospiti. Si tratta di due Kazaki su una motocicletta russa, probabilmente militari ma non in servizio. Si dimostrano amichevoli, gli diciamo cosa facciamo e dove andiamo. Loro ci spiegano che abitano dall’altro lato della statale, avevano visto delle luci e volevano cotrollare chi fosse. Ci dicono che possiamo stare, ci salutano e se ne vanno. Sollevati, finiamo la cena. Prima di dormire assistiamo Thomas, che è un fotografo, mentre fa fotografie al cielo e alle nostre auto usando una lunga esposizione e illuminando il soggetto con una torcia. Fa lo stesso con me, Fred e Michael anche se quasi sempre qualcuno si mette a ridere rovinando la lunga esposizione. Le diverse nazionalità presenti nel nostro convoglio, io italiano, Andreas italiano con origini greche, Michael tedesco, Fred francese, James australiano, Thomas inglese e Belinda della Nuova Zelanda creano spesso situazioni divertenti e gli stereotipi si sprecano. Dormiamo proprio bene e la mattina seguente siamo di nuovo sulla strada. Le strade procedono monotone, veniamo fermati un paio di volte dalla polizia solo per un controllo, ma ce la caviamo senza problemi sempre (so che può sembrare scontato ma non è così). Il Sukuzi Wagon fora una gomma (in realtà hanno piegato l’acciaio del cerchio su una buca) e gli diamo due delle nostre, per avere la stessa misura dopo aver provato che le loro ruote di scorta erano troppo grandi e strusciavano nel parafango. Moltissimi teams hanno avuto problemi anche gravi per aver portato ruote più grandi rispetto al consentito. Rimettiamo a posto il cerchione piegato a martellate, rigonfiamo la gomma così da capire se è bucata o no il giorno dopo. Non molto tempo dopo uno dei cuscinetti del Suzuki inizia a fare molto rumore. Lo aveva già fatto prima, io e James avevamo messo un pò di olio in Kyrgizstan, ma improvvisamente il rumore era molto peggiorato. Ci fermiamo da un meccanico da qualche parte, e scopriamo che mentre il cuscinetto rumoroso era solo un pò rovinato, l’altro non rumoroso era incandescente e praticamente bloccato. Estraggo col meccanico entrambi i cuscinetti. Sono cuscinetti enormi e doppi, impossibili da trovare in Kazakistan. Il cuscinetto non rumoroso era aperto, tutte le sfere erano lì per miracolo e la ganascia del freno era basculante. Il meccanico allora prende due cuscinetti più piccoli dello stesso diametro e, con uno spessore, ci consente di ripartire. Il cuscinetto rumoroso viene igrassato a dovere e non crea altri problemi.

Per fortuna la strada è veloce, eccezione fatta per un bel pò di sterrato non particolarmente gentile a causa di lavori sulla strada.

