Aggiornamento da Firenze parte3 – FINALE

Riapro gli occhi, in realtà ci metto diverso tempo a riabituarmi alla forte luce soprattutto perchè il sole si è abbassato e i suoi raggi ci investono in pieno mentre sobbalziamo nel retro del camion. Con attenzione mi alzo in piedi, per poter guardare oltre la cabina guida. Nel farlo mi rendo conto che la strada è molto migliorata, forse troppo. Mi guardo intorno e non riconosco il paesaggio. Più che altro non ricordavo che la strada fatta da noi, in auto, il giorno prima fosse così in salita e così in quota. Vicino a noi noto un ripetitore per cellulari, piuttosto grande, che di certo avrei notato e ci fossimo passati accanto il giorno prima. Penso anche che se siamo così vicini all’antenna, significa che siamo in alto, quasi incima alle alte montagne che circondano la vallata. Aspetto qualche minuto, comunicando ad Andreas che secondo me ci eravamo persi. Il camion giunge all’apice della montagna, si inclina e comincia a scendere mentre davanti a noi si stende tutta la valle, estesissima e priva di punti di riferimento chiari. Riconosco il lago alla nostra sinistra, solo che è molto più vicino di quello che dovrebbe essere, ma non vedo niente che possa somigliare a delle costruzioni. Il vuoto più totale. In quel momento il camionista si ferma, e ci viene a chiedere qualcosa. Io gli faccio vedere di nuovo la mappa rozza che avevamo disegnato, dove si vede una casa allungata e una freccia che indica la direzione della capitale. Lui annuisce e riparte. Io cerco di mantenere la calma mentre, ancora stordito, cerco di trovare riferimenti nella valle sottostante. Vedo chiaramente in lontananza i muri di polvere sollevati dai veicoli alla mia destra, ovvero dove supponevo fossimo passati noi il giorno prima. Col dubbio di aver già passato il nostro punto di riferimento, e con la paura del buio che lentamente stava guadagnando terreno, cerco di fronte a noi, nella direzione che il camion stava seguendo, qualsiasi cosa che assomigli a delle case, a degli edifici. Noto quà e là, in lontananza puntini bianchi, solo per scorpire in seguito essere delle ger.

Il camion prosegue, noi appollaiati sulla cabina di guida, in piedi sui sacchi di farina, in agitazione, in cerca di qualcosa che assomigli a un edificio, mentre la discesa finisce e torniamo in piano. A questo punto è difficile guardare lontano, ma riconosciamo il paesaggio brullo intorno a noi. Le ombre si fanno più lunghe, il sole inizia a sparire dietro le montagne, capiamo che ci siamo persi davvero, senza niente con noi, con solo una maglietta a maniche corte, già troppo leggera, e senza cibo. Il freddo iniziava a farsi sentire sul serio, il sole non era più in grado di scaldarci. Fermiamo il camionista, stavolta gli diamo il numero di telefono dell’altro camionista, quello del TIR. Lui sapeva dove era la macchina, gli avrebbe dato delle indicazioni. La telefonata è breve, durante la quale il figlio piccolo esce dalla cabina e va a fare pipì. Il nostro camionista chiude la telefonata e annuisce.

Ci calmiamo poco, con i mongoli è facile capirsi male a gesti, difficilissimo intendersi con i segni convenzionali che fino alla Mongolia hanno funzionato. I minuti passano, maciniamo tanto terreno, sempre meno luce e sempre più freddo. Ad un certo punto, come un marinaio di Cristoforo Colombo, grido ad Andreas che vedo delle costruzioni! In verità sembrano molte di più, di colore diverso, e più grandi di quelle che ricordavo, ma almeno era qualcosa. Da lì, avremmo potuto chiedere ad altri. Intravedo un veicolo blu, lo dico ad Andreas che non riesce a crederci.

E’ risaputo che Andreas senza occhiali è cieco come una talpa.

Ora ha fatto l’operazione.

Agli occhi.

Metro dopo metro, riesco a riconoscere il portapacchi di metallo, è la nostra macchina gli grido, lui ancora non la vede, o non la riconosce, finchè non ci siamo proprio davanti. La nostra macchina, in una posizione talmente diversa da come ricordavamo di averla parcheggiata, era lì, tutta contornata di curiosi locali che le bazzicavano intorno.

Festeggiamo, sia perchè effettivamente eravamo felici di aver ritrovato l’auto, sia per scacciare un pò di freddo. Il sole in quel momento stava tramontando, qualche minuto più tardi e non avremmo potuto vedere la macchina neanche standogli davanti. La luce è comunque abbastanza per controllare che l’auto non avesse subito ulteriori danni, nè furti per fortuna. Tanto era diverso questo posto da come lo ricordavamo, che ho persino controllato i segni delle gomme sulla sabbia, escudendo l’opzione che fosse stata trascinata da qualcuno. In macchina prendiamo qualcosa di caldo da metterci addosso.

Il camionista, che per il passaggio non ha voluto nulla, si è offerto di tirarci fino a Khovd in giorno seguente, ma a un costo decisamente troppo alto. Lo seguiamo comunque dentro a uno degli edifici. All’interno una singola lampada sull’architrave della porta illumina due ambienti: cucina e sala. Il camionista e la sua famiglia si mostrano molto amichevoli, riusciamo a comunicare grazie a un pezzo di carta e un pò di cinese di Andreas. Nel frattempo ci facciamo ordinare qualcosa da mangiare. La signora di questa locanda, in cucina, inizia a preparare una bella padellona per terra e a tagliare le verdure e la carne “moscata” che fino a quel momento stava per terra. E patate. Passa molto tempo prima che alla famiglia del camionista venga servito questo piatto di pasta con verdure e carne, dall’odore e l’aspetto davvero invitante, ma non avevamo capito che sarebbe passato ancora più tempo per avere le nostre 2 scodelle: sembra infatti che l’usanza sia preparare un ordine per volta, anche se è lo stesso piatto. La signora, dopo aver servito ai primi clienti, per preparare lo stesso piatto pulisce la padella e ricomincia da capo l’intero processo. Come se, per ordinare un pezzo di pane al forno sotto casa, si deve aspettare che il fornaio pianti i semi, faccia il raccolto, macini il grano.. e ogni volta così per ogni cliente.

Quando l’allegra famigliola del camionista se ne va bella sazia, noi ancora non avevamo toccato cibo. Anzi, ce lo siamo visti mangiare davanti, senza avere la prontezza di riflessi di mangiarci i loro avanzi, anche per paura che la donna in cucina se la prendesse a male. Si sa, l’etichetta in Mongolia è di un certo livello, e non volevamo passar male.

Passerà altro tempo, non so quanto, durante il quale avevamo anche il dubbio che nessuno ci stesse cucinando niente, prima di vederci davanti il nostro piatto. Una bella ciotola piena di pasta alla mongola. Un piatto caldo, l’aver ritrovato la macchina e aver trovato anche un posto dove dormire (nelle panche vicino ai tavoli) ci aveva dato tutto ciò di cui avevamo bisogno. Ci si accontenta di poco quando si è messi male.

Mentre mangiavamo arriva alla locanda anche il camionista del tir, che ci saluta felice di averci rivisto. Resterà poco oltre, per ripartire di notte verso chissà dove. Finito di mangiare prendo in macchina sacchi a pelo e materassini, e mi sistemo come capita su una panca, mentre sotto di noi ogni tanto faceva capolino un topolino.

La notte era fredda, ma per qualche ora è stato possibile riposarsi. In mezzo alla notte la locanda è assediata da una decina di giovani, camionisti, motociclisti di passaggio, che si fermano a mangiare, a bere (soprattutto a bere) e più che altro a fare un gran casino a pochi centimetri da dove cercavo di riposare, senza farsi troppi problemi a spingere per avere più spazio. In pratica eravamo finiti a dormire al baretto più in voga tra i giovani giusti di Khovd.  Andreas riusciva a dormire non si sa come, io cercavo di trovare una pace che completamente mancava. E’ stato surreale. Un ambiente così piccolo può davvero contenere tutto quel rumore senza scoppiare? Una confusione così grande negli orecchi, mentre nella mia testa si affollavano mille domande e dubbi sul cosa fare domani. Come arriveremo in città? Che faremo con la macchina? Quanto costerà ripararla, e quanto tempo servirà? E se riusciamo a ripartire, arriveremo a Ulan Bator prima della scandenza del visto? Passano intere ore, la folla si dipana, e mi addormento.

Mi sveglio all’alba, il sole torna a illuminare la valle e a scaldare debolmente il suolo congelato dalla notte. Esco. L’auto sembra ancora più danneggiata, come stanca, coperta di polvere e umidità.

Faccio un giro intorno alle case, in cerca di qualche rottame di auto, o di qualche cosa di curioso. In lontananza vedo un ragazzo con una gomma in mano, mi si avvicina. E’ un motociclista, vuole riparare la camera d’aria, gli occorre un attrezzo. Cerco di capire cosa voglia, gli chiedo a gesti, mimando l’uso, se voleva un cacciavite o delle pinze. Lui annuisce e mi dice si. E’ così che fanno i mongoli. Per quanto uno si sforzi a mimare con le mani, col corpo, con i suoi dei concetti, degli strumenti, loro si limitano ad annuire e sorridere senza averci capito nulla. Lascio al ragazzo tutti gli attrezzi che immagino possano fargli comodo e cerco di fare il punto della situazione con Andreas.

Il piano era trovare un veicolo, non troppo grosso, che ci portasse fino in città. Erano le 6:00 del mattino, e il traffico era inesistente. Il motociclista sparisce, lasciandomi gli attrezzi di fianco alla macchina. Un altra caratteristica strana di questo popolo, oltre ad essere l’unico a non rimanere sorpreso dalla presenza di stranieri o di un auto strana: se ne stanno lì, indifferenti. E, nel dubbio, anche vagamente ostili. Naturale.

