Aggiornamento da Samarcanda

Come avevo previsto non è stato possibile aggiornare il sito prima di oggi, appunto, da Samarcanda in Uzbekistan. Questi giorni hanno visto il nostro tachimetro superare gli 8000km dalla partenza e sono successe un sacco di cose incredibili, soprattutto da quando abbiamo varcato bruscamente il confine tra Europa e Asia. Cercherò ancora di riordinare gli eventi che ci hanno portato fino a qui:
Turchia-Georgia
Abbiamo lasciato gli agi e le comodità di Istanbul avendo perso un intero giorno per il Turkmenistan. Partiamo presto decisi a sfruttare al massimo le ottime strade a scorrimento veloce della Turchia. Guidiamo per oltre 1100 km fino a sera, fermandoci solo in mezzo al niente in un autogrill che sembrava in stile messicano a mangiare tonno in scatola. Nel frattempo avevamo sentito gli “020 bastards” che ci invitavano a raggiungerli in una pensioncina sul mare poco prima di Trabson, costa nord della Turchia. Arriviamo alle 1 e mezzo di notte, troviamo facilmente il luogo grazie alle indicazioni precise di Malou e riusciamo a vedere la loro Kia parcheggiata sulla strada. A loro si era aggiunto il team inglese “the empire strikes Yak” con una Citroen Saxo verde militare.Svegliamo il proprietario che per pochi dollari ci consente di dormire in una stanza un pò decadente dipinta malamente di rosa acceso e piena di grilli. L’umidità era insopportabile, il bagno alla turca era dotato di “scarico manuale” con un congegno a molla attivabile tramite l’apposito secchio posto di fianco. Riusciamo a farci una doccia e a dormire bene per qualche ora. La mattina ci accorgiamo della bellezza del posto in cui ci trovavamo: una casa in legno (rivestita di plastica) affacciata sul Mar Nero con una grande terrazza dove ci viene servita un abbondante colazione alla turca con formaggio, uva, miele, pane, burro e verdure. Abbiamo l’occasione di conoscere i bambinelli del figlio del proprietario che hanno mangiato con noi prima di andare a fare il bagno e a giocare nel Mar Nero. Davvero molto ospitali, peccato che la qualità lasciasse un poco a desiderare. Ripartiamo rinvigoriti e facciamo in 3 ore quei 200km che ci separano dal confine Georgiano. Queste strade a veloce scorrimento nel nord della Turchia sembrano autostrade, se non fosse che sono costellate di semafori e passaggi pedonali. Ci rendiamo conto quella mattina di quanto sia gettonata località turistica questa parte di Turchia sul Mar Nero, i cui hotel su affacciano direttamente sulla statale a 4 corsie che divide le città dalla spiaggia costringendo i bagnanti ad attraversarla continuamente. La strada prosegue ricalcando perfettamente il profilo delle coste fino a che, senza preavviso alla fine di una lunga galleria, ci appare la frontiera Georgiana.Una guardia gentilissima ci invita a portarci in fondo alla lunga coda di automobili che attende in un tratto di statale che una volta era connesso al resto e che oggi era chiuso a causa di uno spaventoso cedimento della struttura della strada.