Ad un certo punto, ci trovavamo in fondo al convolgio, e ci troviamo un auto della polizia dietro. Mi assicuro di guidare seguendo alla lettera ogni segnale, e scrupolosamente i limiti di velocità, in realtà rallentando parecchio nelle salite (fingendo difficoltà di un motore in realtà brillante) per farmi superare. Invece restano dietro, apparentemente senza reale interesse verso di noi. Davanti a noi, però, nè gli Adventourists nè gli Skallywags sapevano della polizia, ed effettuano un sorpasso ad un lento e fumoso tir (che ci portavamo avanti da km) in un tratto con la striscia continua. Non lo avessero mai fatto. La polizia mette la sirena, ci supera e si porta davanti a tutti facendoci fermare. Noi ci accodiamo dietro, restando in auto e sperando che in realtà sia solo una scenata. I minuti passano, e non vediamo niente succedere. Dopo un pò arriva da me Fred che mi dice che gli avevano chiesto dei soldi, non fatto una multa, e che era uscito per far vedere a tutti cosa il polizziotto aveva chiesto. Questa tattica è ottima e funziona benissimo (a meno che non abbiano il tuo passaporto in mano). In questo modo vengono tutti verso di noi, col polizziotto sempre più in imbarazzo, e si mettono davanti alla nostra auto. A un certo punto uno dei poliziotti mi si avvicina con un sorriso finto e indica ridendo (sudando freddo) la mia telecamera attaccata al parabrezza. La batteria era scarica, ma lui non poteva saperlo e, innervosito dal fatto che potevo aver ripreso tutto si affretta a salutarci e ringraziarci. Salvati da una telecamera spenta.. Ripartiamo e riusciamo ad arrivare a Semey, dove ci fermiamo in un altra officina per cercare un cuscinetto di ricambio e risolvere il problema delle loro ruote. Il pomeriggio lo passiamo lì, ne approfitto per pulire il filtro dell’aria e controllare l’auto – perfetta – poi mi reco nel garage e assisto al lavoro del meccanico. I cuscinetti di quel tipo non si trovano, e il meccanico non crede sia possibile mettere le ruote di scorta enormi nel Suzuki degli Skallywags. I ragazzi tentano di venderle e aquistarne di più piccole, ma non si trovano. Suggerisco allora di rialzare l’auto. Il meccanico mette della gomma sotto le molle e il Suzuki si alza di diversi centimetri. Le ruote più grandi ci stanno, ma resta che gli Skallywags sono senza ruote di scorta dato che una delle due che hanno portato è seriamente danneggiata (la tela è fuori posizione e ci sono 2 grosse bolle sulla spalla). Gli offriamo di poter usare le nostre (ne abbiamo 4 mai usate) a patto che ne tengano almeno una, liberandoci un pò di peso dal portapacchi. Avevamo già in mente di liberarci di almeno una ruota, in questo modo siamo felici di aver anche aiutato degli amici. Nell’arco della giornata molte auto del mongol rally si fermano all’officina, e vedo che in molti nel tratto sterrato hanno rotto le molle. Anche gli skallywags ne hanno rotta una, ma solo nella parte finale. Per fortuna ne avevano di scorta, ne usano una per sè stessi e ne danno una al team belga “Boobies” (letteralmente POPPE) di due ragazze con una Micra che avevano distrutto una molla anteriore.

Nel tardo pomeriggio ci rechiamo ad un hotel mediocre, ma comunque troppo costoso per noi. Gli altri prendono delle camere, noi dormiamo in macchina nel parcheggio, nascosti dalla altre auto. Riusciamo ad approfittare della confusione per utilizzare le docce e i bagni in comune dell’albergo. Andiamo a cena in un locale Kazako dove mangiamo un costoso ma buono Shishkebab e ci beviamo una meritata birra. Siamo raggiunti da dei ragazzi del posto, molto cordiali e simpatici all’inizio, tranne quando due si siedono con noi senza dare l’impressione di volersene andare. In particolare uno dei due, quello enorme, sembrava visibilmente ubriaco e, finita la sua birra, inizia a cercare di prendere le nostre. Glielo impediamo, la cosa va avanti qualche minuto finchè l’amico non decide di portarlo via. Questi, irritato dal fatto che nessuno gli avesse dato la propria birra, tira un sonoro scappellotto ad Andreas che era seduto vicino. Per fortuna non reagisce e i due simpaticonoi si allontanano. Come sempre cerchiamo di riderci sopra, ma la serata era stata decisamente rovinata a causa dell’energumeno ubriacone. La mattina Thomas e James riportano il Suzuki Wagon rialzato verso l’officina per cercare in più negozi il cuscinetto di ricambio. Doveva essere una cosa da un paio d’ore, ce ne impiegheranno più di 6 senza avvertire. Se lo avessimo saputo avrei potuto aggiornare il sito attaccandomi di sgamo alla wireless dell’albergo. Io e Andreas nel frattempo avevamo scoperto che il nostro visto per la Russia sarebbe iniziato il giorno dopo, mentre la sera stessa eravamo al confine. Lasciamo così la zona di Semey, conosciuta col nome di Samipalatinsk durante il periodo sovietico, città famosa per aver ospitato suo malgrado oltre 450 esplosioni nucleari concentrati in un area grande circa come la Francia nell’arco di 40 anni. Gli abitanti, senza saperlo, erano cavie, Stalin voleva conoscere gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni sull’uomo e decise di usare il Kazakistan, e quell’area con soli 2 milioni di abitanti intorno all’odierna Semey. Ancora oggi i valori delle radiazioni nell’aria e nell’acqua sono 20 volte più alti del normale e gli avvelenati da radiazioni continuano ad affollare l’ospedale, fatiscente e non attrezzato per l’emergenza. Ciò che è avvenuto in questa zona fino agli anni ’90 è molto più grave del più famoso incidente di Chernobyl, ma è passato praticamente inosservato dall’opinione pubblica. Lasciamo questa città di vero stampo Sovietico e usciamo senza code e trafile dal Kazakistan, ma siamo costretti ad attendere la mezzanotte per entrare in Russia. Il Kazakistan, resta uno strato strano, bello e monotono senza continuità, il più russo degli “stan” ma allo stesso tempo quello che ha subito le peggiori ingiustizie dall’URSS, e nonostante questo fu l’ultimo a dichiararsi indipendente ed è ancora legato a doppio filo con Mosca. Mi piacerebbe tornare in Kazakistan e capire il perchè.