Per una coincidenza finalmente fortunata passa proprio da lì un vecchio UAZ, un furgoncino russo che trasportava passeggeri. Accetta a un prezzo modico (30$) di tirarci fino a Khovd. Andreas sale con i passeggeri, stando ben in vista sul sedile posteriorie a controllarmi, io guido la macchina, meglio mi metto al volante. Essere tirati da un UAZ era molto meno complicato, nonostante la strada fatta di saliscendi continui fosse più impegnativa e dissestata. Ogni tanto si rompeva la cinghia di traino, o quello che ne restava, ma meno spesso di quanto non accadesse col TIR. Faccio di nuovo il controllo del motore, cambio e freni funzionano alla grande. Penso che l’auto alla fine non è morta, è ancora riparabile, e senza bisogno di niente di speciale. Serviva un radiatore e una cinghia. Il resto era a posto. Tutto sembra andare per il meglio, in poco tempo ci troviamo di fronte alla salita che arriva al portale di Khovd, che ci osserva, bianco, in alto.

Lo UAZ davanti a me si ferma, proprio prima della salita.

Vedo i passeggeri scendere, strano, penso, una sosta così vicini alla città. Forse ha paura di non farcela a tirarci su per la salita. Andreas invece mi fa capire che gli si era rotto qualcosa. Capisco che doveva essere l’alternatore.

Che fortuna! Altro tempo perso! I passeggeri salgono su un pulmino chiamato lì per lì, e si allontana velocemente, senza darci la possibilità di avere un aiuto da loro. Il guidatore si incammina verso la città a cercare il ricambio, suo figlio resta a fare la guardia allo UAZ immobile e alla nostra Seicento malridotta. Tutto questo così vicino alla città che, se non era per la montagna davanti a noi, l’avremmo potuta vedere e toccare, e spingere la macchina a mano.

Inizia un attesa infinita, durata qualche ora, abbastanza da ridurci i nervi a pezzi. Io, dopo aver sperato di nuovo di poter ripartire, per l’ennesima volta, mi trovo a dover ammettere la sconfitta. Il deserto aveva vinto, ancora una volta, una maledizione che proprio non ci voleva vedere vincitori. Documenti alla mano ci rendiamo conto che il tempo è contro di noi, e troppe cose da fare. Per fare i restanti 800km ci servivano almeno 2-3 giorni, senza contare il tempo per aggiustare la macchina e trovare i pezzi.

E noi avevamo 3 giorni precisi, ma bloccati da un alternatore rotto di un UAZ vecchio di 50 anni a pochi chilometri dalla città che aveva le risposte e le risorse.

Proviamo anche a chiedere un passaggio ad altre auto, senza successo. Chiediamo anche alla polizia, che ci prende in giro sghignazzando, e ci chiedono 100$.

Alla fine, stremati dall’attesa, torna il camionista con un alternatore “nuovo”. I due smontano letteralmente lo UAZ davanti a noi, e dopo poco, siamo in grado di ripartire. Arriviamo in cima alla montagna, un altra volta, e sganciamo la macchina per evitare il rischio di tamponare nella lunga discesa, che dritta e ripida arrivava fino in città. Stavolta ignoriamo sia il portale che il mucchietto di pietre benauguranti. Anzi se avessi potuto lo avrei distrutto con le mie mani.

Per fortuna potevo contare sul cambio funzionante, e quindi sui freni (il servofreno per fortuna entra in azione con la marcia inserita, sfruttando l’aspirazione del motore anche se spento), altrimenti non sarei qui a racconare questa storia. Ovviamente, come nei migliori film, proprio mentre stavo scendendo a velocità contenuta ma comunque sostenuta, delle mucche decidono di attraversare davanti a me, costringendomi a rallentare parecchio e fare slalom tra di loro.

Arrivati in fondo alla strada, al posto di blocco della polizia, paghiamo un altra volta il tiket di ingresso. I ragazzi del furgoncino sono così gentili da tirarci fino al garage rosa, poco più avanti, dove li salutiamo. Ritroviamo la Clio nera abbandonata degli amici scozzesi, e la coppia degli anziani. All’interno della casa siamo felici di vedere che la nostra antenna cinese funziona alla grande trasmettendo un qualche notiziario in un bianco e nero sfuocato. Chiamiamo Yanja, che poco dopo ci raggiunge insieme ai simpaticoni del giorno prima. Le comunico che avremmo lasciato l’auto, e compilo col suo aiuto il modulo “drop off” del Mongol Rally. Intorno a me, mentre svuotiamo l’auto di tutto ciò che ci eravamo portati dietro, i ragazzi locali sembravano festosi all’idea di avere un altra auto da spolpare.

In molti quest’anno si sono lamentati della cattiva conduzione degli addetti locali del Mongol Rally, l’organizzazione (non ineccepibile) sta indagando in questi giorni. Ho compilato con attenzione maniacale e precisione l’inventario delle cose lasciate nell’auto, dei numerosi ricambi e delle condizioni della stessa. Così che se qualcosa mancherà all’appello sarà evidente agli organizzatori. Abbiamo liberato l’auto delle nostre cose, lì, davanti a quel garage, da soli, a 1000km dall’arrivo, mentre giovani ragazzi locali letteralmente festeggiavano a pochi metri da noi ballando sulle note dello stereo di una loro auto malridotta e pacchianamente rattoppata. Quando qualcuno di loro sembrava troppo curioso, lo respingevo via duramente. Vedevo nei loro occhi non una semplice curiosità, ma un intenzione di intascarsi qualcosa.

E’ stato surreale. Faceva un gran caldo, non so quanto ci abbiamo messo a fare tutto il lavoro, Vedere la macchina vuota, come la sera prima della partenza, mi ha davvero colpito duramente. Il ragazzo del garage apre il portone, c’è un piccolo posto accanto a una Punto degli inglesi del team “Single and ready to mongol” (con l’iniezione bloccata) e il Suzuki Carry degli australiani del team “Khangaroos” (con tutte le sospensioni distrutte e gli attacchi del motore sbriciolati). Decidiamo di spingere da soli la macchina, rifiutando l’aiuto dei ragazzi, sulla rampa fino a dentro il garage. Come ultimo gesto spolvero il cruscotto, e dispongo ordinatamente le copie delle targhe e i documenti dell’auto, avendo cura come da regolamento di tenere tutte le chiavi e il libretto, che va consegnato a Ulan Bator all’organizzazione. Questo nonostante le richieste molto pressanti del responsabile di lasciarli una copia di chiavi “per sicurezza” dice lui. Lasciamo anche un serbatoio pieno di benzina “buona”.

In tutta questa scena, l’unica persona rimasta vicina a noi è stata Yanya, della Ger Guesthouse all’entrata della città, e suo marito. Ci riportano alla tenda su un Opel Corsa color oro che avevano riparato dopo averla acquistata (non marciante) da un Mongol Rally di qualche anno prima. Per la prima volta dalla partenza siamo in una macchina che non stiamo guidando. Almeno questa auto in cui siamo seduti è la prova tangibile che anche la nostra, in qualche modo, tornerà utile a qualcuno. Yanya si dimostra molto ospitale, e ci accoglie nella sua tenda. Andreas cucinerà con lei spaghetti al sugo (le abbiamo lasciato tutte le scorte di cibo non trasportabili), e riprendiamo un pò le forze.