La strada franata al confine georgiano

Inizia un attesa di circa 3 ore sotto il sole battente con almeno 40° in questa fila impressionante di auto. Facciamo amicizia con un Iraniano su una Peugeot e con qualche camionista. Troviamo qualche team, gli svedesi del team Minotaur e dei ragazzi australiani. La coda a poco a poco scorre verso i cancelli della frontiera, presso i quali diversi locali si mettono a litigare con il furbetto che si infila direttamente al varco senza fare la coda (e ce ne sono diversi, soprattutto Georgiani). Il controllo è abbastanza veloce e dopo dopo siamo in Georgia! Le strade peggiorano subito, asfalto vecchio ed enormi buche rendono la guida impegnativa. Come se questo non bastasse, oltre ai cartelli scritti solo in Georgiano, ci si mettono gli automobilisti del luogo che sfrecciano senza paura per queste strade dissestate effettuando sorpassi assurdi e tagliando la strada a chiunque gli si pari davanti. Sembra che per un Georgiano il fatto di avere qualcuno davanti sia un’onta talmente pesante che deve sorpassarlo subito, senza indugio e in ogni caso. Ci raggruppiamo con 3 o 4 macchine, Inglesi del team “It’ll do a trip” con la Kia Rio, una Punto, e gli scozzesi dei team “frying scotsmen” con una Clio e del team “Petrol, beer, the blood, the sweat and the tears” con una Kia Rio. Partiamo in comitiva diretti sull’unica strada tortuosa che porta a Tbilisi. La strada è un incubo, non tanto per l’asfalto che è quasi a posto, ma per i guidatori locali totalmente indisciplinati che tagliano la strada a chiunque e con qualsiasi mezzo pur di superarti.
Tbilisi: Arriviamo a Tbilisi la notte verso l’una, e iniziamo a cercare un luogo dove dormire. Noi vogliamo partire la mattina successiva, altri se la vogliono prendere più comoda e stare un giorno nella capitale Georgiana. Segue almeno un’ora di continuo girovagare sui viali di una Tbilisi notturna davvero accattivante fino a che non paghiamo un taxi per scortarci verso un ostello. Il tassista, a bordo di una vecchia Opel Vectra si lancia nel traffico della notte e si incunea tra le vie della città vecchia: mentre l’asfalto dei viali era buono, quello delle vie interne non lo era affatto: buche, tratti sterrati, massi, altre buche. In diversi team rimangono incastrati oppure toccano la parte inferiore della scocca dell’auto. Per la nostra auto è il primo test, che supera brillantemente. Dopo un paio di tentativi, stremati, ci fermiamo in un ostello con camerate da 12 persone, per una capienza totale di almeno 90 persone con solo 2 bagni in comune e molti meno materassi rispetto al reale bisogno. Paghiamo ben 5 dollari per questa sistemazione, e crolliamo addormentati nonostante le scomodità e il rumore delle grida di quei teams che facevano baldoria non dovendo ripartire il giorno seguente. La mattina siamo insieme ai 2 teams scozzesi, molto simpatici, facciamo colazione insieme in una pasticceria buona ma cara e ripartiamo di gran carriera verso la vicina frontiera con l’Azerbaijan. Il paesaggio e le strade cambiano radicalmente: mentre fino a quel momento per arrivare a Tiblisi si era trattato di strade quasi di montagna con tornanti, alberi e salite, si para davanti a noi un immensa pianura con dolci colline verdi e a tratti quasi deserto, con villaggi che sorgono quà e là come funghi senza apparente motivo. In mezzo a questo niente colossale si para davanti a noi la frontiera, la prima vera frontiera dall’inizio del viaggio.
Le frontiere da questo punto in poi sono composte da: 1-uscita dal paese in cui ci si trova 2-ingresso nella terra di nessuno 3-ingresso nel paese successivo. L’immancabile fila di auto preannuncia il primo varco, ma siamo felici di incontrare altri teams del Mongol rally, un team irlandese e uno romeno con una vecchia Dacia Logan (originale romena, non francese come quelle nuove). La fila è più scorrevole del solito e ci illudiamo di poter entrare in Azerbaijan e di raggiugere Baku con calma. Quanto ci sbagliavamo…
Terra di nessuno
E’ necessario che questo capitoletto sia dedicato alla terra di nessuno tra Georgia e Azerbaijan, dal momento che abbiamo passato qui gran parte della giornata. Non ho molte fotografie, è severamente vietato scattare foto ai posti di blocco e alle frontiere, le guardie te lo fanno notare subito bruscamente e nessuno vuole creare problemi. L’ingresso nella terra di nessuno, all’ombra di un palazzone di vetro con uffici della dogana Azera è stato fin troppo semplice. Riusciamo a entrare prima che un problema al sistema informatico faccia fermare tutta la baracca. Prima di saperlo ci uniamo ad almeno 4 o 5 teams in attesa dalla mattina, tutti insieme abbiamo saturato il parcheggio della terra di nessuno non potendo nè andare avanti nè tornare indietro. Incontriamo Renata Riva e Sandy con la loro Toyota Verso, gli sposini Neil e Helen con la loro Panda blu, Jerome e compagnia da Bruxelles con la Peugeot 206 SW, oltre agli scozzesi che erano con noi e i rumeni. Inizialmente tutto sembra normale, normali file a portare i documenti, soldi da spendere per tasse varie e assicurazioni dell’auto, porta la foto qui, il passaporto di là, il libretto dell’auto, compila il modulo.. tutto regolare finchè qualcosa allo sportello 7 si blocca. E qui inizia la lunga attesa di oltre —–ore nella terra di nessuno. Qualcuno cerca di giocare a calcio per ammazzare il tempo, ma le guardie lo impediscono. Qualcun altro chiede informazioni ma nessuno sa quando o come la situazione si sarebbe sbloccata. Nel frattempo ne approfittiamo per telefonare alla fantomatica guida per il Turkmenistan, giusto per vedere se esiste e come dobbiamo fare per incontrarla. Cerchiamo di spiegare che saremmo arrivati in Turkmenistan entro 2 o 3 giorni, ma ci viene detto di chiamare il giorno dopo, con le convenienti tariffe Azere.. un pò preoccupati per questo visto del Turkmenistan che ancora non avevamo, con in mano una fotocopia della lettera di invito (rifiutata al consolato Turkmeno a Istanbul) e un numero di cellulare di un agenzia Turkmena dove nessuno parla inglese. Tutto questo dopo ore di attesa nella terra di nessuno per un problema al computer. Dai cancelli riusciamo a vedere la valle dell’Azerbaijan che degrada verso il Mar Caspio. Ma un computer ci impedisce di passare.

Sono state ore sospese, non so bene come le abbiamo passate, so solo che quando inizia a fare sera Renata Riva, con l’apposita macchina per la pasta, si mette insieme a noi a fare le tagliatelle a mano impastando farina georgiana e acqua, e poco dopo si crea una piccola comunità italo-internazionale a mangiare tagliatelle e pasta sotto al manifesto del presidente dell’Azerbaijan nella terra di nessuno.