Russia:

Gli Skallywags e gli Adventurists partono con 3 ore di anticipo su di noi, che nel frattempo ci cuciniamo una bella zuppa di fianco alla strada dove tanti camion russi transitano nella terra di nessuno tra Kazakistan e Russia.

Restiamo in contatto con gli altri tramite sms, a mezzanotte e mezzo entriamo in Russia e puntiamo diretti verso la città principale, Rubstsovsk, dove sapevamo che gli altri avrebbero cercato dove dormire. Alle 2:30 circa cessano gli sms dei nostri amici, semplicemete i messaggi smettono di arrivare. Restiamo quindi senza sapere dove andare, decidiamo verso le 3:30 di notte di fermarci a dormire di fianco all’autostrada (sempre tra camionisti) e che restando sulla via principale saremmo stati notati da loro. Ci restava il dubbio se eravamo più avanti o più indietro. Ci svegliamo presto la mattina seguente e ripartiamo subito in cerca di una pompa di benzina che accetti carta di credito o dollari. Abbiamo sfortuna e siamo costretti a usare una delle due taniche che fortunatamente avevamo riempito in Kazakistan. Continuiamo sull’ottima e gratuita autostrada Russa puntando verso il confine con la Mongolia a 600km di distanza. Non sapevamo cosa fare, i messaggi non arrivavano, non si riusciva a chiamare e non sapevamo se eravamo davanti o dietro i nostri amici. Nel dubbio abbiamo deciso di proseguire, gli avremmo raggiunti o saremmo stati raggiunti più tardi. Per l’appunto ecco dopo poco che ci troviamo negli specchietti la Polo degli Adventusits, seguiti da ruota dagli Skallywags. Felici di esserci ritrovati, scopriamo che si erano fermati a campeggiare non lontano da noi. Ripartiamo con il sorriso sulle labbra, i nostri amici, e il serbatoio pieno: gli ingredienti per il Mongol Rally. Le strade russe sono perfette e veloci, via via che ci avviciniamo alla catena dei Monti Altai e alla Mongolia il paesaggio cambia, e dalle distese di campi e steppe a perdita d’occhio del Kazakistan saliamo di quota e troviamo il tipico paesaggio montano: boschi di abeti, montagne, ruscelli mucce, venditori di miele, case di legno col tetto molto inclinato e tanta gente cordiale e gentile. La russia è tanto simile all’America. Ci fermiamo a fare uno spuntino a una specie di fiera locale, dove mangiamo un impasto a base di pollo e cipolle il tutto fritto. Davvero una delizia. Non ci fermiamo se non per poco tempo, mentre le strade si fanno più strette e più lente, ma sempre ottime. La temperatura si abbassa parecchio e poco dopo inizia a piovere. All’inizio solo a tratti, poi inizia a piovere seriamente. La stanchezza si fa sentire e ci scambiamo paio di volte il posto di guida. Quando non guidavo non vedevo niente perchè dormivo, e così anche Andreas.

