Aggiornamento da Istanbul

Dopo la prima settimana finalmente a Istanbul abbiamo trovato un pò di tempo e tranquillità per poterci finalmente riposare e potervi scrivere come vanno le cose. Fino a ieri è stato un viaggio molto impegnativo e quasi senza soste: dalla separazione con i nostri mitici accompagnatori (Agnese, Dario, Elisabetta, Michela) a Linz, in Austria, abbiamo guidato praticamente per tutto il giorno fermandoci solo per breve tempo.

Austria-Ungheria

Dopo esserci separati con i nostri fans, non con poca emozione, abbiamo cercato di mettere più chilometri possibili dietro di noi, le autosrade austriache sono molto veloci e ci hanno consentito velocemente di attraversare Vienna e di entrare in Ungheria, in direzione di Budapest. Il programma era di raggiungere il confine con la Romania entro sera, per questo abbiamo limitato al massimo le soste limitandoci a fare benzina ogni tanto. Abbiamo pranzato con barrette senza fare mai una reale sosta. Le autostrade Ungheresi sono abbastanza economiche e molto scorrevoli, ma dobbiamo uscire e attraversare i viali di Budapest, e abbiamo il nostro primo assaggio di vera urbanistica sovietica: alti palazzoni di cemento, tutti uguali e un pò decadenti, anche se si percepisce uno sforzo da parte del governo di addolcire l’impressione del visitatore con viali alberati e fioriere. Ogni tanto emerge dall’anonimità sovietica qualche palazzo dal sapore Imperiale Austriaco, testimonianza di quanto quasi due secoli fa questo luogo fosse importante. Da Budapest puntiamo verso sud fino a che le autostrade non finiscono, e usciamo nella cittadina di Makò, a pochi km dal confine con la Romania. Restiamo stupiti dalla bellezza di questa piccola città lontana dai grandi centri, per la cura dell’arredo urbano e per l’evidente sforzo di dimenticare il passato comunista sovietico che anche qui ha lasciato la sua impronta di palazzoni. Lungo la strada troviamo un cartello che indica una pensione, praticamente in casa di un Ungherese molto simpatico e accogliente che ci offre una camera doppia e colazione a 36€ per tutti e due con parcheggio interno per la nostra macchina. Accettiamo l’offerta dal momento che non dormiamo in un vero letto dal Trentino, neglle ultime due notti avevamo dormito rannicchiati nei sedili anteriori della nostra Seicento. Doccia calda, un letto, cena con un panino di dimensioni esagerate a poco prezzo.. decidiamo di fare una giratina per Makò scoprendo una città vivace, tantissime biciclette, famiglie con bambini, anziani che passeggiano. Troviamo quà e là edifici bizzarri, un’architettura spiccatamente Ungherese-Balcanica, morbida, sinuosa e sfaccettata volutamente in netto contrasto con la rigidità dell’impostazione sovietica. L’edificio maggiormente particolare é quello delle terme: una struttura strana che offre un angolo di relax ai turisti che tutti sperano un giorno verranno qui. Ci sono infatti tre mondi che convivono, quello Ungherese “antico” con le sue case in legno e pietra con tetto spiovente (come la nostra pensione) e i palazzi governativi del periodo Asburgico, il periodo Sovietico con i suoi condomini seriali e lunghi, e il periodo “moderno” che vuole recuperare la propria identitò di nazione diversa dalle altre, recuperare l’identità Ungherese.

Emblematiche le vecchie Trabant sovietiche che ancora arrancano per le strade accanto alle nuove auto della gente. Testimone del mondo che cambia, resto colpito da una di queste parcheggiata proprio di fronte al cancello delle strane terme di Mako.

Dormiamo molto bene, ristorati dalla doccia e ben pasciuti, prima di ripartire ci fermiamo a scattare qualche fotografia e a scambiare qualche parola col proprietario della “Pensione Caravan”. Scopriamo che ha la passione per le radio antiche e che ha un figlio che insegna Matematica negli Stati Uniti. Ci fa tanti auguri per il nostro viaggio e ripartiamo pieni di stupore per aver trovato un posto così bello dove proprio non ce lo aspettavamo.

La nostra felicità viene subito stroncata da una pattuglia di polizia Ungherese che pochi minuti dopo essere partiti ci ferma e vorrebbe farci una multa di 80€ perchè avevamo i fari spenti. La cifra esorbitante è frutto di un errore (crediamo volontario) nel cambio tra la valuta ungherese e l’Euro. Iniziamo a fingere di non capire, a chiedere dove possiamo pagare, dov’è l’ufficio postale, e poi mostriamo sul portapacchi il nostro itinerario verso la Mongolia. Gli ufficiali ci sorridono e ci dicono che dieci minuti prima avevano visto altre due auto del Mongol Rally.. a questo punto ci lasciano andare, e noi sorridendo (e con i fari accesi) ci dirigiamo verso il confine con la Romania.