In questo modo, oltre ad aver riempito lo stomaco, è passato un pò di tempo, abbastanza perchè, poco dopo l’imbrunire, la situazione si sbloccasse. A questo punto in poco tempo siamo in Azerbaijan, è sera e 500km ci separano da Baku. Decidiamo di arrivarci guidando tutta la notte per sistemare la questione dei visti e informarci il prima possibile sul leggendario traghetto “Caspian ferry” che parte solo quando è pieno.
Azerbaijan
Non so come sia l’Azerbaijan. E’ come non esserci mai stati, non so quale paesaggio ci siamo persi guidando in comitiva per tutta la notte. So che la gente guida male almeno come in Georgia, e che le strade sono buie, ma in buone condizioni. E so che alla polizia piace arrotondare lo stipendio. Eravamo 8 auto, tutti consapevoli di quanto fossero ligi al controllo della velocità, soprattutto per gli stranieri. Stiamo attentissimi a non superare mai i limiti, rallentiamo quando si abbassano e lentamente riaccelleriamo quando aumentano. Un posto di blocco a metà strada ci ferma tutti e 8 senza motivo. Il polizziotto ci sistema in un piazzale un auto lontano dall’altra, intimando a tutti di restare nelle auto. Poi inizia, dalla prima all’ultima, il suo “giro della mazzetta”. In ogni auto prende i passaporti e chiede dei soldi per restituirli. Uno dopo l’altro si fa tutte le auto. Noi rimaniamo gli ultimi, da soli, nel buio, con questo polizziotto che, con i nostri passaporti in mano, ci chiede 100$. Mi ero preparato a questo, avevo messo 10$ nella mia tasca, e glieli porgo fingendo di non avere altro a portata di mano. Il polizziotto lì per lì dice che non bastano, ma poi ci lascia andare, finalmente, e raggiungiamo gli altri fermi lungo la strada poco lontano. Ad alcuni non aveva chiesto niente, ad altri aveva preso 50$, e voci girano che ad altri sia andata molto peggio. Decisamente scossi e innervositi per l’accaduto continuiamo a guidare verso Baku fermandoci solo per fare benzina con desiderio di lasciare una volta per tutte questo stato maledetto. Ore interminabili, strade buie, fino all’alba. La luce dorata ci mostra il paesaggio desertico e piatto dell’Azerbaijan mentre ci avviciniamo alla capitale Baku che si annuncia da lontano con i suoi palazzoni moderni e luccicanti. Arrivati all’alba, stremati, alcuni si dirigono verso l’hotel che avevano prenotato prima di partire, mentre noi altri con la Renata andiamo in cerca del consolato Turkmeno per capire cosa fare con il visto. Giriamo per ore per Baku, scoprendo che questo consolato è stato spostato almeno 3 volte e che nessun indirizzo in nostro possesso era valido. Per fortuna all’ultimo indirizzo, oggi un forno, un cliente ci da delle indicazioni corrette e poco dopo incontriamo i ragazzi scozzesi che festanti ci indicano le direzione del consolato. Siamo felici, ma stanchi. Non ho molti ricordi di Baku, solo qualche impressione: una città moderna che cerca di nascondere la propria indole povera e degradata con strutture moderne e vialoni alberati, nel complesso una città interessante. I lavori sulle strade procedono di fretta, senza segnalazioni, alcuni dicono perchè il presidente non vuole vederli al suo ritorno. Le strade sono costellate di lavori non segnalati, il traffico passa letteralmente dentro i cantieri dove i lavoratori non sembrano disturbati dal traffico impazzito che gravita intorno a loro. Gli azeri guidano anche peggio rispetto ai georgiani, con questi macchinoni e SUV te li trovi contromano o fermi in 4° fila in mezzo a un viale bloccato dal traffico.
Il consolato Turkmeno è in un vicolo sretto e sporco all’interno di un quartiere che è in verità è un cantiere a cielo aperto, un pò come tutta Baku. Troviamo almeno una ventina di ragazzi del Mongol Rally, ognuno con i propri problemi di passaporto. Ci accoglie un tipo strano, un certo Ismahil, che amichevolmente ci invita a dargli i passaporti così che il consolato ci possa processare tutti e metterci insieme sul traghetto. Passa almeno un’ora, durante la quale ritelefono all’agenzia turkmena avvisando che sono a Baku, ma chi risponde non parla inglese. Nel frattempo Ismahil ci comunica che la nostra lettera di invito è valida e che ci farà il visto per il Turkmenistan. Per noi significa aver risolto l’unico problema con i visti che avevamo, forse il più difficile da sistemare. Avevamo paura di non riuscire ad ottenere il visto e che saremmo stati costretti a trovare un’alternativa, come altri pultroppo hanno dovuto fare. Con i visti in regola, stanchi morti, apprendiamo che il traghetto sarebbe partito la mattina successiva. Ognuno torna al suo albergo, ognuno per la sua strada, e rimaniamo con i ragazzi scozzesi che, come noi, non avevano un posto dove dormire. E’ Ismahil a proporci un appartamento con bagno e cucina, a prezzo medio ma non lontano dal porto e ci fa accompagnare da un ragazzo. Andiamo con lui, l’appartamento non era male anche se sembrava che ci avesse dormito e mangiato il nostro accompagnatore fino al giorno prima. Assonnati stiamo per accettare quando ci giunge la notizia da Ismahil che il traghetto sarebbe partito la sera stessa e che ci saremmo dovuti trovare al porto alle 5 del pomeriggio. Ormai erano le 2, troppo tardi per dormire, ma abbastanza presto per mangiarci insieme agli scozzesi un bel kebap succulento in un locale di fronte. Mangiamo con calma e riprendiamo le energie. Con largo anticipo arriviamo al porto e ci fermiamo a fare un pò di spesa in un centro commerciale moderno proprio sul mare: un centro commerciale uguale a tutti gli altri, se non fosse che le persone hanno un aspetto diverso e c’è una musica strana azera negli altoparlanti. Approfittiamo del bagno pulito e ci dirigiamo verso il supermercato, molto piccolo rispetto alle dimensioni del centro. Compriamo un pò di pane, del formaggio in scatola la cui etichetta recitava fieramente “15 years in Azerbaijan” (15 anni in Azerbaijan) come se si trattasse di una garanzia, un salame dall’aspetto plasticato e dell’acqua.
Usciamo attraversando l’ennesimo cantiere e persino il ragazzo che ci accompagna perde la strada per il porto. Arriviamo comunque tra i primi, dopo altri cantieri, al piccolo e fatiscente porto di Baku.