Decidiamo di stringere i tempi per trovare un modo di partire: scartando l’ipotesi dell’aereo (troppo costoso), Yanya ci consiglia di prendere un pullman. Ci accompagna in banca per prelevare, e lei stessa ci prenota i biglietti per la notte stessa: se li avessimo chiesti noi, lei ci ha detto, il prezzo sarebbe raddoppiato. Quel giorno era un martedì, il pullman doveva partire verso le 21:00. Nelle circa 3 ore che ci avanzavano, abbiamo potuto chiamare a casa e, in generale, riprenderci un attimo dopo un lungo e massacrante periodo di stress. Verso 10 alle 9 torna il marito di Yanya, ed entrambi ci accompagnano in auto verso la fermata del pullman. Non riusciamo a capire perchè, ma i due cominciano a sembrare agitati quando scopriamo che alla fermata non c’era nessuno. Inizia allora un giro piuttosto frenetico in questa auto, sulle strade dissestate di Khovd, alla ricerca del pullman o del suo proprietario. Dopo un paio di tentativi a vuoto, una telefonata chiarisce la questione: il pullman è ancora alla tenda dell’autista, e dobbiamo andare lì. Saranno state le undici quando vediamo nel buio il grosso pullman russo anni 70, e veniamo accolti in una grande ger con diversi passeggeri in attesa che l’autista fosse pronto a partire. Il motivo del ritardo, ce lo ha spiegato Yanya prima di salutarci, è che di martedì partire porta sfortuna, e quindi avremmo aspettato mezzanotte, così che non fosse più martedì. Stralunati da questa decisione, senza sapere bene se farsi due risate o disperarsi, ancora la maledizione della Mongolia sembra abbattersi su di noi, proprio ci impedisce di proseguire. Sistemiamo i bagagli sul pullman, in quel momento ancora semi vuoto. Salutiamo con un pò di commozione Yanya e il marito, davvero mi piacerebbe poterli incontrare ancora prima o poi. Entrati nella tenda ci sediamo su una panca, accanto a un anziano signore, capiamo che è un monaco, vestito in abito tradizionale. Mentre cerco di addormentarci, ecco che questo strano personaggio tenta di parlare con noi, dimostrando di sapere qualche parola di francese, inglese e italiano, ma senza conoscerne l’esatto significato. Abbiamo quindi cercato di parlare per tutto il tempo rimanente, intuendo che lui viene da un villaggio della parte nord est della Mongolia, e che arrotonda facendo da guida a turisti. Aveva solo 20$, e non abbiamo capito se doveva andare in Kazakistan o se era appena tornato. Ci mostra il passaporto mongolo (bellissimo), ma dai timbri non si capisce molto. Ad un certo punto, come un prestigiatore, estrae da sotto la tunica, una grossa macchina fotografica, una reflex elettronica a rotolino. Me la mostra, il display indica che manca il rotolino. Questo ovviamente non lo ha fermato dall’usarla e fare qualche fotografia. Dopo aver cercato di spiegarli il problema, stanco e confuso, decido di arrendermi e sto al gioco. Dopo un pò tutti e tre cerchiamo di dormire qualche minuto, quando uno dei figli dell’autista, che dormivano a pochi metri da noi, inizia a piangere molto forte. E assistiamo ai tentativi della madre di calmarlo, di capire cosa abbia. Vedo che le mamme sono tutte uguali, affetto e calore, e il bambino si calma, prima di cadere di nuovo nel dolore di strizzoni allo stomaco. Arriva anche una guardia medica, che lì per lì non fa nulla, e sarà richiamata qualche minuto dopo che il bambino stava peggio. Un altra situazione surreale, vivere questo momento così intimo, domestico, in questa ger ben arredata, con un grande televisore con ancora attaccati gli adesivi e le plastiche dell’imballaggio, quasi che debba essere restituito al negozio (che probabilmente è a centinaia di km da lì). Come stiamo riuscendo a prendere sonno, ecco che tutti si muovono verso il pullman. Non che nessuno abbia chiamato nessuno, come in automatico tutti escono ed iniziano a salire secondo l’usanza mongola: il più grosso spinge e passa sopra a tutti, mentre il più piccolo si infila nei pertugi più improbabili per passare davanti a tutti. I bambini e le donne sono anche peggio, perchè non te lo aspetti. In questa bolgia ce la caviamo con calma, avendo i posti “prenotati” proprio sul passaruota destro. Notiamo che il pullman è stipato fino all’inverosimile, tutti i sedili occupati e qualcuno seduto anche nel corridoio, appoggiato comodamente sui sacchi di patate e angurie disposte con ordine esatto sul pavimento. Il tetto diventa bagagliaio, con le pesanti valigie appese con delle corde ai maniglioni. Il gavone del pullman, è stipato con sacchi di patate e angurie sistemate lì sotto con lo stesso amore e cura di quelle lasciate nel corridoio e puntualmente pesticciati da tutti. Il monaco, soprannominato “il papa” è nella fila accanto alla nostra, e continuiamo a far finta di capirci col dubbio se ridere o continuare a fingere per non offenderlo. Ma sembra non farci caso. Si addormenta dopo un pò, e in qualche modo anche noi finiamo con l’addormentarci nella nostra prima notte sul pullman. 1000km in 48 ore, questo è il piano. Se riusciamo, dovremmo arrivare a Ulan Bator esattamente un giorno prima dell’ultima festa di arrivo e della scadenza del visto. Nel frattempo le batterie di telecamera, macchina fotografica e cellulare sono ai valori minimi, ma riesco a contattare casa deciso a prendere il primo aereo per l’Italia senza dover rinnovare il visto. Andreas invece, per raggiungere a Pechino la sua ragazza Yu, decide che avrebbe rinnovato il visto e sarebbe stato a Ulan Bator qualche giorno in più.
Ci svegliamo alle prime luci dell’alba. Non so come siamo riusciti a dormire con gli scossoni e le buche, il pullman va come un dannato, affrontando il deserto senza paura non curandosi minimamente di essere stracarico e di avere persone dietro. La cosa non mi infastidisce molto, credo che i tempi saranno rispettati e che se avessimo dovuto aspettare di riparare l’auto, e poi partire, ci avremmo impiegato molto più tempo, considerando che a quel punto saremmo stati soli e con l’auto rattoppata.. un altro guasto e sarebbero stati guai seri. Il pullman si ferma ogni tanto, 3 o 4 volte a giorno per fare il cambio autista (quando non guida sta dormendo su un letto improvvisato di fianco al sedile) oppure per riparare qualcosa. Durante il giorno l’autista è costretto a volgere il muso del pullman controvento e dare potenti sgassate per attivare la ventola e raffreddare l’acqua del motore. Questo circa ogni due ore. Almeno una volta al giorno invece si ferma presso un fiumiciattolo per riempire un pò di bottiglie d’acqua fangosa da mettere direttamente nel radiatore che perde copiosamente. Tanti veicoli da queste parti sono sempre sul filo del rasoio, in bilico tra il fermarsi e il proseguire. Questo labile equilibrio è mantenuto dal continuo rattoppare qui e là dal proprietario, che non appare mai sorpreso quando qualche altra cosa si aggiunge alle altre già rotte per l’usura oltre ogni previsione del veicolo.

Dormiamo, quando possiamo, in delle condizioni di scomodità rare, col frastuono del pullman, le violente buche, e una canzoncina mongola che si sente in sottofondo dal mangiacassette della cabina, amplificata dai passeggeri che allegramente ma piano canticchiano il ritornello. Dalle tende giallastre ogni tanto mi affaccio a guardare il niente che mi circonda, e che mi scorre davanti. Il pullman procede sicuro su nessuna strada precisa, ma su uno dei tanti tracciati paralleli presenti nelle valli della Mongolia. Tanta sabbia. Senza preavviso sbucano dalla polvere i pali bianchi e rossi che avevamo visto anche noi, per puro caso, giorni prima. Incrociamo qualche altro veicolo del Mongol Rally, spesso inerpicati o incastrati in una di quelle centinaia di strade parallele.. noi del Rally evidentemente abbiamo una certa propensione a cacciarci nei guai, mentre l’esperto autista conosce i trucchetti e le scorciatoie del deserto.

Passiamo fattorie che non hanno campi, allevamenti di cammelli senza erba, camion stracarichi oltre ogni decenza. Alcuni sul tetto del carico, adagiate senza troppa cura sulle altre merci, trasportano auto giapponesi di seconda mano, legate in qualche modo al pianale del camion a 8 metri d’altezza. Sotto, un telo malnasconde la varietà di merci che vengono trasportate dalla capitale verso Ovest. Isolate quà e là delle tende, preannunciate da un gregge di capre o cammelli in lontananza, con i caratteristici pastori in sella alle loro moto rattoppate, o a cavallo.

Il mio ricordo di queste ore in pullman è solo un insieme di flash, di immagini acquisite dai miei occhi quando li tenevo aperti. Ho cercato di dormire quando potevo, e quando non ci riuscivo facevo finta. Andreas intanto alternava fasi di sonno oltremodo profondo, sbatacchiando la testa di qua e di la in perfetta simbiosi con l’andare incerto del pullman, ad altre fasi di veglia contraddistinte da una fame cieca e nera che lo portava, persino in quelle situazioni incerte, a spalmarsi il pane di marmellata, di cui aveva acquistato un secchiello, per non restare senza. Sono giunto più volte alla conclusione che, se l’avesse finita, si sarebbe sentito perso.

Nei momenti più difficili della nostra avventura Andreas mangiava. E’ fatto così.

Alla fine del secondo giorno iniziamo ad essere un pò nervosi. Era difficile infatti capire quanto mancasse a Ulan Bator, i nostri tentativi di chiedere agli altri passeggeri si traducevano in non meglio comprensibili segni con le dita. Tuttora non capisco se si riferivano alle ore, ai giorni, ai kilometri che mancavano, oppure che avevamo fatto, se era un indovinello, se davvero non lo sapevano neanche loro ma ci rispondevano per rara cortesia.

Tra i passeggeri, oltre a “papa”, c’era anche il sosia di Antonello Venditti, soprannominato appunto “antonello”, con gli stessi occhiali e un cappello tipo coppola; poi c’era il fratello orientale di Kenau Reeves, detto “matrix” per gli occchiali da sole uguali a quelli del film; poi c’era “cicciaomba”, proprio dietro a noi, che dopo e durante i pasti ci allietava tutti con delicati suoni della sua digestione. I due autisti erano magrissimi, e talmente piccoli da riuscire a dormire rannicchiati nel piccolo spazio accanto al posto guida, praticamente sopra il vano motore. Insomma, eravamo sul pullman delle celebrità.

Mi sveglio durante la notte, e sento che le ruote stavano scorrendo su liscio asfalto. Alzo la testa e riesco a vedere tante, tante luci all’orizzonte. Ulan Bator! Doveva essere per forza quella. Mi addormento ancora, nonostante il freddo che entrava dai finestrini lasciati aperti durante il giorno per fuggire al caldo del deserto. Mi risveglio, come tutti, in seguito a un tonfo sordo proveniente dal davanti del pullman, e sento i passeggeri discutere con l’autista. Poco dopo uno sgradevole odore di bruciato penetra all’interno, seguito da denso e maleodorante fumo bianco. Intuisco che avevamo forato una ruota, e che l’autista non voleva fermarsi. Dal finestrino appare chiaro che eravamo vicini alla città, ma appariva comunque lontana. Tutte le città mongole appaiono lontane, per quanta strada uno riesce a mettersi dietro, sarò sempre meno di quella che ti resta davanti per raggiungerla. Chissà se questa sensazione ce l’avevano anche i primi nomadi, che facevano prima a costruire una città nuova perchè troppo snervante raggiungere ogni volta la successiva. Il pullman si ferma, i due autisti scendono e si decidono a cambiare la ruota. Alcuni passeggeri scendono, io resto al mio posto. Non volevo infrangere quel poco equilibrio di scomodità accettabile che avevo creato. Diciamo che mi ero abituato a stare scomodo. Ripartiamo dopo una lunga sosta, e ancora la città sembra non arrivare mai. Iniziano ad apparire nell’oscurità i primi edifici. Le strade sono illuminate poco e male, e la situazione migliora di poco avvicinandoci al centro. Ci iniziamo a preoccupare sul DOVE ci lascerà il pullman, problema che non ci eravamo posti affatto. Ogni tentativo di farsi dare qualche informazione dagli altri passeggeri si è rivelato inutile, anche perchè in molti si erano riaddormentati. E mentre neanche ce ne rendiamo conto, il pullman si ferma al centro di un parcheggio. Senza che nessuno dica niente, tutti si alzano e iniziano a uscire dal pullman con il solito ordine e la solita calma, senza dimenticare di calpestare il più possibile i bagagli degli altri per vincere l’ambito premio che vince chi esce per primo..