Romania

Veniamo accolti da quello che una volta doveva essere la frontiera, oggi una copertura fatiscente e rugginosa dove pigri ma simpatici poliziotti di frontiera ci controllano i documenti e si fanno quattro risate vedendo la nostra auto e il percorso che dovremo fare. Ci fanno ripartire verso il baracchino che vende la “vignetta” per le strade rumene e cambiamo i nostri euro nella valuta locale, che sembra finta. Le strade in Romania sono terribili: pochissima segnalazione, automobilisti completamente folli, e intere stricie di asfalto mancanti in attesa di riparazione non segnalate. Queste insidie sono anche peggiori delle buche, perchè sono larghe come tutta l’auto e alte 4-5cm. Riusciamo a vederle quasi sempre in tempo, spesso dovendo fare brusche deviazioni o grosse frenate. Questo ci costringe a tenere un ritmo contenuto per tutta la Romania, ma non sembra essere un problema per gli automobilisti locali che sfrecciano su stradine dissestate a tutta velocità superandoci da tutte le direzioni, tagliandoci la strada se necessario considerandoci come un ostacolo. Anche i tir e le routlotte fanno allo stesso modo. Le autostrade sono solo nella regione di Bucarest, quindi viaggiamo verso Sibiu sulle statali, intervallate ogni tanto da villaggi con casette in legno lungo la strada dove non si capisce bene dove o di cosa la gente lavori, dal momento che non ci sono nè industrie, nè negozi, ma sono qualche “vulcanizare”-il gommaio- e qualche meccanico in officine fatiscenti. La Romania era lo stato con la maggior vocazione agricola di tutti gli stati dell’Ex unione sovietica, i campi di grano e di girasole si estendono a perdita d’occhio ai lati della statale. Ogni tanto industrie arrugginite e abbandonate appaiono isolate. Quando in Romania non ci sono i campi appaiono i boschi. Enormi boschi verdi e densi, tipici della regione della Transilvania (da cui il nome), le cui fronde non potate quasi invadono la strada, puntellata tristemente spesso da animali di ogni genere vittime del passaggio di auto e camion. Riusciamo a tenere un buon passo, la velocità media è sui 70kmh. Nei pressi di Sibiu troviamo parcheggiate accanto a una locanda una Panda 4×4 nuovo modello di un team spagnolo e una Skoda Fabia station-wagon di un norvegese che viaggia da solo (team “pointless”).

Ci uniamo a loro verso la Transfaragasan, strada conosciuta da tutti grazie al programma televisivo Top Gear che fece un bellissimo servizio su questa strada (la “follia di Caecescu”) e che apparentemente tutti i partecipanti al Mongol Rally hanno visto. Come nel resto della Romania i cartelli mancano, e ci sono sono ambigui. Ci perdiamo un paio di volte, e ritroviamo la strada grazie a una ragazza con un Alfa Romeo che parlava perfettamente italiano e che ci da indicazioni precisissime. Avevamo già capito l’importanza della bussola montata sul cruscotto della nostra auto, e anche in questa situazione è stata fondamentale per “interpretare al meglio” cartelli e indicazioni. E’ tardo pomeriggio quando troviamo l’unico cartello che indica l’inizio della Transfaragasan: è incredibile il fatto che pur essendo una strada che, snodandosi attraverso i monti Faragasan, raggiunge alta quota, fino a quel cartello c’era pianura e campagna a perdita d’occhio. La salita inizia nel bosco, non diversa da altri passi montani che tutti noi abbiamo fatto, i primi 20km in effetti sono “normali”- molti tornanti e salite, sempre in mezzo al bosco fitto. L’aria si fa più fredda ed incontriamo le prime opere volute da Caecescu – gallerie e ponti – in cemento. Poi tutto cambia. Il bosco lascia spazio ad un immensa valle a forma di V dove vediamo la strada impennarsi ripida contro le rocce e gli strapiombi, simbolo della volontà folle di un dittatore che ha voluto erigere una strada dove nessuno l’avrebbe mai fatta. Dove il terreno roccioso si frapponeva al progetto, veniva fatto saltare con dinamite o colate di cemento. Tornanti stretti, curve incredibili ci aspettano mentre ci fermiamo ad ammirare il sole che, tramontando, getta la sua lunga ombra sulla valle. Il panorama dal punto più alto è incredibile, la strada fa davvero impressione. La macchina ha reagito benissimo anche sotto sforzo, e così anche la Panda degli spagnoli. La Skoda del Norvegese invece aveva problemi in salita, forse per residui di sporco nel serbatoio. Il giorno dopo in autostrada verso Bucarest scopriremo che a stento riusciva a superare i 100kmh. Ma il panorama piü bello e soddisfacente ci aspettava pıü ın alto..