Baku

E’ una città sul mare, che vive del porto, ma che non fa altro che nascondere sia il mare che il porto. Assurdo Azerbaijan. Nel giro di un ora siamo raggiunti dagli altri teams che volevano prendere il traghetto, nel frattempo schiacciamo un pisolino sull’erba di un aiuola all’ombra di un manifesto pubblicitario. Non dormiamo da 2 giorni e siamo molto stressati. Ma il bello deve ancora venire. Sono le 6 del pomeriggio quando parcheggiamo di fronte all’entrata della nave. 24 ore prima eravamo in attesa per entrare in Azerbaijan, e in quel momento eravamo in attesa IN Azerbaijan. Inizia la trafila dei documenti da dare, il passaporto di qua, il libretto di là, compila questo modulo.. passano le ore, poi le autorità portuali vengono a misurare le nostre auto, dal momento che per far salire l’auto si paga un tot per ogni metro. Noi paghiamo per 30cm in più, nonostante fossimo l’auto più corta di tutta la combriccola. Paghiamo in 2 persone + l’auto 470$, una cifra molto più alta rispetto ai prezzi normali, ma ovviamente visto che eravamo tutti costretti a passare da lì hanno pensato bene di aumentarci i prezzi. Sicuramente il caro Ismahil se ne è preso una parte. Non ho fotografie di questo momento, perchè il porto a Baku è una frontiera e le guardie si erano già innervosite molto. Passa un’altra ora e iniziamo la trafila assurda per l’imbarco: ci dividono tra proprietari delle auto e passeggeri, in due file parallele che ogni tanto si incrociavano. Iniziano a riempirci di carte da firmare, di ricevute, di biglietti da portare all’ufficio successivo per un timbro per poi tornare indietro. Loro intanto, tra un film porno e una sigaretta in tranquillità, compilano interamente a mano e lentamente tutte le loro carte. Ma si vede non con molta attenzione, nei documenti di imbarco la nostra Fiat Seicento è diventata una Kia Sorento.. ma apparentemente a nessuno interessa dei documenti, a loro basta farti pagare. Verso mezzanotte i passeggeri possono salire, mentre noi proprietari rimaniamo in attesa di poter imbarcare le auto. Un’altra tassa di 15$ per utilizzare il ponte che porta alla nave e dopo altre 2 ore ci fanno salire a bordo.
Il Caspian ferry
Dedico un capitolo a parte anche in questo caso, il traghetto è una via di mezzo tra la terra di nessuno e uno stato a parte. Sulla nave ci rincontriamo tutti, io trovo Andreas con la faccia stravolta, che mi racconta del caos e delle battaglie per ottenere una stanza doppia con finestra e bagno, anche se quest’ultimo si rivelerà una bomba chimica puzzolente. Non abbiamo mai aperto la porta per intero per verificare cosa ci fosse nel nostro bagno da quanto faceva puzza. La nave è vecchia e rugginosa, la stiva puzza di nafta e tutto è in disordine e lasciato andare. Non c’è nessuna area realmente interdetta ed è molto facile perdersi. Conserva però un certo fascino di decadenza Sovietica.