Ha vinto “cicciabomba”.

Antonello secondo.

Terzo la vecchia dal colpo basso che non ti aspetti.

L’unica cosa da fare era aspettare qualche minuto prima di scendere, in effetti siamo gli ultimi. Ci troviamo al buio, in una zona non precisata della città, contornati da una folla di perfetti sconosciuti che si salutano tra loro. Inizialmente restiamo completamente ignorati. I nostri compagni di viaggio degli ultimi 2 giorni, con i quali (seppur a distanza) avevamo condiviso ogni momento, i pasti improvvisate, complici con noi di ogni buca del deserto,  provato le stesse difficoltà, ammirato lo stesso spettacolare e infinito panorama, sporchi della stessa polvere. Eppure nessuno resta un attimo. Non mi aspettavo che ci venissimo a salutare, i nostri sforzi dipolmatici non avevano sortito effetto oltre a qualche cenno del viso, ma forse ci aspettavamo un pò di aiuto a capire dove ci trovassimo.

Invece niente.

Tutti si dileguano lasciandoci alla mercè di 5 o 6 tassiti che cercano (anche prendendoci direttamente le valigie) di indirizzarci al loro mezzo. Avevo letto tante storie sui tassiti di Ulan Bataar: license false, taxi abusivi, furto di bagagli e cose peggiori. La nostra prima reazione è stata la fuga. Anche perchè per quanto ne sapevamo potevamo anche essere accanto all’arrivo, situato vicino al monumento di Gengis Kahn. Di certo la completa oscurità che ci avvolgeva e la totale mancanza di punti di riferimento non ci ha aiutato a capirlo. Le indicazioni di The Adventourists sono adatte a chi arriva in auto, e non a chi viene scodellato chissà dove. Dalla mappa della guida di Lonley Planet capiamo inoltre che l’arrivo si trova vicino alle ambasciate di Francia e Turchia. Da questo capiamo che l’arrivo del Mongol Rally si trova nel “centro” di Ulan Bator. Intorno a noi palazzoni alti da una parte, baracche e tende dall’altra, notiamo l’insegna con quasi tutti i neon rotti di un Hotel.

Sulla guida non appare.

Erano le 4:00 di mattina. In assenza di certezze torniamo verso i tassisti. In molti se ne erano andati, lasciando sono un gruppetto di 3-4. Decidiamo di provare a contrattare con qualcuno di loro, quelli che sembravano meno scalmanati. Andreas riesce tramite il suo utilissimo blocchetto a scrivere una cifra, poi più volte modificata e discussa. Il problema era che era difficile anche stabilire dove dovessimo andare, e a quanti km. Cerchiamo quindi di stabilire una cifra fissa per arrivare al monumento di Gengis Khan, presupponendo che ogni buon abitante di Ulan Bator sappia benissimo come arrivarci. Uno dei tassisti accetta l’offerta a ribasso di Andreas, forse per sfinimento (lo capisco), e ci invia a salire nel suo taxi. All’apparenza un taxi vero, giallo, un auto giapponese mancante di qualche pezzo ma tutto sommato in buono stato. Aveva addirittura il tassametro. Mettiamo le valigie nel portabagagli promettendoci di tenere gli occhi aperti: il furto dei bagagli da parte di un complice direttamente dal portabagagli è cosa comune.

Il tassista finalmente parte. Noi con grandissima tensione non abbiamo idea di dove stia andando. I numeri sul tassametro iniziano a salire (ci eravamo accordati per l’equivalente di 15€ che mi pare corrispondano a circa 20km). La tensione aumenta quando il muto autista imbocca delle stradine secondarie molto strette, come fossero vicoli ciechi che solo alla fine avevano uno sbocco. Ci sentiamo un pò meglio quando imbocca un grandissimo viale, buio pesto anche quello, dal quale cerco riferimenti sulla mappa di Lonley Planet leggendo le insegne luminose dei locali. Non trovo niente. Passa diverso tempo, dopo poco il tassametro supera la cifra pattuita. Ci iniziamo a innervosire sia perchè l’autista non dava segnali rassicuranti, sia perchè dava decisamente l’impressione di essersi completamente perso. Ogni tentativo di comunicazione finiva nell’incomprensione più totale, anche quando il taxi accosta dopo molteplici inversioni e consulta la mia mappa.

E l’autista annuisce.

Annuisce sempre.

Nel frattempo le prime luci stanno illuminando un poco la città. I palazzi ormai sono tutti molto alti, ma non riesco a trovare riferimenti sulla mappa. L’autista si ferma a chiedere indicazioni, annuisce e poi riparte. Così un paio di volte finchè alcuni palazzi diventano differenti e curiosi, trattati decisamente in un modo diverso rispetto agli altri di stampo sovietico. Andreas riesce a intuire dalla scritta in cirillico su uno di questi la parola “accademia”. Trovo sulla mappa l’accademia della musica di Ulan Bator, non lontano da dove siamo diretti. Iniziamo quindi noi a orientarci (e chi ci conosce sa bene quanto raro sia questo), e a dare le indicazioni al tassista. Quando riconosciamo il palazzo dell’ambasciata Francese (solo dalla bandiera) lo facciamo fermare. Il tassametro segna il doppio rispetto a quando avevamo concordato. Erano le 5:00, il tassista si era perso e noi non avevamo intenzione di spendere più del concordato. Per evitare che si innervosisse e scappasse con le nostre valigie (altra storia comune), lascio Andreas a contrattare mentre esco e mia affretto a prendere le nostre cose dal portabagagli e metterle al sicuro sul marciapiede. Andreas discute a gesti animatamente, un vero spettacolo. Alla fine ha la meglio e il tassista riparte con i soldi che avevamo concordato un ora prima. La strada era deserta, silenziosa. L’alba era fredda, ma luminosa. Zaino in spalla prendiamo la direzione che, secondo la mappa, ci porterà all’arrivo del Mongol Rally. Passiamo davanti ai bei palazzi delle ambasciate, con alti recinti e giardino, il Centro Commerciale Nazionale, e poi troviamo la viuzza che porta all’arrivo. Lo vediamo, decorato dai manifesti del Mongol Rally. Siamo euforici perchè stanchi, ma nessuno dei due in cuor suo si sarebbe mai immaginato di giungere all’arrivo.. a piedi. I pensieri, come molte volte anche oggi mi capita, volano alla nostra auto, lasciata in quel garage, a Khovd, circa 800km più indietro. Fuori dall’edificio che ospita l’arrivo il parcheggio del rally è pieno zeppo di auto. Ne riconosco qualcuna, sono felice di vedere il Suzuki Wagon degli Skullywags, riconosciamo la Polo nera degli Adventurists (quella che abbiamo tamponato, ma sembra stare bene). Da lontano vedo la Panda rossa di Paolo Pajola: aveva il motore acceso e c’era qualcuno dentro. Mi avvicino salutando solo per scoprire che era stata scelta da due guardie del parcheggio come rifugio dal freddo..

Con una grande emozione oltrepassiamo al palco dell’arrivo ed entriamo nel palazzo, trovandoci davanti al tabellone degli arrivi. Scrivo il nostro nome in fondo alla lista, specificando “RIP in Khovd” per indicare come altri sfortunati avevano fatto, dove era rimasta la nostra auto. Con grande felicità (ed una punta di amarezza) vedo che tutti i nostri amici erano arrivati sani e salvi. Vedo anche diversi team che conoscevo con la scritta RIP, ma scopriremo qualche ora più tardi che il Mongol rally 2012 è stato quello con la maggior percentuale in assoluto di auto arrivate a destinazione. Ci si sente sempre strani a far parte della minoranza di una percentuale. L’umore non era dei migliori, eravamo contenti di essere arrivati in qualche modo, ma avremmo sicuramente avuto più voglia di festeggiare se fossimo arrivati con la nostra macchina.. di certo era una possibilità presa in considerazione, ma mai realmente sul serio.

Una porta in fondo al corridoio indicava “hotel”. Entriamo in quella che sembrava la reception, dove due donne e una bambina stavano dormendo accasciate sulle sedie da ufficio. Un pò titubanti ne svegliamo una chiedendo una stanza, ma ci fa capire con qualche parola in inglese che era tutto pieno. Ci scusiamo e torniamo in corridoio. Avevamo però adocchiato il boiler in fondo alla stanza, e torniamo da loro a chiedere dell’acqua calda per cucinarci l’ultima razione di spaghetti istantanei. Quella brodaglia calda, con le verdure liofilizzate e aromi artificiali è stata una delle cose più buone che abbia mai mangiato. Nei momenti peggiori, quando faceva freddo, erano queste zuppette pronte a migliorarci l’umore. Così passa qualche altro minuto. Quando si è stati svegli tutta la notte o è da giorni che non si riposa, ma sono le 6:00 di mattina, non si sa mai se è meglio provare a dormire (pur sapendo che sarà per poco) oppure sforzarsi a stare svegli.