Dal rifugio sulla sommità della Transfaragasan imbocchiamo il tunnel scavato letteralmente nella roccia che punta dritto verso il basso, in una discesa non troppo ripida ma quasi perfettamente dritta che prosegue per qualche kilometro.  Una volta usciti, la strada gira seguendo la curva che una ciclopica diga forma contenendo un enorme bacino. E’ troppo buio per percepirne l’altezza, ma si intravede una strada illuminata sul fondo, davvero piccola a causa dell’altezza. La strada prosegue poi come era iniziata: tornanti nel bosco aprendosi presso un rifugio-ristorante dove incontriamo ancora Malou e Lodewijk del team “02 basterds”, olandesi. Vorremmo mangiare lì, ma la cucina aveva già chiuso. Decidiamo allora di separarci dagli olandesi e proseguire con gli spagnoli verso la città pù vicina e dormire lì. Il Norvegese ci aveva già salutato. Lungo la strada ci dobbiamo separare dal team spagnolo, perchè avevo paura di aver lasciato la mappa al rifugio sull’auto degli olandesi. Non era molta strada, ma quanto basta per perderli di vista definitivamente. Scopro solo dopo che la mappa in realtà era in auto, invisibile a causa del buio. Ci troviamo allora in una situazione non meravigliosa: guidare di notte in Romania non è affatto bello e non ci si sente nè sicuri nè bene. Senza aver mangiato e cercando un posto dove dormire attraversiamo villaggi che sembrano disabitati nella più completa oscurità, di tanto in tanto incrociamo qualche auto che ci abbaglia con i suoi fari. Le buche appaiono all’improvviso, così come gruppetti di ragazzi e ragazze che sostano ai bordi delle strade nel buio seduti dentro i fossetti di scolo. Tanti i cani randagi che attraversano la strada. Troviamo qualche pensione lungo la strada, ma nessuna ci sembra particolarmente appetibile: l’oscurità sicuramente ha peggiorato il nostro giudizio, ma è importante fermarsi dove ci sentiamo sicuri per noi e la nostra auto. Riusciamo comunque ad entrare in autostrada verso Bucarest, ci tranquilliziamo e ci fermiamo a dormire (in auto) in un area di sosta tra i Tir, ben illuminata e servita da bagni molto poco igienici. La nostra cena è ancora a base di barrette (grazie mamma). Ci svegliamo la mattina presto e ripartiamo subito verso Bucarest, con l’intenzione di uscire dalla Romania entro sera. Il problema è che la Romania non è collegata bene con la Bulgaria, come se i due stati avessero volutamente evitato di collegare la rete autostradale. Ci incontriamo ancora con il ragazzo norvegese a una pompa di benzina, e successivamente ad un casello con gli olandesi 02 basterds e il primo team inglese che incontriamo: It’ll do a trip, come gli olandesi con una Kia Rio. Ragazzi davvero simpatici, very british, molto divetenti. Proseguiamo quindi insieme verso Bucarest, prima di partire Lodewijk ci chiede se la nostra auto riesce ad andare a 130kmh. Rispondo fieramente di si, e partiamo. La Kia Rio degli 02 basterds davanti, noi subito dietro seguiti dalla Skoda del Norvegese e dalla Rio degli inglesi. L’andatura non ci crea problemi, tra i 120kmh e i 130kmh, ma sembra creare difficoltà al ragazzo norvegese. La nostra auto con uno scatto felino si porta a 140kmh senza sforzo per affiancare gli olandesi (che ci guardano stupefatti) e indichiamo di rallentare per farci riprendere dalla Skoda del norvegese che arrancava sui 100-110kmh. Procediamo a questa velocità verso Bucarest, mentre il team inglese “it’ll do a trip” ci supera salutandoci.

Bucarest: l’unica vera autostrada della Romania parte e arriva a Bucarest, interrompendosi però nei viali che è necessario attraversare interamente per riprenderla verso Constanta, sul Mar Nero. Bucarest si presenta allo stesso modo di Budapest, con i soliti palazzoni sovietici, ma con una differenza: è molto più grande e molto più densa. Quando i russi arrivarono in Romania si trovarono di fronte a un paese a vocazione agricola, la cui popolazione viveva sparsa per le campagne. Le città, anche le più importanti, non avevano una popolazione densa. Con la romania la russia sovietica sperimenta per la prima volta un urbanizzazione di massa dalle campagne alle città dove avevano fondato grossi impianti industriali. Questo portò a una grossa migrazione dalle campagne verso la città per la quale era necessario erigere in breve tempo tante abitazioni. La struttura urbana di Bucarest è stata fatta in fretta, senza badare all’estetica o all’ordine. Città vecchia e nuova si fondono senza soluzione di contiunità, uno scontro frontale tra una realtà che aveva visto la Romania diventire potente dopo la prima guerra mondiale, per poi cadere dopo la seconda guerra mondiale diventando terra prima tedesca e poi sovietica, e la nuova realtà fatta del progresso sovietico, che sa di acciaio e cemento, di autritario e seriale, omogeneo e sterile. Il centro di Bucarest mostra il suo lato più intimo, il teatro dell’opera, i palazzi del governo e dell’aristocrazia sono tanto eleganti quanto lasciati a loto stessi, con le unità esterne dell’aria condizionata ad arricchire le facciate ottocentesche di quella modernità spicciola, frettolosa e standardizzata che fa tanto unione sovietica. Invece arredi di facciata più moderni sono le antenne paraboliche e della televisione, aggrappate alle facciate sovietiche dei casermoni di cemento, simbolo di un progresso che è arrivato prima solo per i beni materiali e privati che per un reale progresso al livello di benessere pubblico. Una tramvia datata attraversa i viali, anche essi abbelliti da alberi e fioriere, anche se decisamente più trascurati rispetto agli stessi esempi in Ungheria. Il traffico a Bucarest è caotico, i semafori sono ambigui, gli incroci sempre pericolosissimi. E’ facile trovarsi contromano, o trovarsi di fronte qualcuno in controsenso. La regola è essere rapidi e imporsi, un pò come quando ero in viaggio in macchina a Palermo. Solo con meno clacson e più taxi. Ci fermiamo a fare benzina e ci mettiamo a ridere sul fatto che Lodevijk era preoccupato sulla velocità della nostra auto, e aveva chiesto solo a noi se riuscivamo a mantenere l’andatura. Sono veramente contento di come si comporta la nostra Seicento, fino a questo punto sembra sia stata progettata per questo, e le modifiche fatte all’assetto si sono rivelate fin qui perfette, nonostante il peso e il carico aerodinamico che si fa sentire solo in salita e controvento e che richiede di scalare alla marcia più bassa. Dirò anzi che si è trattato di un viaggio discretamente confortevole, il motore non fa troppo rumore e la guida non è stancante. Anche Andreas la trova comoda..  Prendiamo l’autostrada verso Constanta, sulla costa del Mar Nero, con la volontà poi di puntare verso sud, a Vama veche vicino al confine con la Bulgaria per raggiungere tanti altri teams che si ritrovano per una festa sulla spiaggia organizzato dal team di ragazze rumene “fire faries” con una Renault Kangoo rossa. Ancora non sapevamo se ci saremmo fermati o no alla festa, ma avremmo cambiato idea una volta visto che bel posto era e decidendo di prenderci una pausa, farci un bagno nel Mar Nero e svagarci un pò dopo tanto guidare.