L’interno del Caspian Ferry

La parte degli alloggi dei passeggeri è stata “rimessa a nuovo” probabilmente in un pomeriggio rivestendo semplicemente tutto con la plastica, materassi compresi. Non ci lamentiamo della sistemazioni, altri stavano in stanze da 4 persone senza finestra, e vi assicuro che il caldo e l’umidità erano opprimenti. Senza troppe cerimonie ci mettiamo a dormire di sasso, dopo 2 giorni non stop. Dormo 3 o 4 ore, svegliato dalle luci dell’alba, e mi accorgo che siamo ancora a Baku. Forti rumori di ferraglia suggeriscono che i treni merci si stanno imbarcando solo ora. La nave parte verso le 9, ma continuiamo a dormire fino al primo pomeriggio, quando i nostri amici vengono a svegliarci. Ci dirigiamo verso il cafè, dove tutto ha prezzi altissimi, e siamo contenti di aver fatto un pò di spesa la sera prima. Il salame di plastica non è male, e anche il formaggio “15 anni in Azerbaijan” si fa mangiare, forse perchè la fame rende tutto più buono. La sera prima eravamo troppo stanchi per avvicinarci al bagno, ma la mattina la natura chiama e, dal momento che il nostro emana un odore cadaverico, ci dirigiamo verso il bagno pubblico. Credo sia meglio omettere la descrizione di ciò che ho visto in quel momento, l’unico cesso disponibile per tutta la nave era lì, davanti a me, ricolmo dei contributi di centinaia di utilizzatori prima di noi. L’odore non era orribile come sarebbe dovuto essere, forse perchè tutta quella varietà di rifiuti si auto-bilanciava o perchè era a un livello di puzza oltre lo spettro olfattivo umano. Forse un cane o un sommelier avrebbero trovato morte certa.
Su questa toilette sciabordante di regalini si concentrano le discussioni divertentissime tra i ragazzi del rally, uno di essi, un motociclista, fonda una religione basata sul visitare una volta nella vita l’altare della cacca e scattarvi una fotografia (come io stesso con coraggio ho fatto).  Poi ci sono gli apostoli di questa religione che sono coloro che hanno fisicamente contribuito a quella ricchezza.. evitando di proseguire la discussione vorrei dire a tutti che l’esperienza di questo traghetto sarebbe stata orribile se non fossimo stati così in buona compagnia. Capaci di ridere di situazioni altrimenti molto poco divertenti, come la signora russa vestita di rosa acceso che girava urlando e sbattendo sulle porte con tutti i nostri passaporti.. Si creano delle bellissime amicizie sul traghetto, lo schifo che ti circonda ti porta a socializzare. Uno dei motociclisti ha corrotto un membro dell’equipaggio e si è fatto dare una stanza molto bella con bagno funzionante, che gentilmente mi consentono di utilizzare (e menomale). La sera ci rincotriamo ancora con i ragazzi scozzesi e replichiamo il pranzo con lo stesso salame di plastica e il mitico formaggio in scatola. Stavolta però entriamo nella caffetteria (chiusa) rimuovendo il blocco alla porta rappresentato da una sedia, e ci sediamo dove parte della ciurma ha bevuto del tè, lasciando un thermos pieno di acqua calda, la teiera e le tazze. Ci appropriamo dei loro scarti e ne banchettiamo con felicità. Nel frattempo, essendo tutto deserto, ci avventuriamo nelle cucine e ci prendiamo altra acqua calda per fare altro thè. A nessuno pare importare niente che ci siamo piazzati lì, e poco dopo siamo raggiunti da tutti gli altri ragazzi che migrano nella caffetteria a giocare a carte, essendo il ponte esterno troppo buio e freddo per poterci stare. Approfittando della confusione decido di appropriarmi della teiera del Caspian ferry che vado a nascondere nel cofano della nostra auto (in caso di ispezione può sembrare una parte del motore). Quando ci svegliamo la mattina preso successiva siamo al porto di Turkmenbashi, non poco preoccupati per il fatto che non è possibile fare telefonate in mezzo al mare, e neanche in Turkmenistan che non offre copertura di rete a telefoni stranieri. La guida ci sarà o no? E’ davvero obbligatoria per noi? Ci faranno problemi? Con queste preoccupazioni ci avventuriamo zaino in spalla sul ponte anteriore della nave, passando per l’incandescente sala motori dove uno ad uno ci fanno scendere, a piedi, verso la frontiera del Turkmenistan. Fà tanto caldo e a nessuno è avanzata dell’acqua. Il sole, girando, toglie quel poco di ombra che un gazebo di metallo proiettava su di noi. Oltre il cancello della frontiera, mentre aspettiamo che ci aprano le porte, intravedo un giovane ragazzo con una cartella con i nostri nomi. E’ la guida! Lo chiamo e scopro essere la stessa guida di un gruppo di ragazzi di Roma con 3 Panda. Scopriamo di essere stati gli unici a pagare in anticipo, e più tardi scopriremo di aver pagato molto di più del reale prezzo (grazie Intelservizi-Euroest!). Ci faremo sentire da questa agenzia truffaldina al nostro ritorno a casa. La guida, Aziz, ci nota e ci fa entrare subito, prima di tutti gli altri, e cerca di velocizzare la comunque lentissima procedura di ingresso in Turkmenistan. L’ufficio di frontiera è grande, alto, pulito e con aria condizionata e decine di guardie e impiegati lavorano dentro i loro uffici, almeno 10. Dobbiamo far visita ad ognuno di loro nel corretto ordine per entrare. Tra tasse, bolli e assicurazioni ci costa 400$ entrare in Turkmenistan e ci riempiono di fogli, documenti, ricevute. Loro compilano i dati dell’auto, dei nostri passaporti, e tutto quanto in enormi libroni tutto rigorosamente a mano, e in molteplici copie. Un lavoro lento ma preciso, come se loro stessi temessero un controllo dall’alto. Su tutti il faccione del presidente del Turkmenistan osserva severo ritratto nel suo ufficio con una penna in mano, con le bandiere e i simboli dello stato dietro di lui. Per noi il procedimento dura solo 4-5 ore e usciamo verso le 2 del pomeriggio. Gli altri ragazzi del Mongol Rally dovranno attendere fino a sera o alla mattina successiva. Prima di uscire compro 6 bottiglie di acqua fresca al bar e vado a portarle fuori, dove la temperatura è altissima, non c’è bagno nè acqua e sono tutti costretti in un quadratino di ombra troppo piccolo per far entrare tutti. Recupero la macchina, le guardie fanno una rapida e superficiale ispezione, più curiosi di queste strane auto che a controllare eventuali cose irregolari, e partiamo con le 3 Panda dei romani, gli svedesi del team minotaur e la guida verso Asbagat.
Turkmenistan
Entriamo in questo stato con una gran voglia di uscirne il prima possibile, ma restiamo subito incantati dal primo vero deserto che i nostri occhi abbiano mai visto: la strada è una lingua di asfalto che passa attraverso il niente sabbioso più totale seguita dai tralicci della corrente (che fanno un lieve rumore elettrico molto preoccupante). Dromedari al lato della strada, paesi polverosi, carri trainati da animali, vecchi camion rattoppati e rugginosi mentre procediamo spediti su una strada in ottimo stato. Nel momento stesso in cui stai per ricrederti sul Turkmenistan, ecco che la strada finisce e diventa un incubo di dossi, buche e speroni che rallentano non poco il nostro viaggio. Così rallentati ci fermiamo a metà strada a mangiare in un tipico autogrill per camionisti, dove la gente sta distesa su piattaforme di legno e si serve da mangiare da un tavolo basso sorseggiando the e mangiando spiedini di carne e pollo. I romani vogliono fermarsi a dormire, mentre noi e gli svedesi decidiamo di proseguire: loro hanno un piccolo fuoristrada, l’idea è che ci possano aiutare nel buio a trovare la strada migliore. Il programma è di incontrarci tutti insieme il giorno dopo in un hotel ad Asgabat.In realtà le cose sono andate diversamente: abbiamo perso dopo poco gli svedesi, che andavano veloci, e ci siamo trovati soli, di notte, su una strada terrificante e piena di tir. I guidatori Turkmeni sono molto civili e rispettosi, ma le loro strade sono le peggiori viste fin ora. Dormiamo in auto in un parcheggio per camion e ripartiamo la mattina seguente scoprendo di aver fatto quasi tutto il tratto dissestato della strada, che poco dopo migliora fino a diventare perfetta nei pressi della capitale.

La mattina scopriamo che gli attacchi posteriori del portapacchi si sono sganciati, e la carrozzeria del tetto in quel punto si è piegata. Smontiamo tutto, ma ci rendiamo presto conto di poter far poco senza attrezzi adatti. Lego il portapacchi con una cinghia alla parte inferiore dell’auto e ripartiamo dopo aver alleggerito il portapacchi mettendo le gomme in auto.