Proprio in quel momento mi vedo uscire dalla porta dell’hotel Fred! Ho ritrovato le energie e gli sono corso incontro. Rivedere lui e sapere che gli altri stavano bene ed erano lì, è stato più importante di qualunque altra cosa in quel momento.

Si può dire che, dopo la zuppa, siano stata la miglior cosa del viaggio.

No, via, forse più della zuppa.

Fred ci accompagna a fare colazione in un bar provvisto di internet. Cappuccino e internet ci riportano alla civiltà. Poche ore prima eravamo trogloditi, inermi nel deserto, dove fare un chilometro significava lottare per ogni centimetro, deboli e stanchi. In quel bar in un attimo mi sono connesso alla rete mondiale e ho potuto mandare un messaggio rassicurante ai miei cari.

Migliaia di chilomentri, strade, civiltà, persone, frontiere, buche, città, bambini… in un secondo.

Un salto così improvviso fa venire la pelle d’oca. In quel momento me ne sono reso conto. Quanto si diventa vulnerabili e inermi quando si è senza tecnologia, persi, quando non potevamo contare più sull’auto, come nudi nel mezzo del più inospitale dei deserti della terra, sconquassati dal freddo e dal vento di notte, massacrati dal caldo e dalla sabbia di giorno, oppure dissanguati dalle zanzare e zuppi di pioggia quando al deserto andava così.

Non eravamo rimasti simpatici al deserto del Gobi. Ma eravamo arrivati. Alla fine, eravamo arrivati in fondo.

A questo pensavo mentre assaggiavo la schiuma del più buon cappuccino del mondo, a Ulan Bator, Mongolia.

Aggiornamento da Firenze parte2

La mattina seguente sono svegliato da Michael, che bussando sul finestrino mi fa capire che le guardie erano tornate agli uffici di frontiera e che era necessario liberare l’area della tettoia e tornare nel recinto. Quindi tutti, pigramente, spostiamo le nostre auto e raggiungiamo i pochissimi che avevano passato la notte esposti ai venti e all’acqua che era caduta copiosa. Io, essendo il proprietario dell’auto, devo assicurarmi di portare i documenti da un ufficio a un altro via via che sono stati processate tutte le carte, fino all’ultimo controllo sulle le tasse di importazione. Il governo della Mongolia, in accordo con Adventures For Development (l’associazione che prenderà e venderà le nostre auto), ha stabilito che le tasse di importazione per i veicoli dovevano essere pagate direttamente all’ingresso in frontiera, per evitare che possano essere vendute o abbandonate una volta all’interno dello stato. Questo richiedeva quindi che l’associazione AFD sopracitata mandasse i soldi per le tasse in una banca della capitale mongola, e che poi gli stessi fossero notificati presso la frontiera. Il tutto con circa 7 ore di fuso orario da Londra. Questo procedimento, veniva effettuato, ogni volta da capo, un auto dopo l’altra, ogni volta che si era concluso il controllo degli altri documenti creando lunghissimi tempi di attesa e grossi disagi. Il tutto aggravato dal fatto che gli ufficiali seguivano un ordine tutto loro per processare i veicoli, per cui alcuni team si sono trovati a passare alla frontiera poche ore, altri sono rimasti giorni. Inoltre non si poteva restare ada attendere vicino all’ufficio, anche per avere un idea della propria “posizione” ma eravamo obbligati a restare nel recinto, chiamati pigramente dall’ufficiale volta volta, che poi avrebbe verificato le targhe, il codice motore e numero del telaio venendo personalmente a visionare l’auto. Per fortuna il tempo durante la notte è molto migliorato, non fa caldo ma almeno non piove.

La giornata passa molto lentamente, ogni momento potrebbe essere quello buono per essere chiamati, da un ora a un altra, senza però potersi allontanare per non perdere l’occasione di ripartire. Avendo già processato i nostri passaporti, il nostro visto (di soli 10 giorni grazie all’ennesimo errore dell’agenzia Intelservizi-Euroest di Roma) era già iniziato il giorno prima, mettendoci in un leggero stato d’ansia. Le leggende sull’attesa alla frontiera mongola si sprecano, gli anni precendenti sono successe cose spiacevoli, documenti andati perduti, soldi che non arrivano, computer che si  bloccano e giorni interi persi da teams proprio prima del tratto più impegnativo, i circa 1500km di deserto e steppa mongola interamente sterrata fino a Ulan Bator.

Quella mattina vediamo arrivare i primi camion e auto locali che vanno verso la Russia. Un gruppo di grossi fuoristrada bianchi attira la mia attenzione, riconosco la targa europea bianca e blu. Quando si avvicinano riconosco che sono italiani, li incontro all’interno degli uffici intenti a sbrigare le noiose, lunghe e complicate procedure per lasciare il paese. Mi presento, e parlando scopro che si tratta di un viaggio avventuroso organizzato da un agenzia, avevano spedito via nave i fuoristrada fino a Pechino e poi avevano guidato attraverso il deserto fino a quella frontiera, dopo la quale avrebbero fatto la strada più breve attraverso la Russia per rientrare in Italia. Alcuni di loro conoscevano il Mongol Rally, ma tutti restano colpiti dal numero e dalle tipologie delle nostre auto. Racconto le nostre avventure e disavventure, ma ci dobbiamo salutare perchè, come al solito, le guardie non vogliono tanta gente all’interno degli uffici e siamo costretti a uscire. Più tardi però li vado a cercare di nuovo, perchè mi avevano detto che c’era un meccanico tra loro, che aveva avuto il suo bel da fare tra ruote forate e sospensioni partite (si va di nulla, con i fuoristrada!). Lo trovo e gli chiedo di dare un occhiata alla nostra auto, per quelle bolle d’aria nel serbatoio che non sapevo se spurgare o no, ma non mi sarei azzardato a toccare da solo viste le condizioni precarie dell’auto. Gli mostro la riparazione, ed è lui a spurgare l’impianto dalle bolle d’aria. Avevo ragione quindi, ma non era un problema grave, mi spiega che se è poca aria l’impianto si sarebbe spurgato da solo, ma sempre meglio farlo da noi se necessario. Lo ringrazio tanto e lo saluto. Sarebbero passati tutti a fare qualche fotografia, per ammazzare un pò del lunghissimo tempo che, senza motivo, avrebbero dovuto aspettare prima di uscire dalla Mongolia. Grazie a loro apprendo che l’ultimo tratto (il primo per noi) è il più duro, con diversi punti critici e guadi, poi una volta entrati nel Gobi settentrionale diventa monotono e mediamente difficile. Mi segnalano un grande guado, da fare obbligatoriamente trainati dal trattore, nell’ultimo pezzo di “strada”.

E’ difficile ricostruire come sono andate le cose quel giorno, si passava il tempo un pò come si poteva, non ho molte fotografie perchè in teoria è severamente vietato riprendere o fotografare le dogane e i confini, e c’era sempre qualche guardia in giro. Ma qualunque attività facessimo, non era mai niente che occupasse troppo tempo, qualunque cosa fosse veniva interrotta quando qualcuno veniva finalmente chiamato. Ed eravamo anche tutti pronti a partire, ogni momento poteva essere quello buono. Avevamo paura di non riuscire a restare col nostro convoglio, nonostante lo sfortunato incidente, nè gli Adventourists nè gli Skallywags hanno mai cambiato atteggiamento nei nostri confronti, nè ce lo aspettavamo, sono state persone meravigliose e sempre molto gentili con noi. Abbiamo cercato di fare vita da campeggio, sdrammatizzando come potevamo e cercando di restare civili, lavandoci, cucinando e vivendo con ciò che avevamo. Le cose sono migliorate quando Andreas ha trovato dell’acqua fresca di fonte e sicuramente microbiologicamente pura che ci siamo guardati bene dal bere.

Durante la giornata incontro la mitica Renata Riva, arrivata quel giorno col suo team “2 vagabonds and 1 yak”. Ci siamo inseguiti senza trovarci da Samarcanda, dopo esserci separati all’ingresso in Turkmenistan almeno 2 settimane prima, tempo che sembrava molto più lungo, come un altra vita.

In realtà durante il viaggio ho vissuto moltissimo il momento, l’istante, e non mi era facile ricordare cosa avevamo fatto e dove le settimane prima, come se l’intero Mongol Rally, l’intero viaggio fino a quella frontiera fosse stato un lampo velocissimo, accaduto secoli fa, senza che nessuno ci avesse fatto caso. Non ‘è passato. Non c’è futuro. C’è solo il qui e l’ora, la sbarra chiusa della frontiera e quel cielo immobile eppure in movimento della Mongolia, mai uguale a se stesso. In diversi riescono a entrare ufficialmente in Mongolia quel giorno, anche chi era appena arrivato. Verso le 17:00, nonostante ci avessero garantito che sarebbe uscito un numero maggiore di auto, capiamo che gli uffici avevano smesso di processare i nostri documenti per dare precendenza a dei tir appena arrivati al confine. Classico esempio di impeccabile organizzazione Mongola. C’è un pò di nervosismo, un altro giorno e la frontiera sarebbe restata chiusa per l’intero fine settimana, condannato gli eventuali sfortunati a restare bloccati per giorni in quel recinto. Rassegnati che avremmo passato lì un altra notte montiamo la tenda e mangiamo tutti insieme. Ho però troppo freddo per dormire in tenda, scelgo la comodità del sedile di guida e la coibentazione della nostra auto come giaciglio.