A Vama Veche incontriamo tantissimi teams che non avevo incontrato in Rep. ceca e ci siamo riconosciuti subito: Only fools and Horsepowers con una renalut Kangoo spettacolare (UK), gli Skullywags con un Suzuki Wagon R+ (UK, Austrialia, New Zealand – John, Belinda, …), i fratelli del team “I drive therefore I am” con una Suzuki Alto (Svizzera) e incontriamo ancora i ragazzi inglesi di “It’ll do a trip” (Burke, Swifty & Paulie). Abbiamo per la prima volta montato la tenda, praticamente sulla spiaggia.

Abbiamo fatto il bagno nel Mar Nero, giocato a freesbee con gli inglesi e abbiamo mangiato un piatto di carne in un ristorante.  La sera è iniziata la festa, molto divertente, c’era una banda che suonava dal vivo in un baracchino sulla spiaggia che fungeva da bar. La musica era divertente, ho conosciuto tanti teams che incontreremo forse lungo la strada mentre Andreas beveva come se non ci fosse un domani. Non so cosa abbia fatto, si faceva vivo ogni tanto con un bicchiere diverso chiedendomi qualche altro soldo in valuta romena e blaterando qualcosa riguardo al fatto che mi voleva bene e che si sarebbe ricordato dei soldi il giorno dopo (in effetti era l’unica cosa che si ricordava).

(non so se avrei dovuto omettere questi dettagli, vorrei rassicurare la madre di Andreas che fa il bravo e che ho sicuramente esagerato e romanzato l’accaduto, ma dal momento che lui leggera’ queste righe solo al nostro ritorno in Italia ho pensato di farvi un pochino sorridere. Non ditegli niente, tanto sarebbe inutile)

Siamo andati a letto verso le 3, senza cambiare il fuso orario di cui abbiamo appreso l’esistenza (con terrore) la mattina dopo, che è stata prevedibilmente pigra e lenta a partire. Eravamo determinati ad arrivare a Istanbul, io provo ad organizzare un convoglio con gli Skullywags e gli Only Fools and Horsepowers, ma alla fine siamo partiti da soli per non perdere troppo tempo. Troviamo una insolita quanto inaspettata fila per la frontiera con la Bulgaria, e apprendiamo in seguito che è così a causa dei controlli extraordinari che fanno dopo un attentato contro un pullman israeliano in Bulgaria, dove hanno perso la vita delle persone. La notizia ci intristisce molto, e vediamo le guardie alla frontiera fare controlli approfonditi nei pullman e nelle auto non europee per far vedere che sono bravi. Il controllo per noi è veloce e ripartiamo dopo 1 ora di fila in terra blugara.