 

 

 

 

 

Asgabat- dopo km e km di deserto senza fine, paesaggio monotono e arido ecco che si apre l’oasi di Asgabat: viali alberati, aiuole verdi, le foto del Presidente nelle rotonde, edifici bianchissimi e altissimi e moderni in mezzo al niente, via via sempre più densi fino a diventare un contiuum ad Asgabat. Moschee d’oro e marmo bianco, fontane, alberi, ordine. Avvicinandoci alla città abbiamo la fortuna di scorgere in un pulmino la nostra guida, che in una Panda dei romani è riuscita di notte ad arrivare ad Asgabat senza fermarsi (guidando come pazzi), ci riconosce e ci fa cenno di seguire il pulmino. E’ una fortuna per noi, Asgabat non ha cartelli stradali e ci saremmo sicuramente persi. Arriviamo stanchi, affamati e puzzolenti al lussuoso albergo dove stanno i romani della prima Panda e gli Svedesi. Più tardi ci hanno spiegato che li abbiamo persi perchè sono stati fermati 5 volte dalla polizia, e che sono arrivati poco prima di noi all’albergo. In Turkmenistan i cellulari non funzionano, è davvero facile perdere i contatti con tutti ed è impossibile ritrovarsi se ciò avviene. La nostra giornata da questo punto è dedicata per intero o quasi alla registrazione della nostra presenza nel Turkmenistan. Un pulmino ci porta in giro per Asgabat, prima alla banca, poi all’agenzia dove ci registrano. Dai finestrini una città assurda si para davanti a noi, palazzoni bianchi e soli bianchi, vetri a speccio, moschee dorate e bianche, verde e ordine, il faccione del presidente. Traffico ordinato, una città estesissima e poco densa, tra un palazzo e un altro c’è qualche centinaio di metri di verde, un pò come il prototipo di città ideale di inizio secolo. Al nostro ritorno in albergo ci attende un grosso fuoristrada che ci accompagnerà verso il cratere di Dravaza, le porte degli inferi, un enorme buco dal diametro di 50 metri in mezzo al deserto in fiamme da oltre 40 anni a causa di un errore di trivellazione dei Russi.

Dravaza Crater-Il cratere si trova a metà strada tra Asbagat e il confine a nord con l’Uzbekistan. Partiamo nel tardo pomeriggio e imbocchiamo la strada, per fotuna in buone condizioni, che attraversa il bellissimo deserto del Karakum, con dune, dromedari e pianticelle basse. Arriviamo presso il piccolo villaggio di Dravaza dove ceniamo con uno spiedino di carne alla brace, e ci iniziamo ad allontanare dalla strada principale, rimanendo insabbiati ogni tanto. La guida nel gippone sembra non avere la pazienza di aspettare che le nostre piccole auto escano dalle trappole di sabbia che ci aiuta poco ad evitare. Ci fermiamo finalmente in un largo spiazzo, e siamo raggiunti da un team Norvegese su una Daewoo Matiz blu, e si uniscono a noi. In pochi sapevano che il cratere fosse irraggiungibile con un auto normale, in molti non lo hanno nemmeno trovato. E’ a 30 km di puro deserto e sabbia dalla strada principale, ci arriviamo a bordo di questo enorme mostro che quasi senza fatica trasporta 12 persone in fuoristrada a 50-60 kmh. Ormai è notte, ma nel buio del deserto una luce rossa appare all’orizzonte. Ci avviciniamo finchè la strada si apre davanti a questa enorme buca nel deserto fiammeggiante. E’ una visione incredibile e pazzesca, il fuoco che brucia i gas che escono copiosi dal sottosuolo, resiste da quasi 50 anni a ogni tentativo di estinguerlo e rendendo impossibile l’estrazione del petrolio da uno dei più grandi bacini non utilizzati del mondo. Il calore è pazzesco, restiamo tutti estasiati e stupiti da questa bocca infernale, ogni anno più grande a causa del cedimento delle pareti esterne. Intorno a noi il deserto è scuro, non c’è assolutamente niente per km e km, siamo noi, soli e il cratere che brucia così forte che pare possa scoppiare da un momento a un altro. Non so quanto siamo stati lì, all’iniziale stupore è arrivata l’euforia per essere arrivati sani e salvi fino a questo momento, nonostante i documenti mancanti e la paura di non essere ammessi al confine. Il cratere è stato tutto questo, una conquista, una storia da raccontare, un traguardo raggiunto, una delle cose più spettacolari che abbia mai visto. Il gippone ci riporta vicino alle nostre auto, montiamo le tende e dormiamo di sasso. La mattina successiva ripartiamo verso il confine nord, purtroppo le strade peggiorano e una delle Panda (quella bianca) si ferma. Mi improvviso meccanico e facendo un pò di prove capisco che il problema sta nel fatto che non arriva più benzina al motore. Rimuovendo il filtro dell’aria ne ho messa un pò della mia dalla tanica e il motore riparte, per poi fermarsi una volta che l’ha “bevuta” tutta. Smontiamo allora il coperchio del serbatoio e troviamo il tappo dove c’è la pompa della benzina. 9 anni di vita lo hanno praticamente saldato al serbatoio di plastica, e servirà l’intervento di 2 meccanici locali per svitarlo. I ragazzi romani hanno una pompa di riserva, ma l’auto non ne vuole sapere di partire. Capiamo allora, collegando la pompa direttamente alla batteria che non è quello il problema, ma che proprio non arriva corrente alla pompa. Trainiamo la Panda bianca un centinaio di km più avanti dove ci aspetta un meccanico con attrezzi più adatti a riparare problemi elettrici. Dopo qualche ora la pompa riceve di nuovo corrente e possiamo ripartire. Le strade peggiorano, la comitiva si scoglie e rimaniamo soli. Seguiamo la strada fino a un villaggio nel Turkmenistan del nord dove girano un sacco di Daewoo Matiz targate svizzera, probabilmente è qui che vengono portate queste auto rottamate. Non abbiamo molto tempo per fermarci, chiediamo indicazioni. Strade sterrate e prive di cartelli rallentano molto la nostra andatura, solo verso le 18:30 riusciamo ad arrivare alla frotiera -chiusa- davanti ai cancelli della quale un centinaio di persone appiedate sta campeggiando in attesa dell’apertura della mattina seguente. Chiediamo alle guardie dove poter dormire, un pò preoccupati perchè rimasti soli e senza guida, senza neanche sapere se gli altri sono riusciti a entrare almeno nella terra di nessuno o no. Troviamo l’hotel lungo la strada, e poco dopo siamo raggiunti dalle Panda dei romani. Ritroviamo la guida e ci rilassiamo un pò. La sistemazione per la notte è molto approssimativa, ci danno una stanza senza letti dove stare in 12 per terra, la stessa stanza dove ci hanno servito da mangiare. Un bagno per tutti e una doccia. Per me sarà la prima doccia dopo Istanbul. Questo albergo in realtà è un posto dove si organizzano le feste per i matrimoni, tutto in stile orientale moderno, ovvero vagamente tamarro e posticcio. Luci colorate di dubbio gusto, musica orrenda, drappi colorati a nascondere crepe nei muri e mattonelle mancanti. Ripartiamo senza colazione la mattina seguente diretti verso la frontiera. L’uscita dal Turkmenistan è stata rapida e indolore, solo un’oretta tra un ufficio e un altro. Salutiamo Aziz, la nosta guida, e ci dirigiamo verso la frontiera Uzbeka. Dopo pochi e superficiali controlli siamo dentro.