Verso il tardo pomeriggio è Andreas alla guida mentre io scarico i filmati della telecamera sul computer. Imbocchiamo un tratto di strada più dissestato, rallentiamo, noi siamo gli ultimi del convoglio, davanti a noi la Polo degli Adventurists e il Sukuzi Wagon degli Skallywags. Strada bagnata resa scivolosa da una striscia di fango piuttosto alta. La strada peggiora ancora più avanti, Skallywags si fermano, dietro di loro si fermano anche gli Adventurists. Andreas li vede, frena, ma le ruote si bloccano, l’auto va dritta senza rallentare. Il tempo si dilata. Alzo gli occhi dal monitor, perchè avevo sentito che l’auto stava sbandando. Vedo la polo nera farsi sempre più vicina, troppo vicina. Il tempo stavolta si ferma, per ciò che mi è sembrato un eternità. Ho il tempo di capire che non ci saremmo fermati, che non c’era più il tempo di evitare l’impatto. Ho il tempo di dire “merda” mentre mi passa l’intero Mongol Rally davanti, e mi dico.. “è finita”.. Poi penso ai miei cari e alla mia ragazza poi l’urto, forte sordo, chiudo gli occhi. Il tempo riprende a scorrere, stavolta a velocità doppia. Io sto bene, Andreas pure, anche se è sotto shock e convinto di aver causato la fine del nostro viaggio. Non voglio restare lì, voglio scendere dall’auto. La porta non si apre, immagino che il danno sia molto grave. Esco dal finestrino aperto, non mi volto a vedere l’auto, vedo che Michael e Fred nella Polo stanno bene, ma non mi fermo e inizio a camminare in avanti. “E’ finita” continuo a ripetermi mentre la disperazione e la delusione si fanno strada dentro di me. Passo la Suzuki degli Skallywags che mi osservano attoniti, evito anche loro e mi allontano camminando lungo la strada. Alla mia sinistra una ripida rupe da cui era venuto il fango, a destra un fiume torrentizio molto agitato. Ancora piove, ma poco. Sono disperato, voglio fare a piedi quanta più strada possibile per mettere la bandierina della nostra fine più lontano, un pò più lontano di dove ci eravamo fermati . Vengo sopraffatto dal peso della sconfitta, penso che non sono riuscito a portare a termine la mia impresa, che non potrò attraversare la Mongolia, penso che sarà molto difficile per me accettare la sconfitta che mi sta schiacciando. Mi vengono in mente tutte le persone che mi hanno aiutato a partire, dio mio sono centinaia. Centinaia di persone che credevano in me e che ho deluso, ai quali dovrò spiegare tutto, ancora e ancora. Ma soprattutto sono preoccupato per me, mi sono visto davanti agli occhi letteramnete infrangere il mio sogno. Sono mortificato per l’auto dei miei amici, avevo capito che sarebbero riusciti a ripartire, ma era rovinata. Poi penso a quanto avevamo investito sull’auto, a valore che poteva avere e la beneficenza che c’è dietro. In quel momento, durato circa un minuto, mi è letteralmente caduto tutto addosso, come una secchiata d’acqua e sassi. Poi mi sono fermato. Guardavo il fiume scorrere violento, portando con se legni e fango. Poi mi giro, e vedo gli amici spingere la nostra macchina di lato alla strada. A quel punto qualcosa si è mosso. La disperazione è totalmente sparita, sono come rinato. Ho ritrovato le energie, la determinazione e la voglia di andare avanti. Mi sono detto che non mi sarei arreso, non così, non in Russia. Ho scacciato il pensiero di lasciare l’auto e tornare a casa, anche se è lì che in quel momento sarei voluto essere. Credo sia stata la paura del vuoto che mi sarei portato dentro se non fossi andato avanti a farmi tornare la concentrazione. Corro verso l’auto il più veloce che posso, è la prima volta che la vedo. Il davanti sembra devastato, c’è liquido per terra, spero non sia benzina, spero non sia olio. Per prima cosa lo tocco e lo assaggio, sa di acqua di raffreddamento. Il radiatore è andato. Nessun odore di benzina. Andreas è pallido come un cencio e non sa nè che fare nè come comportarsi. Non mi sono mai sentito il collera con lui, credo che un incidente in un viaggio così possa capitare a chiunque. Lo avevo messo in conto, ovviamente, ma era andato tutto così bene che mi immaginavo un arrivo tranquillo. Invece era capitato. Era capitato a noi. Quindi ho deciso di reagire. Inizio a controllare l’auto. Apro il cofano, che ovviamente non si apre. Infilo la mia mano sotto in cofano e attivo lo sgancio con le dita. Il motore sembra intatto, ma posso vedere i tubi dell’acqua perdere acqua, come vene tagliate. L’urto ha interessato la parte sinistra più che la destra e mi sono sentito molto meglio quando ho capito che il radiatore dell’aria condizionata aveva preso il grosso dell’urto letteralmente spezzandosi in due. Rimuovo le viti del paraurti, nel frattempo altre auto inglesi si erano fermate, qualcuno mi passava gli attrezzi, ma ero talmente concentrato sull’auto che non ho realmente visto in faccia chi fosse, non lo ricordo. Il radiatore dell’aria condizionata è completamente schiacciato, e pende privo di supporti alla mia sinistra. Con rabbia letteralmente lo strappo dai suoi tubi dopo aver disconnesso gli attacchi elettrici e capito che era impossibile da svitare perchè le viti erano sotto la lamiera. Allungo la mano sotto il motore, la coppa dell’olio era in posizione, così come la campana della frizione sembrava intatta. La mia mano era pulita, non avevamo perso olio. Buon segno penso. Mi sento un pò peggio quando vedo le enormi fratture sul radiatore. Mi concentro sui tubi dell’aqua, vedo delle crepe da cui esce liquido. Taglio un tubo e lo riattacco al radiatore con una fascetta metallica. Faccio così con tutti i tubi che riesco a riparare, anche inserendo tubi in plastica rigida all’interno e fissando tutto con le fascette di metallo. Nel frattempo Fred del team Adventourists con la Polo nera che avevamo tamponato cerca di  riparare con del mastice le crepe nel radiatore, che si dimostreranno essere decisamente troppe. Mi alzo, sta piovendo e fa freddo. Siamo stati raggiunti da altri teams inglesi e scozzesi nel frattempo che aiutano come possono. Mi decido a provare ad accendere il motore: entro nell abitacolo, muovo il cambio con la frizione abbassata, entrano tutte le marce e la frizione sembra a posto anche se un pò dura (era piegato il braccetto). Metto la folle e giro la chiave. Il motorino di avviamento gira (e menomale) ma il motore non parte. Penso subito che sia entrato il blocco del carburante, mi infilo sotto il cruscotto a cercare qualcosa che assomigli a un interruttore. Non trovo niente. Allora prendo un pò di benzina da una delle taniche, rimuovo il filtro dell’aria e metto benzina direttamente sul corpo farfallato tenendolo aperto con la valvola del gas. Dovevo sapere se sarebbe partita o no. Torno in auto, giro la chiave e.. il motore funziona! Un bel rumore, tutti i pistoni girano bene penso e la marmitta non sembra danneggiata. Solo qualche vibrazione di troppo. Il radiatore torna a buttare acqua come un cuore aperto, vanificando il lavoro di Fred sulle crepe, decisamente troppe e troppo diffuse. Torno sotto il cruscotto, aiutato dal disegno del libretto di uso e manutenzione, trovo un pulsante nero nascosto dentro una scatolina, lo premo e riprovo a far ripartire il motore. Funziona. Quindi nessun danno ai condotti, le cinghie sono a posto, ci serve solo un radiatore nuovo.