Bulgaria

L’impatto è dei peggiori: anche in Bulgaria c’è la brutta abitudine di rimuovere intere striscie di asfalto e di ripristinarle con tutta calma successivamente senza prendersi la briga di segnalare il pericolo. Il primo tratto è di strade statali, che in realtà vanno via via migliorando allontanandosi dal confine Rumeno. Compriamo l’ennesima vignetta per le strade in un negozio dopo la frontiera che vende praticamente solo alcolici. La signora alla cassa parla solo blugaro e mi spiega che non accettano gli euro. Allora chiedo se è possibile fare un cambio in valuta bulgara e mi dice di si indicandomi il bancone di fianco al suo con su scritto CHANGE. Mi reco lì davanti, ma non c’è nessuno. La signora si gira, mi vede, e pigramente si trascina dentro al bancone. Le spiego ancora che mi servono i soldi bulgari per la vignetta, e se posso fare un cambio dagli Euro. Mi dice che posso pagare direttamente in euro, si fa prima, e mi da la tanto agognata vignetta! Resto basito da questa situazione, che differenza c’era tra un bancone e un altro? Avevo perso così almeno un quarto d’ora, e avevamo tanta strada da fare. Inoltre il povero Andreas non sarebbe stato in grado di guidare quel giorno. Ripartiamo di fretta, salutando velocemente il team “Khan Tiki” dalla nuova zelanda che era reduce dagli scrupolosi controlli alla frontiera. Seguiamo la costa verso sud, fino alla frontiera turca, da dove poi avremmo preso l’autostrada verso Istanbul. La Bulgaria, fatta eccezione per il primo tratto, si presentava molto bene, le strade veloci sono scorrevoli, i cartelli continuano ad essere facilmente male interpretati, ma l’impressione generale è molto diversa dalla Romania. Forse è perchè il tratto sul Mar Nero è molto turistico, ma gli edifici e le strade sembravano in ottimo stato, lontane dal degrado caratteristico della Romania. La strada è lunga e lenta verso il confine turco, l’ultimo tratto in particolare si snoda per 65km di strade molto dissestate in mezzo a un bosco, senza neanche l’ombra di un cartello che confermi la giusta direzione. Nonostante stessimo procedendo a velocità medio-alta, compatibilmente con le condizioni della strada, veniamo superati da due Kia Rio di due team olandesi, malamente dipinte di nero con una bomboletta, che sfrecciavano molto veloci su questo fondo stradale orribile. Gli avevo già individuati in Rep. Ceca e non mi sono mai piaciuti particolarmente a causa del loro comportamento quasi sempre strafottente e maleducato. Li perdiamo di vista solo per ritrovarli quando facciamo benzina e alla frontiera turca. Senza preavviso troviamo il primo posto di blocco, ma ci viene fatto segno di proseguire. Pensavamo fosse finita, ma ecco il secondo posto di blocco. Siamo ancora in Bulgaria, e ci viene chiesta la Vignette, i documenti dell’auto, la patente del proprietario e i passaporti. Ripartiamo verso il terzo posto di blocco. Ancora ci fermiamo, mostriamo i documenti, scambiamo qualche chiacchiera con le annoiate guardie (la frontiera dista almeno un ora di auto dal più vicino paese e 2 dalla prima città). Convinti che sia tutto finito partiamo verso Istanbul! Ma ecco un altra sbarra di fronte a noi, che ci introduce verso degli edifici di cemento preceduti da una statua di bronzo, forse del vecchio dittatore Turco, tutta circondata da bandiere della turchia. Mostriamo tutti i documenti e proseguiamo, convinti che sia tutto ok, a quella che sembra l’ultima sbarra. Dal baracchino circondato da polli e galline, una ragazza bellissima ed elegante ci fa segno di tornare indietro, parcheggiare, e registrarsi negli uffici. Torniamo indietro verso gli edifici di frontiera e parcheggiamo. Nel frattempo stavo ricaricando la telecamera con l’accedisigari dell’auto, e nel staccarla mi è inavvertitamente cascato nella presa in cavetto usb, che ha fatto cortocircuito con una scintilla. La presa non funzionava più, Andreas era già nel panico “siamo finiti” ha detto. Allora lo mando verso gli uffici con i dicumenti, mentre sostituisco il fusibile che era saltato con uno nuovo, e riportando in funzione la presa accendisigari. Andreas nel frattempo era tornato a chiamarmi per far registrare il mio passaporto. Entriamo in una grande sala, con tanti sportelli come alle poste, di cui solo uno è in funzione, come alle poste. La giovane guardia controlla scrupolosamente i nostri documenti, e verifica con molta perizia la nostra somoglianza con la foto sul documento, in particolare su quella di Andreas che ha perso un pò di colore. Ci indica un secondo sportello, di fianco a destra dove registrare l’auto un altra volta. L’omone seduto di fronte a noi, dopo aver osservato il libretto, fa cenno di no con la testa. Capisco che è perchè sul libretto è segnato il vecchio proprietario dell’auto, glielo faccio notare invitandolo a leggere il retro, dove appare il mio nome. Pigramente annuisce, ci fa cenno di ok e ci manda verso un ufficio, ancora a destra. Entriamo interrompendo una discussione in turco tra le 3 guardie di dogana, quando entriamo si ricompongono e ci invitano a mostrare ancora tutti i documenti all’incaricato dietro una scrivania. Questo da una rapida occhiata, ci squadra per bene, e mette un timbro sulla prima pagina del passaporto e ci dice ok ok. Finalmente usciamo, salutando i ragazzi olandesi che erano rimasti fermi alla prima sbarra, o perchè non avevano la vignetta bulgara, o perchè non la trovatano e i ragazzi Neo-Zelandesi (molto simpatici) che erano appena arrivati. Fiduciosi torniamo con tutti i documenti e il prezioso timbro verso la bella ragazza dell’ultimo gabbiotto. Questa ci guarda e ci dice in un inglese con forte accento turco “sistem problem” e ci fa cenno di aspettare 5 minuti. Snervati, siamo raggiunti dagli altri ragazzi che ricevono lo stesso responso. Passano 10 minuti, durante i quali ci interroghiamo con i neo-zelandesi sulla strada migliore verso istanbul, e appoggiamo la mappa sul cofano di una delle auto degli olandesi. Uno di questi si mette a ridere, mentre l’altro ci spiega di non farlo, perchè uno di loro aveva pensato bene di orinarci sopra. Ci allontaniamo allora da queste simpatiche bestiole, che ne l frattempo ridendo rovesciano un secchio d’acqua sul cofano. Passa qualche minuto e vediamo l’attaente guardia turca che sia allontata senza dirci una parola dalla sua postazione, ci passa davanti e sparisce tra gli edifici della frontiera. Allora capiamo che il “sistem problem” non era altro che la fine del suo turno. Poco dopo ci chiama la guardia che iniziava il suo turno, mostriamo ancora una volta i documenti, addirittura si sporge per verificare la targa e ci lascia andare. Non appena ci siamo voltati per salutare gli altri ragazzi, con un tonfo sordo una delle auto olandesi va a battere contro un muretto sfiorando di poco la nostra auto che tocca posteriormente con lo sportello aperto: in poche parole questi geniacci volevano arrivare davanti alla sbarra, sfruttando la discesa ma senza accendere l’auto senza sapere che, con motore spento, i freni funzionano molto debolmente. Contengo la mia rabbia, facendogli notare che il servofreno a motore spento non funziona. I ragazzi si scusano senza sbottonarsi troppo, come fosse normale quello che hanno fatto. Ripartiamo decisamente stanchi con la consapevolezza che se quell’auto, che si è incagliata su un muretto, avesse preso in pieno la nostra ci avrebbe decisamente rovinato il viaggio danneggiandoci parecchio. Mi è dispiaciuto di non aver salutato come volevo i ragazzi del Khan Tiki, ma volevo allontanarmi dagli olandesi che davvero mi auguro di non incontrare mai più. Sono parte di quei teams che, oltre a non aver degnato il regolamento delle auto di uno sguardo, maltrattano le loro auto, guidano come dei pazzi e (probabilmente) ci danno dentro parecchio col bere. Voglio qui tralasciare cosa in realtà mi auguro che gli capiti. Il bellissimo paesaggio Turco al tramonto, e una strada rapida e perfettamente liscia mi fanno velocemente dimenticare l’accaduto. Ci concentriamo dopo tutti questi contrattempi e puntiamo verso Istanbul.