Uzbekistan
Se credevamo di aver visto brutte strade in Turkmenistan è perchè non eravamo stati ancora in Uzbekistan. Come spesso accade si viene accolti piuttosto bene, poi improvvisamente la condizione peggiora fino a livelli inimmaginabili. Ci separiamo dai romani per dirigersi direttamente verso Samarcanda: le strade sulle mappe sono segnate come importanti e crediamo di arrivare in qualche ora. Procediamo senza particolari intoppi fino a Nukus, per strada come in Turkmenistan siamo salutati dagli altri automobilisti che ci chiedono da dove veniamo e sorridono. Siamo rimasti davvero stupiti dalla gentilezza delle persone in questi strani paesi. Da Nukus in poi inizia l’incubo. Un vecchietto con la sua auto ci scorta fino alla statale, altrimenti introvabile, e inizia un enorme cantiere stradale lungo 200km. La strada è stata demolita, ne è stata costruita una nuova di zecca che corre parallela, ma è bloccata da barriere in terra e cemento in attesa di non si sa cosa. Quindi auto, tir, camion e noi siamo costretti a guidare sulla strada demolita, con buche, voragini, sterrati per km e km, ore e ore di martellamento continuo a velocità ridottissima. I camionisti ci suonano e ci salutano divertiti, chissà cosa avranno pensato. Troviamo diverse auto in panne, tanti intenti a sostituire pneumatici forati, procediamo come un fantasma quasi a passo d’uomo e scorrono intorno a noi tutti questi personaggi: Tir stracarichi, camion antichissimi, intere famiglie a bordo di auto velocissime, buche, polvere. Intorno a noi il deserto. Nessuna pompa di benzina, niente acqua, solo tanta polvere, tanto sole e tante buche. A un certo punto, dopo ore di strada che non accennano a migliorare, ma che anzi peggiorano di km in km decidiamo di tentare a salire sul tratto di strada nuova, sfruttando una deviazione sterrata quasi migliore della strada. Riusciamo a fare qualche km in pace, fino a che dei blocchi di cemento non interrompono il nostro cammino. A quel punto possiamo tornare indietro sconfitti, oppure tentare la sorte facendo un pò di sterrato e aggirare l’ostacolo. Ci gettiamo nella sabbia e ci si para davanti una salita incredibile di sabbia e terra, unica via possibile per recuperare la strada “buona”. Ci armiamo di coraggio e lanciamo la nostra Seicento alla conquista di questo enorme dislivello. L’auto senza problemi conquista la cima e guadagna un altro pò di strada buona! Euforici ci fermiamo un attimo a festeggiare, ed ecco che un grosso camion scollina il dislivello, e gli autisti strabuzzano gli occhi increduli che un auto così piccola, la più piccola che abbiano visto per strada, sia riuscita a fare quel tratto di strada indenne. Seguiamo questo camion che pare conoscere bene il percorso, scegliendo le parti meno complicate. Alla fine del tratto di strada osceno, si fermano a fare due chiacchiere con noi rassicurandoci che da quel punto fino a Bukhara la strada è nuova di zecca. Ripartiamo fiduciosi, felici di poter volare a 120 all’ora nell’autostrada nuova di zecca in Uzbekistan, facciamo in un ora la stessa distanza che ci era costata 5 ore di guida spaventosamente difficile. Ovviamente la strada nuova a un certo punto, troppo presto, finisce regalandoci all’imbrunire le stesse strade pessime in stile Turkmenistan. Meglio non guidare di buio, ci fermiamo in una piazzola nel deserto, montiamo la tenda e dormiamo.