Un pò rinfrancato ma pur sempre preoccupatissimo e scioccato accetto la proposta di un team inglese con un Suzuki Jimny 4×4 di essere trainato alla città più vicina, circa 30km più avanti. Era buio e a aveva cominciato a piovere. Mentre ero a lavorare scopro che un tizio russo si era fermato offrendo il suo aiuto, parlava un buon inglese. Seguiamo allora la sua auto giapponese di seconda mano (veniva direttamente dal giappone, cambio a variatore automatico e guida a destra). Non ero mai stato trainato da un altra auto prima d’ora, e non avevo idea che potesse essere così difficile: stavamo usando per fortuna una corda da traino elastica, ma dopo i primi metri aveva già perso le sue qualità diventando rigida come nylon. Inoltre era buio ed ero senza fari a 5 metri dall’auto davanti a me. I freni a motore spento praticamente sono inutilizzabili, ma scopro che inserendo una marcia e rilasciando la frizione, oltre a utilizzare il freno motore, rientra in funzione anche il servofreno. In questo modo posso frenare se necessario, e nel frattempo testare tutte le marce. Entrano tutte benissimo, e il sistema frenante è a posto. Il volante è storto, lì per lì pensavo fosse normale, ma pochi giorni dopo avrei scoperto che se avessi indagato più a fondo mi sarei reso conto che l’urto aveva danneggiato i supporti del motore-destinati a durare poco su strade dissestate. Ma allora non ci pensai, era buio, avevo freddo e fame, ero ancora scosso da quello che è il mio primo incidente d’auto. Non ero ancora certo che sarei potuto andare avanti, almeno ad entrare in Mongolia. Per fortuna c’era asfalto, e buono anche, quindi in una mezz’ora giungiamo a questa città, Tashanta, a 70km dal confine con la Mongolia, con l’auto in panne e tanta paura di non riuscire a ripartire. Il russo, dal fare un pò sospetto, ci porta verso una pensioncina economica dove troviamo una doccia, cibo caldo e un letto. Sospetto perchè sembrava molto interessato a venire con noi fino al confine, aveva fatto un viaggio di 200km solo per raggiungere il confine mongolo e, una volta alla frontiera, aveva detto, sarebbe tornato indietro. Avevamo il sospetto fosse all’interno di loschi affari, ma allora non mi interessava molto, avevo altri pensieri. Mangio svogliatamente, e dormo malissimo, pieno di pensieri e, per la prima volta nel rally, di paure. La mattina dopo andiamo in cerca di un meccanico con questo strano personaggio, dopo un tentativo a vuoto, troviamo un officina aperta con un meccanico che si dichiara in grado di farci ripartire.