Turchia

L’impatto con le strade turche è meraviglioso. Non una buca, segnalazione presente e puntale, poche auto in giro e paesaggio bellissimo. Non sapevo cosa aspettarmi dalla Turchia, ma questo ordine e pulizia proprio non me lo aspettavo. Procediamo spediti verso l’autostrada, incrociando curiosi modelli di auto della Fiat che avevamo già intravisto il Ungheria, Bulgaria e Romania, ma mai in questa quantità. Modelli come la Fiat Linea, e la Fiat Albea sono comunissimi in questa parte dell’Europa ma sono totalmente assenti da noi. Più tardi scopriamo che la Fiat produce alcuni modelli proprio in Turchia. Contrariamente agli altri stati, non c’è Vignetta da pagare in Turchia, ma sapevamo che le autostrade non erano gratis. Ci fermiamo (per fortuna) al primo casello, che non aveva sbarre, col dubbio di dover acquistare una qualche carta dal momento che non usciva nessun tagliando. Due ragazzi turchi su un vecchio modello di fiat turca ci indicano un ufficio delle autostrade dalla parte opposta del casello. L’unico modo per arrivarci era lasciare l’auto prima del casello e attraversare a piedi le corsie. Per fortuna non passava quasi nessuno, in altri momenti non sarebbe stato così semplice passare. Con un pò di difficoltà ci facciamo capire dall’impiegato delle autostrade che ci da una carta magnetica ricaricabile con credito valido fino ad Ankara. Ripartiamo incontrando ancora le due auto olandesi, con i quali non mi trattengo più di tanto a spiegarli cosa dovevano fare. Le autostrade in Turchia sono a 3 corsie, non c’era quasi nessuno e procediamo velocemente verso Istanbul dove un amico del padre di Andreas ci aspetta molto gentilmente per ospitarci.

E’ sera tardi ma si viaggia bene sulle autostrade turche illuminate quasi ovunque da lampioni, improvvisamente si para di fronte a noi la città moderna di Istanbul, con le sue luci colorate e gli alti palazzi. L’autostrada lentamente degrada diventando viale, e il traffico si addensa. Vediamo tantissimi taxi, quasi tutti sono Fiat Aldea, il traffico è veloce ma non frenetico. Non c’è quel costante pericolo come a Bucarest, ma un caos moderato e regolare. Ci appare una città verde, illuminata, decorata e piena di fiori, alberi, dettagli ben curati e pulita. Raggiungiamo con poca difficoltà il luogo di incontro con Hayri Erdogdu, che sale letteralmente in collo ad Andreas e ci indica la via verso casa sua. La Seicento è andata alla grande anche con 3 adulti nei 2 posti anteriori, nonostante potessi usare solo la prima marcia e la terza per non togliere spazio ad Andreas seduto acrobaticamente a cavallo della leva del cambio. Parcheggiamo sotto casa di Hayri che ci ospita nella sua bella casa, in un condominio moderno non lontano dal porto di Istanbul. Mangiamo velocemente, ci facciamo una bella doccia, e poco dopo cadiamo addormentati come bambini.