Bukhara- In mattinata riusciamo a raggiungere Bukhara, ci vuole un paio d’ore per trovare la città vecchia nel groviglio di strade polverose e dissestate della parte nuova, piena di meccanici, elettrauto, concessionari e (incredibile in mezzo al deserto) falegnamerie. Troviamo la parte protetta dall’Unesco senza cartelli e decisamente poco protetta. Quello che una volta era la scuola islamica, con manoscritti e moschee è oggi un bellissimo edificio del 1300 mai restaurato ma quasi in buono stato. La porta è aperta in uno dei due edifici gemelli, entriamo e non c’è anima viva, solo un ufficio governativo. Pare che l’interno della moschea sia il magazzino privato di qualcuno, tutte le porte (originali) sono chiuse. L’edificio di fronte, gemello, ha il portone chiuso, ma per pochi dollari una specie di custode ci accompagna dentro. Incredibile ciò che abbiamo visto, sembrava un cantiere di restauro ma senza cantiere, ovvero era tutto per aria e disordinato e lasciato a se stesso. Vecchi voltantini impolverati a terra, un plastico polveroso e questa guida improvvisata che ci dice in che stanza ci troviamo. Ci consente di salire sul tetto della moschea prima di allontanarsi al telefono. In poche parole rimaniamo soli, turisti illegali dentro un monumento chiuso, con l’auto là fuori non proprio al sicuro. Non appena ho realizzato questo mi sono fiondato verso l’uscita e mi si è gelato il sangue quando ho visto che il pesante portone era chiuso. Non a chiave, ma abbastanza chiuso da non essere facile aprirlo da dentro. Allora sfilo un tondino di ferro che teneva fermo uno dei battenti e faccio leva su quel legno così antico, per fortuna senza danneggiarlo, e riesco ad aprire il portone. Fuori nessun segno della guida, non c’è nessuno. Convinto di aver fatto molto bene a uscire da quel luogo bellissimo e abbandonato, torno alla macchina. In quel momento siamo raggiunti dalla Panda del TeaMujin che venivano dall’Iran e che erano ospitati a casa di una ragazza del luogo. Ci scambiamo i numeri e ci separiamo. Ci fermiamo a mangiare davanti alla fortezza di Bukhara, chiusa per restauro, e ripartiamo verso Samarcanda. Per fortuna c’è una specie di autostrada tra le due città, anche se è frequente trovare pedoni che attraversano, ciclisti e auto contromano. Arriviamo a Samarcanda in un paio di ore, e anche qui siamo inghiottiti dal caos delle strade dissestate piene di buche senza cartelli. Cerchiamo uno dei B&B consigliati dalla guida, ma non riusciamo a seguire le indicazioni della mappa da quanto contorte sono le strade. Persino la gente del posto non sa trovare casa propria dalla mappa. Dopo poco troviamo un team Svizzero su una Panda e una famiglia americana su una Opel Corsa (Vauxall) con targa inglese. Insieme ci perdiamo per un paio di ore tra i vicoli di Samarcanda, letteralmente assaliti dai bambini incuriositi dalle nostre auto. Scoprirò più tardi che il comune di Samarcanda ha cinto con delle mura l’area residenziale tradizionale di Samarcanda consentendo il traffico solo nelle principali arterie costruite nei tempi della dominazione Sovietica. Solo che tutti gli hotel sono dentro la città vecchia. Dopo esserci persi di vista, e rimasti soli ancora una volta, ritroviamo gli svizzeri davanti al B&B che stavamo cercando, che è pieno. Ci indirizzano allora verso un altro a poca distanza dove troviamo una stanza doppia con internet,bagno funzionante e colazione abbondante a 25$ per notte (in due). Accettiamo, mettiamo l’auto in garage e ci rilassiamo un attimo.

Sono costetto a fermarmi qui, siamo in partenza verso il Kyrgizstan. Abbiamo deciso di non attraversare il Tajikistan a causa degli scontri che sono avvenuti nei giorni scorsi, quindi il team “we go of nothing” non farà la mitica Pamir Highway. Ho scritto tutto questo in poche ore, non posso accedere al sito perchè in Uzbekistan Worpress sembra essere bloccato, quindi vorrei ringraziare Elisabetta che lo aggiornerà per me aggiungendo le foto che sono riuscito a mandare. Vorrei ricordare a tutti che con connessioni così lente il lavoro sulle immagini è il più complicato, al nostro ritorno le metteremo tutte, e faremo il montaggio delle ore di video che abbiamo ripreso. Un saluto a tutti, davvero non so quando potrò aggiornare, forse dal Kazakistan.

Per vedere dove si trovano in questo momento Samuele, Andreas e gli altri team sulla mappa cliccate qui:

http://www.theadventurists.com/the-adventures/mongol-rally/edition/summer-2012

10 thoughts on “Aggiornamento da Samarcanda

  1. Interessantissimo aggiornamento, leggo con trasporto ogni parola e mi viene in mente la tua voce al telefono qualche giorno fa, sono emozionato! Ho visto le foto del portapacchi, non avrei mai pensato possibile che si potesse piegare il tetto, roba da urlo, hai voglia a fare un portapacchi robusto……..
    Sono contento di sentirvi carichi e che questo viaggio stia rispettando le aspettative rivelandosi una meravigliosa esperienza.
    Un forte abbraccio
    Papi

  2. che bel racconto… sembra un romanzo d’avventura…. in attesa di sapere notizie sulle vostre nuove tappe. Un grande abbraccio!!!!!

  3. Ho le lacrime agli occhi! Vi auguro tanto salame di plastica e bagni bòni! Grazie per le news.. Una pacca alla ‘600😉

  4. Ragazzi, non posso fare altro che rinnovarvi i complimenti per quanto state facendo. Calcolate che ogni giorno entro svariate volte nei 2 indirizzi web a cercare novità… Avanti così!!!

  5. Ciao Samu e’ una grande emozione sapere che stai realizzando un tuo grande sogno!Corri ragazzo corri e accumula ricchezza interiore da questo bel viaggio .Mamy

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