Portiamo la macchina e lui si allontana per un ora a cercare un radiatore. Torniamo alla pensione per fare colazione, e dopo un ora lo ritroviamo all’officina con un radiatore nuovo e con la Polo degli Adventourists già rimessa a posto, minimizzando il danno il più possibile. Nell’officina io mi concentro sul portapacchi, che si era mosso in avanti di un metro bloccando le porte con i ganci posteriori, che fortunatamente avevo legato in Turkmenistan, evitando di farlo cadere e di distruggere il parabrezza. Lo sento smartellare forte, poi usare la saldatrice. Quando mi giro a guardare aveva già sistemato il nuovo radiatore della Lada, molto più grande dell’originale, con delle staffe fatte lì per lì in ferro e saldate alla scocca. Eravamo riusciti a recuperare la ventola del radiatore, e adattarla a quello nuovo. Il meccanico russo accende l’auto, aspetta che la temperatura salga e, esattamente a 90° la ventola si mette a girare ruomorosamente! Segno che la parte elettronica non è compromessa! Ora il cofano si chiude, e l’auto sembra riaver acquistato un pò della sua forma originale. Riadattiamo come possiamo il paraurti e l’auto è pronta a riprendere la strada.

300€, una cifra molto alta, ma non contestabile essendo l’unico meccanico da quelle parti in grado di riparare il nostro danno. L’auto funziona, il radiatore va alla grande, anche troppo. Il meccanico finisce di lavorare verso le 14:00, nel frattempo sia gli Skallywags che gli Adventourists erano ripartiti sapendo che l’attesa alla frontiera Mongola sarebbe stata lunghissima e che ogni ora di vantaggio poteva significare giorni in meno di attesa. Facciamo un giro di prova per una ventina di minuti, dopo di che partiamo verso il confine, su una lunga strada asfaltata parallela alla linea della luce. Passiamo il posto di blocco, tutto sembrava andare alla perfezione, ma vedo del fumo uscire dal cofano, mi fermo e noto che il livello dell’acqua era sceso. Con la paura di avere ancora una perdita, torno indietro dal meccanico. In effetti c’era un ultima perdita minore in uno dei tubi, ma il fumo che vedevamo era la vecchia acqua che evaporava. Ripartiamo dopo circa mezz’ora, ci fermiamo ogni tanto a controllare livello, temperatura, eventuali perdite. Non troviamo niente di strano e procediamo di gran carriera verso il confine. L’unica cosa che mi lascia perplesso è la presenza di bollicine nel serbatoio. So che un buon sistema di raffreddamento non deve avere aria all’interno, e deve essere spurgato. Ma quando ho mostrato al meccanico la valvola lui ha fatto cenno di no con la testa. Nel dubbio se il sistema si sarebbe autospurgato o no, proseguiamo tenendo d’occhio la temperatura. Le strade sono buone, e nel giro di un oretta giungiamo al confine russo. La procedura è rapida e non particolarmente complessa. Incontriamo altri team prima di noi, ma se ne vanno prima che possiamo inziare le procedure di uscita dal paese. Nel breve tempo di attesa che la sbarra ci facesse entrare nell’ultima terra di nessuno di questo viaggio, notiamo una Fiat Uno gialla e marrone parcheggiata vicino alla ringhiera. E’ targata Roma e sembra di un Mongol Rally del passato. Ma non è abbandonata come mi era stato detto, appare in ottime condizioni e la presenza di pane fresco e della spesa all’interno dell’abitacolo stanno a significare che qualcuno la utilizza ancora. Indagherò su internet per scoprirne la storia ed avvertire gli eventuali proprietari.