Istanbul: La mattina ci svegliamo tardi, ma andiamo subito all’esplorazione del quartiere Bakirkoy, situato nella zona sud di Istanbul fuori dalle mura della città vecchia. Il quartiere appare moderno e molto vivo. Ovunque è in vendita cibo, bevande, succhi di frutta freschi. Traffico poco rumoroso e costante, ma non congestionato. Ovunque è un via vai di persone indaffarate, chi lavora, chi si gode il tempo libero, chi passeggia. Ci fermiamo a mangiare una specie di pane ripieno, e una sorta di pasta fritta ripiena di carne davvero molto buona. Rimaniamo sorpresi dal prezzo molto basso e proseguiamo la passeggiata. Incontriamo un lungo viale pedonale pieno di negozi, con tutte le pubblcità a coprire quasi per intero le facciate dei palazzi che vi si affacciano. Da un lato su va verso il mare, che visiteremo più in là, dall’altra il viale termina in una piazza con cartelloni per le elezioni, davanti alla quale si trovano collegamenti con i mezzi pubblici: autobus, treno, minibus e taxi. Cerchiamo dove effettuare un cambio da Euro a Lire Turche e torniamo verso casa. Hayri è una guida turistica e ci da le indicazioni per raggiungere il centro storico in treno. Con l’equivalente di 0,30€ si ha diritto a viaggiare su questo treno che fa tutta la costa di Istanbul. Scendiamo alla stazione dopo pochi minuti e subito si para davanti a noi la mole della Moschea Blu, davvero una visione che colpisce chi non è abituato a vedere edifici di questo genere. E’ proprio di fronte a Santa Sofia, ma molti secoli più giovane. Nasce come moschea ed è un opera architettonica islamica matura, con 6 minareti che circondano la grande cupola bluastra come a incorniciarla. Raggiungiamo a piedi in poco tempo la cerchia muraria del Palazzo di Topkap|, seguendola ci troviamo sul fianco della Santa Sofia, dal lato del lavatoio musulmano. Un edificio imponente, grandioso, massiccio. Era originariamente una chiesa del periodo romanico, le sue cupole poggiano su possenti contrafforti e 4 enormi archi sui quattro lati del quadrato che contiene tutta la struttura. Una visione incredibile. Incontriamo Hayri al termine di un suo incarico come guida, e ci porta nell’enorme piazzale di fronte al Santa Sofia, dal quale si vede la moschea Blu. Camminando ci porta in una piazza stretta e lunga, spiegandoci che, come Piazza Navona a Roma questo era l’ippodromo di Costantinopoli, di cui rimane l’incredibile obelisco in granito portato dai romani dal Karnak, in Egitto. Il tracciato della pista era 3 metri più in basso rispetto al piano di calpestio dell’attuale piazza, in effetti il basamento dell’obelisco è visibile solo grazie a uno scavo di circa 3 metri attorno alla sua base originaria in marmo, con bassorilievi isoriati. Di fronte a noi appare il palazzo del sultano, e poco di lato un mercatino “stile natale” che ogni anno per il ramadan viene imbandito. Siamo capitati in Istanbul proprio nel periodo del Ramadan, ho trovato molto suggestive le letture del corano che, a intervalli regolari, vengono effettuate in arabo e trasmesse tramite altoparlanti sui minareti. Suggestivo all’inizio, snervante dopo poco, ma tutto parte di una città davvero incredibile per il suo essere così moderna e pure così legata alle sue tradizioni. Più tardi entriamo nella Moschea Blu, l’entrata è gratuita, Andreas deve indossare un pareo perchè porta dei pantaloni corti (che sembrano mutande), mentre a tutti viene chiesto di togliersi le scarpe e portarsele dietro nell’apposito sacchetto. Non ero mai entrato in una moschea prima di allora, tantissime finestre illuminano l’intero volume interno, dando l’impressione che tutto sia sospeso. L’architettura islamica tende a nascondere le proprie strutture, le pareti sembrano sottili, e tutto assume una connotazione naturale e di leggerezza. Decorazioni floreali decorano tutte le pareti, mentre fedeli e curiosi possono sostare sull’enorme tappeto che copre l’intero pavimento della moschea. Hayri ci attendeva e decide di portarci a mangiare in un ristorante: quasi sul lungomare di Istanbul andiamo un ristorante dove assaggiamo del buon vino bianco di Istanbul e ceniamo a suon di antipasti di pesce e insalata. Una cena spettacolare e completa degna di un re. Hayri insiste di offrire tutto lui, siamo davvero grati a lui per tutta questa generosità che speriamo di poter contraccambiare a casa nostra. Il viaggio sia all’andata che al ritorno è in un Taxi della fiat. Dormiamo ancora come sassi.