Mi sveglio per il freddo diverse volte durante la notte, il termometro dell’auto segna 2 gradi all’esterno e 7 nell’abitacolo. Apro gli occhi alle prime luci dell’alba, ma non mi alzo, mentre i raggi del sole iniziano (in realtà piuttosto velocemente) a riscaldare l’auto, finchè non è confortevole per darmi un altro paio di ore di sonno. La differenza termica in Mongolia è impressionante. Quando c’eravamo noi, ed erano già iniziate quelle poche e violente pioggie che segnano la fine dell’estate, durante il giorno c’era una temperatura piacevole, calda e secca. La notte invece abbiamo avuto un piccolo assaggio del freddo micidiale che può fare in Mongolia in inverno, con punte di -40°. Non volendo immaginare quel freddo, e poco attrezzato come ero senza giubbotto e con un sacco a pelo estivo, mi alzo a prendermi un pò di raggi solari e raggiungendo qualche amico corrucciato e infreddolito come me. Il morale è diverso, tra tutti sembriamo aver accettato il nostro stato di ostaggi con ironia, e prendiamo un pò in giro (con invidia) chi riesce a uscire, immaginando di poterli raggiungere entro sera.

Intanto si ferma sotto la tettoia un gruppo di Citroen 2cv d’epoca con un furgoncino di assistenza di un gruppetto di svizzeri un pò attempati e molto simpatici che ci raccontano delle loro peripezie. Anche loro sono alla frontiera per uscire dalla Mongolia, ed erano arrivati da Ulan Bator senza troppi problemi. Non riesco a parlarci più di tanto perchè, insipegabilmente, riescono ad uscire in un paio d’ore.

Decido, anche per ammazzare il tempo, di avvantaggiarmi e “uscire” dal cancello nel primo villaggio (entrando quindi in Mongolia) per fare l’assicurazione per l’auto e pagare una tassa che non so a cosa serva (un altra). Al cancello non mi controlla nessuno, dopo pochi passi trovo un gruppetto di case in legno e mattoni cotti al sole e tenuti insieme da un pò di cemento che componevano il villaggetto della frontiera, oltre che alle nomerose tende Ger (alcune con muretto di recinzione) che sorgono quà e là lungo la strada. Trovo la casupolina della compagnia assicuratrice in un casottino che sembrava un deposito per attrezzi da giardinaggio tanto era piccolo. Tre donne, con pochissimo inglese e una calcolatrice, mi vendono la polizza per l’auto a 50$, obbligatoria e uguale per tutti. Mi sarebbe piacuto curiosare un altro pò in giro, non che ci fosse molto, ma era già comunque Mongolia, ma decido di tornare al recinto per evitare di perdere il mio turno. Ho dimenticato di dire che in questa zona, come del resto tutta la Mongolia eccetto il centro delle città non c’è copertura per i cellulari. Il resto del giorno procede senza troppe sorprese fino a che, nel pomerggio, non viene chiamato Thomas, degli Skallywags. Nel giro di un paio d’ore la loro auto lascia i cancelli della frontiera ed entra in Mongolia. Partono dopo averci salutato, promettendo di comunicarci la loro posizione tramite sms. Non potevano aspettare ancora, avevao un aereo da prendere a Ulan Bator 6 giorni dopo e non volevano rischiare di perderlo.

Poco dopo tocca anche a Michael degli Adventurists, e vediamo la loro Polo nera ammaccata allontanarsi verso l’orizzonte. Passa altro tempo e nessuno ci viene a chiamare. Non ero molte auto dopo i miei amici, eppure mi passano avanti molte ore dopo di noi. Viene chiamato Dave e la Renata, arrivati quella stessa mattina. Mi arrabbio, prendo letteralmente la targa (che nell’incidente si era staccata) e mi dirigo verso l’ufficio. Busso con le nocche e attacco la targa sul vetro indicandola con un sorriso molto forzato. L’ufficiale mi guarda incuriosito, e poi chiama un suo collega, che se ne esce fuori tutti trafelato con i miei documenti. Davvero non capisco come, ma 5 minuti dopo mi trovo finalmente davanti allo schermo del pc dell’ufficiale e vedo che sono state pagate le tasse di importazione! Finalmente liberi!

Rimango anche contento di aver visto che la nostra auto è costata solo 500$ di importazione, e dato che nonostante il danno ha un prezzo di vendita molto più alto, la differenza che va in beneficenza sarà comunque consistente. Mi affretto a tornare all’auto, la guardia mi fa cenno di partire subito senza controllare numero di telaio e motore, e facciamo appena in tempo a raggiungere Dave con suo Suzuki Jimny e i 2 vagabonds & 1 yak che stavno uscendo in quel momento. Pochi minuti di attesa alla sbarra, un controllo svogliato e blando dei passaporti ed eravamo in Mongolia, ufficialmente, e con la nostra auto!

La strada, sterrata, percorre una zona pianeggiante completamente deserta affiancata ai lati da alte colline ripide di marrone-verde, mentre lentamente iniziano a cadere delle gocce di pioggia. Il terreno non è ancora fangoso, l’umidità non solleva polvere e procediamo svelti mentre la strada inzia a seguire l’andamento ancora montuoso della zona dei monti Altai, ancora in quota, preparandosi ad abbassarsi verso il deserto del Gobi settentrionale.

Su un alto crinale, dove ci fermiamo a scattare qualche fotografia (aveva smesso di piovere) e da dove si domina l’intera valle, con i raggi del sole che penetrano dalle nuvoe grigie, seguiamo un rito vecchio di secoli attorno a un mucchio di rocce di fianco alla strada: bisogna prendere una roccia e depositarla nel mucchio, poi compiere tre giri in senso orario intorno a questa montagnetta di sassi per avere fortuna ed evitare i pericoli del viaggio. Convinti che avrebbe funzionato, seguiamo tutto il rito e ripartiamo.

Il tempo continua ad essere variabile, mentre le strade peggiorano anche a causa (come spesso durante l’intero viaggio) dei lavori sulle nuove statali, non segnalati, che costringono ada abbanonare il “percorso principale” e deviare su mulattiere rovinate dal passaggio di mezzi pesanti e dalle buche necessarie per il cantiere. Riusciamo ad arrivare alla città di Olgii, dove ci fermiamo a fare un pò di provviste prima di ripartire su quella che sembra la strada principale di uscita dalla città.

Le città, se così si possono definire, sono un agglomerato di edifici disordinati e circondati da tende, con alcuni tratti asfaltati. Ma nè l’entrata nè l’uscita sono marcate da cartelli o da strade chiaramente principali, semplicemente si esce dove si vedono i segni di altre auto seguendo i tralicci dell’alta tensione e la direzione della bussola. Proseguiamo fino a che non fa buio, e ci fermiamo in una valle in mezzo ad una grande steppa. Disponiamo le auto a cerchio, per ripararci dal vento, e cuciniamo un pasto caldo e montiamo le tende.

La mattina successiva scopriamo di essere a pochi km da un accampamento di Ger, le cui capre vengono a pascolare letteralmente addosso a noi..

ripartiamo in direzione di Khovd, il tempo aveva tenuto durante la notte, a metà mattinata però ricomincia a piovere creandoci qualche problema a causa del fango. Non abbiamo ancora abbandonato il tratto dei Monti Altai, quindi è un continuo alternarsi di salite e discese, senza aver mai la certezza di stare seguendo la strada giusta. Ci fermiamo ogni volta che troviamo qualcuno, si vedono più persone a cavallo che in auto..

In prossimità di un ponte crollato icontriamo diversi altri teams, gli svizzeri con la Panda bianca, gli irlandesi con la loro Honda Getz, gli inglesi con la Polo ricoperta di pelo grigio, conoscevamo tutti e siamo contenti di essere con loro al nostro primo guado.. in assoluto il più impegnativo, era abbastanza profondo. Contrariamente a quello che mi ero immaginato non è tanto la profondità dei guadi a creare problemi, quanto più le sponde, spesso molto ripide e decisamente impegnative, bisogna fare molta attenzione a dove mettere le ruote per stare in equilibrio nelle parti più alte per non strusciare il fondo della macchina. A noi è andata sempre bene, devo dire l’auto è stata perfetta anche in questi casi confermando che i lavori fatti sono stati giusti e perfettamente azzeccati. Nell’arco di tutta la mattina facciamo le strade più brutte, alternando tratti (sterrati) relativamente tranquilli ad altri che costringono tutti a fermarsi, scendere a controllare, e ripartire con tanta attenzione muovendosi a passo d’uomo. E guadi. Tanti guadi, ne ho contati almeno 5, in verità nessuno impegnativo come il primo, se non per l’ingresso e l’uscita spesso davvero proibitivi.

Siamo comunque felici di aver trovato altri ragazzi, confermandoci di essere non si sa bene come sulla strada giusta (oppure tutti persi). Ogni tanto però troviamo, davvero in mezzo al niente, dei pali bianchi e rossi che indicano che siamo su una statale.. si va di nulla, ma siamo sulla strada giusta! Continuiamo a guidare mentre il paesaggio lentamente cambia intorno a noi, le montagne si abbassano e le steppe si fanno più larghe. Ci fermiamo a riposare accanto a quella che sembra il luogo di un incidente stradale dove qualcuno ha perso la vita, un volante colorato montato su un palo e dei fiori con una targa illeggibile lo testimoniano.

Siamo sollevati di riuscire a proseguire, mentre ci rendiamo conto del reale pericolo di danneggiare le auto su terreni così insidiosi e consepevoli che un problema minuscolo in questa parte di mondo può diventare un problema enorma, visto anche che dopo ore di guida non si incontra che pochissime persone e molto in lontananza. Finalmente troviamo un tratto pianeggiante che si stende a perdita d’occhio, e ci fermiamo a causa di un rumore metallico che proveniva da dietro. Inizialmente pensavo fosse un bagaglio, una tanica che si era mossa, ma guardando sotto la macchina scopro che l’ammortizzatore sinistro si era staccato lettaralmente strappando il supporto (mai vista una cosa del genere) e che quindi sbatteva sulla marmitta. Non mi resta che rimuoverlo direttamente e farmelo saldare alla prossima città.