Immediatamente usciti dalla russia l’asfalto diventa un piacevole ricordo. Uno sterrato non difficile ci conduce attraverso una steppa verso il primo posto di controllo della Mongolia. Il paesaggio oltre il confine cambia drasticamente, dal paesaggio montagnoso russo con alti alberi, fiori e tanto verde a una landa desolata identificabile come steppa. Ci chiediamo cosa ci sia oltre le colline intorno alla strada, se i confini hanno barriera lungo tutto il perimetro statale oppure se le recinzioni sono solo alle frontiere. Il primo posto di blocco Mongolo è rapidissimo, e ci illude che l’entrata in Mongolia sarebbe stata semplice e diretta. Ci sbagliavamo. La strada sterrata arriva verso un grosso edificio di cemento contornato da enormi tettoie di metallo. La frontiera Mongola vera e propria. Il tempo era leggermente migliorato, ma restava coperto. Paghiamo un dollaro al primo baracchino per la “disinfezione” dell’auto, che consiste nel passare con le ruote all’interno di una piscina di fango e acqua per purificare le immonde auto straniere. Mentre eseguiamo questo primo battesimo purificatore mongolo, ecco sbucare Michael e Thomas che festanti ci raggiungono e mi invitano a correre a consegnare passaporto e libretto prima della chiusura. Mi fiondo verso l’ufficio e riesco a dare i documenti alla guardia che stava chiudendo. Ancora mi illudo che l’indomani saremmo stati liberi. Torno nell’auto e parcheggio in un allegro recinto di metallo dove sono detenuti tutte le auto del Mongol Rally in attesa che vengano pagate le tasse per l’importazione da Londra. Ritrovo tanti amici, ne conosco di nuovi, e scopro che altri hanno avuto disavventure peggiori della nostra: incidenti multipli, tamponamenti da camionisti ubriachi, auto ribaltate, e ancora auto con molle distrutte, sospensioni esplose. Almeno siamo arrivati fin qui, mi dico, e l’auto sembrava in buona forma. Iniziamo a montare la tenda, con difficoltà visto che l’area designata ha il fondo in cemento ed è possibile mettere i picchetti solo nelle fratture delle gettate.

Improvvisamente si alza un vento incredibile, con pioggia e grandine e inzia a fare un gran freddo. Subito bagnati come pulcini smontiamo quel poco di tenda che avevamo montato, la gettiamo nel portabagagli e ci chiudiamo nell’abitacolo. L’uragano o quello che era cessa dopo 15 minuti in cui tutto il campo viene travolto da forti folate di vento. Tende che volano, gente che urla, sacchetti e spazzatura nell’aria, uno spettacolo. Quando finisce ci mettiamo dei vestiti asciutti e ci prepariamo a passare la notte in auto, sia per la pioggia che per il freddo. Il vento però continua ad essere forte, e la pioggia aumenta di intensità al punto tale che accendiamo il motore e ci andiamo a parcheggiare sotto le tettoie della dogana, fuori dall’area designata.

Lì, dopo aver mangiato la zuppa di spaghetti istantanea, un bel pasto caldo, crollo addormentato sul sedile del guidatore, mentre fuori la pioggia batte sul tetto di lamiera e il vento gelido soffia forte. Le steppe mongole ci accolgono come visitatori indesiderati, mettendoci alla prova con ogni mezzo, bloccati alla frontiera, esposti ai venti e all’acqua, non mi addormento felice e sollevato per essere di nuovo nell’auto (che funziona) e con i nostri amici. Non mi addormento convinto che saremmo riusciti a entrare in Mongolia con la nostra auto, non mi addormento certo che la spirale di sfortuna che ci era capitata sarebbe presto finita, non mi addormento sognando di tornare a casa, dopo aver vinto la sfida con deserto con la nostra macchina. Mi addormento e basta.

2 thoughts on “Aggiornamento da Firenze parte1

  1. E’ bello il racconto della tua determinazione….l’importante era il viaggio! Ma tu volevi raggiungere la meta! E lo hai fatto!

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