Il giorno dopo ci godiamo la domenica in Istanbul, nel periodo del Ramadan. Iniziamo con una colazione tipica molto abbondante con formaggi, olive, frittata. Le litanie in arabo accompagnano i nostri spostamenti, mentre questa città ci colpisce sempre di più. Visitiamo Santa Sofia, che non è più una moschea dal 1935 ma un museo. La differenza con la moschea blu è enorme: vetrate colorate, mura massicce, colonne con le effigi dell’Imperatore. Vediamo i mosaici dell’originale chiesa cristiana che sono stati coperti e intonacati dagli islamici, per i quali non si possono raffigurare icone delle figure religiose. Decorazioni islamiche floreali, scritte in arabo che quasi stonano in un ambiente che è molto più simile ad una chiesa che ad una moschea. Quando usciamo ci separiamo a Hayri e ci dirigiamo a visitare il Grand Bazar, di fatto un intero quartiere adibito a mercato coperto da volte con oltre 3000 bancarelle. L’impressione iniziale è di meraviglia, la merce esposta però è sempre un pò la stessa, e si insinua dopo poco il sospetto si tratti di cineserie taroccose. E’ ancora possibile trovare buone cose, ma le chincaglierie sono ovunque. Per i prezzi contrattare è la prassi, anche perchè nessuno tiene i prezzi esposti. Andreas prende questa opportunità di risparmio molto sul serio, e ogni volta che mi giro lo vedo impegnato in contrattazioni con i locali. Qualche volta è riuscito a spuntare un buon prezzo, ma girato l’angolo scopre quasi sempre di aver comunque ottenuto un prezzo alto. Contrattare diventa necessario dal momento che i prezzi non sono esposti. Resta tempo dopo aver pranzato su una bella terrazza di fare visita al lato piu europeo di Istanbul, dove abitavano molti genovesi. Gli eleganti palazzi ottocenteschi danno l’impressione dı trovarsi nella Parigi della Belle Epoque. Una citta’ davvero multisfaccettata.

Oggi (lunedì 23) dovevamo andare al consolato del Turkmenistan per trasformare la nostra lettera di invito nell’unico visto che fin ora ci manca. Troviamo tanti rallysti al consolato, ci dicono che basta pagare 55$ per avere il visto. Fiduciosi ci avviciniamo allo sportello, e porgiamo il documento che abbiamo al gentile e disponibile addetto, il quale ci squadra con occhi dolci e ci dice con un inglese-turco dal tono tranquillo che si tratta di una copia. Noi siamo certi del contrario, e cerchiamo di convincerlo. Il gentile impiegato diventa ancora più gentile accusandoci di aver fatto una fotocopia dell’originale. A quel punto riceviamo indietro il documento e scopriamo che è effettivamente una fotocopia. Scopriamo 2 ore più tardi che il nostro originale ci aspetta direttamente il Turkmenistan presso l’economicissima guida che dovrà accompagnarci per tutta la nostra permanenza in Turkmenistan. Speriamo di non avere problemi, di certo non li avranno tutti gli anglosassoni che oggi hanno avuto il visto sul passaporto e che non avranno nessuna economicissima e simpaticissima guida a scortarli per il Turkmenistan. Poveretti cosa si perdono! (in questo ultimo paragrafetto potrebbe essere stato usato un pizzico di sarcasmo per sdrammatizzare la situazione). Depressi e arrabbiati ce ne torniamo a casa, avendo la brillante idea di farlo a piedi, senza prendere il treno.. solo due fermate.. ebbene ci abbiamo impiegato oltre un ora, sul marciapiede dei veloci viali di cui abbiamo potuto ammirare da vicino la bellezza delle fioriere. Breve sosta a casa, durante la quale tento di fare una lavatrice e di aggiornare il sito, ma sfortunatamente un blackout interrompe il ciclo di lavaggio all’inizio e mi costringe a rimandare alla sera questo aggiornamento. Per rinquorarci ci buttiamo sul cibo turco e soprattutto sulle spremute di frutta fresca di cui ormai siamo dipendenti. Nel tempo rimanente visitiamo il palazzo di Tutkap|, la residenza dei sultani. Visita suggestiva, nonostante molte zone siano chiuse e in restauro, le restanti sono sufficienti a farsi un idea delle condizioni di vita a cui era costretto un sultano. 4 corti-giardino, di cui la prima, pubblica, proprio di fronte a Santa Sofia, sono via via più curate e ricche tante meno persone vi avevano accesso. Sale per i ricevimenti, per le feste, per il thè, la tesoreria, l’armeria del sultano, l’harem.. insomma un bel posticino. Ci avanza un po di tempo per attraversare ıl Mercato Egio delle spezie che pero’ stava chıudendo. Torniamo a casa su un treno super affollato e con un ora di ritardo,e faccio giusto in tempo a ultimare questo resoconto della prima settimana del nostro Mongol Rally.

Nelle prossime puntate: Turchia orientale e l’ingresso in Georgia. Tbilisi e i suoi famosi balconi. Azerbaijan, traghetto e problemi burocratici in Turkmenistan. Uzbekistan e la sua storica bellezza.

Per vedere dove siamo in questo momento e leggere i nostri aggiornamenti dal vivo clicca QUI. (la mappa non funziona bene con Internet Explorer)

Mı scuso per eventualı errorı dı ortografıa o caratterı sbaglıatı o mancantı, vı assıcuro che scrıvere correttamente da un computer ın turco e un ımpresa.

Un saluto turco a tuttı voı!

5 thoughts on “Aggiornamento da Istanbul

  1. State andando benissimo, continuate così miei cari! Inshallah! Saluti, Mattia. Ps. Dì al Teme d’ora in avanti di usare il pareo da subito!

  2. Mi chiedo quanto tempo vi ci sia voluto per tenere un diario di bordo così approfondito e lungo. A parer mio, troppe scritte e poche immagini. Cercate di rimediare nel prossimo resoconto!😉 Bel lavoro ragazzi! Andreas ti voglio vedere più nudo nelle prossime foto! :> Ciao e buon continuo di viaggio, uomini di belle speranze!
    Saluti da Capitano Philip Giof!

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