Sapevo che non era un danno grave, ma questo mi ha fatto pensare: non c’è motivo che un ammortizzatore strappi via un pezzo della scocca, non avevamo colpito niente duramente, e inzio a pensare che si tratti di una conseguenza dell’incidente.. con la paura che ce ne siano altre, e più gravi, proseguiamo saltellando con solo la molla a fare da sospensione sinistra posteriore. In questa occasione perdiamo i ragazzi incontrati al ponte, ma recuperiamo Dave e il team di Renata che ci avevano aspettato. Piove ancora, le strade sono infangate e l’auto sbanda un poco ad ogni minima deviazione. Il che non è un problema grosso considerando che non ci sono ostacoli per chilometri e chilometri in quel tratto. Rischiamo di perderci un paio di volte, le strade prendono deviazioni senza cartelli, ne scegliamo una a senso seguendo mappa e bussola. Troviamo di fronte a noi, con una casualità che ha dell’incredibile un cartello. Sotto alle scritte in mongolo, oltre alle firme di team del presente e del passato del Mongol Rally, c’è un cartello in cartone di un altro team che indica la via verso un ponte, in alternativa a un profondissimo guado. Ringraziamo chiunque abbia messo il cartello e, dopo qualche chilometro, troviamo il ponte con i segnalini della statale, di cui fino a quel momento non c’era neanche l’ombra. Quindi siamo nella direzione giusta, ancora e senza sapere come! Un camionista nei pressi del ponte ci conferma, sulla mappa, che la direzione è corretta.

La pioggia crea giochi di luce con le montagne intorno a noi, ormai molto lontane, ma le strade lentamente iniziano a migliorare. Secondo il tachimetro dovremmo essere ormai nei pressi della città di Khovd, e ci aspettiamo di trovarcela davanti dopo ogni salita. E ogni volta ci diciamo che sarà la prossima, e via via così. A un certo punto troviamo l’asfalto. Buon segno, ottimo segno. Poi appaiono i pali bianchi e rossi, e poi eccola! Dall’alto di una collina, dopo una discesa, si presenta la città davanti a noi.

E’ più grande di Olgii, ma fatta allo stesso modo, con interi quaritieri di Ger attorno a un centro cittadino di origine chiaramente sovietica. Sulla sommità di quella collina troviamo un enorme mucchio di sassi, e facciamo correndo felici lo stesso rituale che fino a quel momento ci aveva aiutato ad andare avanti. Ormai è tardo pomeriggio, in un intera giornata avevamo fatto circa 250km, ed eravamo esausti. Più che per il viaggio in se, stremati dal freddo, dalla mancanza di tutto e dai giorni di attesa in frontiera. Dopo la lunga discesa troviamo un ponticello con un cartello che indica una guesthouse in una Ger nata col contributo del Mongol Rally del 2009, e decidiamo di fermarci per la notte e chiedere lì di un meccanico per risaldare l’ammortizzatore. Prima di fermarci passiamo a comprare dell’acqua al market locale e vediamo da fuori l’altra possibilità per dormire: il Grand Hotel, con colonne di ispirazione greca e una verniciatura approssimativa..

Alla Ger siamo accolti da Yanya, che parla un ottimo inglese (la prima dopo giorni) e che ci porta nella tenda per gli ospiti, accendendo per noi il generatore. Fuori faceva freddo, e in realtà anche dentro non si scherzava, in Mongolia non accendono le stufe prima dell’inverno, quel freddo per loro è estate. Ci viene offerto del gradito thè caldo, e più tardi una cena a base di una specie di sofficino fritto ripieno di carne. Dormiamo su tappeti morbidi nei nostri sacchi a pelo, una notte meno fredda del solito.

Al mattino una colazione rapida con thè, marmellata e un panino con una foglia di lattuga e ketchup (una meraviglia) e la gentile Yanya mi accompagna dal meccanico di “prima mattina” che in Mongolia inizia verso le 10. Vengo accolto da questo signore in giacca mimetica nella sua officina, un cortile all’aperto strapieno di pezzi di auto meno fortunate: pistoni, alberi, frizioni compongono l’originale arredamento di questo cortile senza nessun ordine, tutto ammassato a caso. Parcheggio l’auto sopra la “fossa” dove il meccanico si infila col suo saldatore attaccato ad una batteria da auto (non ha nè acqua corrente nè luce elettrica). Mentre salda l’ammortizzatore mi dice sorridendo che la mia è un ottima auto, dalla traduzione capisco che apprezza il trattamento anti ruggine della scocca, che a suo dire è bella robusta.

In effetti durante l’intero viaggio in tanti ci offrivano soldi per acquistare l’auto, in qualche caso anche oltre il suo valore. Un gruppo di clienti arriva, sempre senza fretta, anche a loro piace la mia auto, uno di loro prova a mettersi al sedile du guida. Più tardi, col meccanico osservano incuriositi il vano motore mentre stavo pulendo il filtro dell’aria, e nessuno compreso il meccanico si accorge della teiera del Caspian Ferry in bella vista accanto al motore.

E’ stato piacevole quel giorno, 40€ di lavoro ed ero pronto a ripartire molto meno ballonzolante di prima. Torno verso la tenda, saluto Yanya e la sua bellissima famiglia (3 bambini molot vivavi ma educati). Facendo una fotografia, mi rendo conto che uno dei bambini sta indossando una maglia del Milan.. non posso fare altro che dare loro una delle magliette della Fiorentina taglia bambino che ho con me dall’inizio. Il viola sembra piacere molto, la figlia accetta di farsi fotografare con la maglietta che ho regalato loro. Sono stato felice di questi gesti con queste persone, in particolare per Yanya che è stata gentile e disponibile ad aiutarci. Non sapevamo allora che avremmo avuto bisogno di lei moltissimo i giorni seguenti.

Yanya è una delle rappresentanti della città per il Mongol Rally, ha persino acquistato un auto da una delle edizioni del passato: un Opel Corsa dorata che al momento dell’acquisto aveva il motore rotto, e che in un anno di lavoro ha ripreso a funzionare perfettamente, e che dopo 3 anni è ancora la loro auto (di cui vanno molto fieri). Saluto tutti di nuovo e mi dirigo verso il centro, dove mi aspettano Dave, Renata e Andreas. Ripartiamo verso l’uscita, e ci fermiamo a una pompa di benzina. Mi allontano con la macchina fotografica verso un rottame di auto a qualche centinaio di metri davanti a un edificio rosa, una Clio Nera che mi sembrava essere l’auto di nostri amici scozzesi. Sembrava danneggiata, avevano rotto i mozzi di una ruota e probabilmente distrutto le sospensioni posteriori. Era proprio la loro auto, aveva avuto problemi per un portapacchi troppo pesante, e l’avevano lasciata davanti a quel garage, uno dei famigerati “drop off point” del Mongol Rally, dove giacciono le auto che non riescono a proseguire e che vengono riparate e vendute in città. L’Opel Corsa di Yanya veniva da lì. Sorrido e penso che questa auto verrà usata da qualcuno e torno intristito che dei nostri cari amici non erano riusciti ad arrivare in fondo.

Successivamente, ricontattando i Flying Scotsmen, ho appreso che avevano chiamato il carro attrezzi di Khovd semplicemente perchè avevano forato e avevano finito le ruote di scorta. Mentre loro e l’auto venivano trasportati sul carroattrezzi, una buca ha fatto cadere l’auto dal carrello schiantandola col muso a terra. Si sono spezzate e piegate le sospensioni anteriori, rotti i mozzi della ruota sinistra e rotte entrambe le molle posteriori. Tutto questo per aver chiamato il carroattrezzi.

Col serbatoio pieno, e finalmente un bel sole, partiamo da Khovd in tarda mattinata, prevedendo di arrivare in 2 giorni ad Altaii, la prima città effettivamente nel Gobi settentrionale. Una volta arrivati lì, sarebbe stata questione di 2-3 giorni giungere a Ulan Bator, considerando che 200 km dopo Bayangonkor, la terza città, iniziano strade asfaltate fino alla capitale. Davanti a noi quidi ci aspettano gli ultimi 700-800km di strade impegnative prima del traguardo. Con questi pensieri prendo la salita che porta all’enorme mucchio di pietre e alla porta di uscita dalla città, aperta verso la steppa. L’asfalto finisce poco dopo, sotto un enorme portale che introduce al deserto.

Lo sterrato dopo un tratto di saliscendi, migliora nell’immensa pianura di fianco al lago Har Us, che vediamo luccicare alla nostra sinistra da lontano. In questo tratto incontriamo ancora i “the men who stare at camels”, i “Canadian Camardiere”, e gli americani con la Dacia. La strada non è malaccio, ci fermiamo a cercare del cibo in un gruppetto di edifici diroccati in mezzo al niente, unico punto di riferimento in mezzo al niente, e proseguiamo un altra ora.

Ci fermiamo all’ora di pranzo, e dato che sentivo che nonostante il terreno non fosse troppo accidentato, toccavamo sotto col paracoppa, immaginando che fosse piegato, approfitto della sosta e cerco di sistemarlo meglio. Mettendo l’auto sul crik mi scopro che uno dei punti di aggancio del paracoppa, il sinistro dalla parte dell’incidente, si era strappato, ecco perchè era così basso. Mentre tento di piegarlo nella sua posizione iniziale usando il martello come leva, mi accorgo che la coppa dell’olio è letteralmente appoggiata sul paramotore, mentre dovrebbe stare a 1-2 cm più in alto. Non riesco a capire come, e quando ci metto sotto il crick l’intero motore si solleva, come non dovrebbe affatto fare.

Allora smonto il parafango destro e scopro con orrore che la vite del supporto del motore destro si era spezzata, e che il motore andando giù aveva avvicinato la cinghia dell’alternatore al paraurti, ed era romai ridotta a brandelli. Per fortuna avevo il pezzo di ricambio, cerco di organizzare il lavoro al meglio, avevo di rimettere il motore in posizione, cambiare la cinghia e rimettere il paracoppa. Ciò che fino a un ora prima sembrava essere tutto a posto, si era rivelato un autentico disastro. Osservando la vite del supporto si vede un taglio netto, evidentemente causato dall’incidente, e l’altra metà tranciata guidando sulle strade dissestate. Non avevo ovviamente con me una vite per il supporto del motore, ma avevo la cinghia dell’alternatore. Allora mi organizzo per cercare di rimettere il motore in posizione, sollevandolo col crick da sotto, fissarlo con una cinghia da portapacchi robusta a uno dei duomi delle sospensioni anteriori, una parte solida, sostituire la cinghia rotta e cercare quindi di guidare tornando indietro a Khovd, a 80km, e riparare il danno. Non era niente di grave, ma avevo bisogno di una vite per il supporto del motore.

Per queste riparazioni, che rappresentano di gran lunga i lavori più impegnativi che ho mai fatto nelle mie esperienze in garage, sono ancora più in difficoltà costretto a lavorare disteso per terra, con la sabbia e il caldo e senza attrezzi adeguati per lavori così pesanti. Era del resto necessario effettuarli, perchè in quelle condizioni, col motore ceduto, era un problema anche farsi tirare. Inoltre non avevo mai cambiato una cinghia in vita mia. Nel frattempo Renata e Andreas erano andati in avanscoperta al villaggio successivo, dove non c’era meccanico, e confermando l’idea di tornare indietro verso Khovd. Passano le ore, mentre si fermano dei locali con un Land Cruiser che mi danno una vite lunga e un bullone, con la quale tento di far stare su il motore. Più tardi siamo raggiunti da altri teams, tra i ragazzi c’era un meccanico Neo Zelandese che molto gentilmente mi aiuta, e insieme riusciamo a rimettere il motore in posizione e fissarlo con una cinghia. Rimettiamo la cinghia dell’alternatore in posizione quando ormai è sera.

Nella terza foto sono visibili le zanzare che letteralmente ci stavano divorando.

Un intera giornata “persa” per queste conseguenze dell’incidente, solo apparentemente risolte. Guido fino al luogo dove gli altri si erano accampati, mangiamo e dormiamo in tenda. Sono stati tutti molto gentili con noi quel giorno, anche se nessuno, e neanche noi, aveva realmente capito la gravità della situazione. Abbiamo solo cercato di fare l’unica cosa possibile: rattoppare e andare avanti.

Mi rendo conto solo ora che alcuni dei lavori di riparazione effettuati in mezzo al deserto con pochissimi strumenti a disposizione sarebbero stati complicati anche in un officina super accessoriata, fuguriamoci in quella situazione. Resta il fatto che tante energie e capacità fino a quel momento sconosciute vengono fuori nei momenti peggiori. Anche se non sufficienti aiutano a tirare avanti in quelle situazioni, fa sempre bene avere anche solo il sospetto di poter fare qualcosa per risolvere un problema.

L’indomani la nostra auto riesce a fare circa 300 metri prima che la spia della batteria si accenda sul quadro indicando che la cinghia si era rotta di nuovo. Apro il cofano e capisco che la cinghia aveva retto, ma nel frattempo si era staccato (non rotto, solo sfilato) in supporto centrale del motore, sotto l’auto, facendo muovere tutto e causando ancora la rottura della cinghia dell’alternatore, di cui non avevo più ricambi. A quel punto restiamo soli. Gli amici che fino a quel momento ci avevano aspettato avevano bisogno di fare strada per non arrivare tardi all’arrivo, e ci salutiamo. A quel punto mi sento davvero a terra. Una sfortuna dopo l’altra ci aveva portato a danni assoultamente non preventivabili prima della partenza, e ogni tentativo di riparazione, per quanto effettuato col massimo della razionalità e correttezza con i mezzi disponibili aveva provocato ulteriori danni. In quel momento davvero avevo esaurito le energie, spese nell’intero giorno precendente a riparare danni che si erano immediatamente riproposti con rinnovata gravità in quel momento. Siamo fermi in mezzo al niente e da soli.

Per fortuna stavolta è Andreas a prendere in mano la situazione, lanciandosi di corsa verso un autocisterna enorme che gentilmente devia (sarà stata a 3-4km) e si ferma per aiutarci. Andreas con il suo semplice cinese era riuscito a farsi capire, escono 2 camionisti, forse padre e figlio, che senza aver mai visto la nostra auto capiscono subito il problema. All’inizio sono molto scettico, non mi piace l’idea che questi sconosciuti mettano le mani sulla nostra auto, avevo paura che le cose potessero peggiorare. Qualche minuto dopo mi rendo conto delle loro buone intenzioni e buone capacità, iniziano a tirare fuori diversi secchi pieni di viti e bulloni, finchè non ne trovano uno che è perfetto come vite del supporto del nostro motore. Utilizzando degli anelli di metallo sovrapposti creiamo una piastra di sostegno, avendo persa l’originale, e riusciamo a rimettere l’attacco destro. Un paio d’ore dopo, insieme al figlio del camionista, riusciamo a rimettere in posizione anche l’attacco centrale che si era sfilato.

Quindi problema del supporto motore era risolto, restava solo la cinghia dell’alternatore da trovare e montare. E so che queste cinghie sono facilmente reperibili, o comunque adattabili anche senza il pezzo strettamente originale. Non restava che essere tirati fino alla città, senza cinghia dell’alternatore infatti, l’auto funziona ma la batteria si scarica rapidamente consentendo solo pochi km di autonomia. Loro tirano fuori la loro corda, la attaccano al rimorchio pieno di benzina e la connettono alla nostra corda da traino. Non c’erano quindi più di 6 metri tra me, senza freni, clacson e motore e il dietro dell’enorme cisterna. Quando l’enorme TIR inizia a tirare con forti strattoni la nostra povera auto, inizia l’incubo. Già essere tirati in Russia, con l’asfalto, era stata un esperienza tremenda: nel deserto, resi ciechi dal muro di polvere che il camion sollevava, con la strada che in realtà non c’è, piena di sassi, avvallamenti, buche, rocce che sbucano all’improvviso. L’unico modo per vederci qualcosa era sporgersi (dalla parte opposta al vento per evitare la polvere) sperando che in quel mentre non ci fosse qualche letale ostacolo nascosto. Ogni tanto la corda, per i violenti strappi, si rompeva, e diventava sempre più corta ogni volta che veniva annodata su se stessa per fare altra strada. In circa un ora abbiamo fatto circa 40km, con tanta fatica e stress mentre Andreas era sul TIR.

Mentre riparavamo per l’ennesima volta la corda rotta veniamo raggiunti da 2 team del Mongol Rally, tra cui l’auto che già alla partenza aveva dei seri problemi e che era considerata la meno probabile ad arrivare. Già allora era sovraccarica, senza marmitta e faceva strani ruomori. I ragazzi però molto gentili ci danno la loro corda di traino, del tipo non elastico e molto robusto. Mi permetto di sconsigliare questo tipo di cinghie, dopo l’esperienza di qualche minuto più tardi.

Ripartiamo e il camionista, forse spazientito per le perdite di tempo, inizia ad andare più veloce. La mia situazione peggiora, e spero che rallenti presto. In una discesa dopo una salitina la macchina prende velocità rispetto al tir, si avvicina e la corda finisce sotto la ruota sinistra. Quando poi il Tir riprende velocità vengo tirato violentemente in avanti, con la ruota girata e lo sterzo bloccato a sinistra. La corda, troppo robusta non si spezza condannandomi a perdere l’unico controllo che avevo sull’auto: lo sterzo. Con la ruota bloccata a sinistra posso fare piccole deviazioni, ma ogni volta che in camion si rimette a tirare lo sterzo si gira ancora a sinistra facendomi sbandare. Non so come fare, premo a fondo il pedale del freno, uso il freno a mano, tutto per far capire al camion che ero in seria difficoltà. Inizio a urlare, a sbracciare, ero tutto a sinistra rispetto al camion, ma nessuno guarda negli specchietti nel deserto, e nessuno mi vedeva. Il TIR continua la sua corsa inesorabile finchè non vedo sulla mia traiettoria un mucchio di sassi, una specie di muretto, credo l’unico in tutta la Mongolia. Tento di evitarlo, ma il TIR con uno strattone mi ci fa schiantare contro a tutta forza. Stavolta la corda si spezza e a circa 400 metri di distanza il camion si ferma. A questo punto perdo le staffe, esco dall’auto, capisco che il danno è molto grave, e mi metto a urlare contro i camionisti e contro Andreas, chiedendomi come sia possibile, dopo che sapendo la difficoltà in cui mi trovavo, a nessuno era venuto in mente di controllare che andasse tutto bene.

L’acqua di raffreddamento aveva creato un lago sotto l’auto, cerco di togliere il paraurti che si era incastrato, tirandolo quando viene via violentemente, per il contraccolpo, vado con la testa a colpire il faro sinistro rotto, graffiandomi una guancia. Per la seconda volta nell’arco di poche ore la speranza si era tramutata in disperazione, e ogni tentativo di riparazione, in un modo o in un altro era diventato un danno più grave del precedente. Salgo sul camion con Andreas e il camionista, mentre suo figlio sta in auto fino a raggiungere quel gruppo di edifici a poca distanza dalla città. O almeno ci sembrava poca distanza. Con la mente poco lucida, stanchi e massacrati, decidiamo di lasciare l’auto lì e venirla a prendere più tardi, magari con un carro attrezzi del meccanico che il giorno prima ci aveva risaldato l’ammortizzatore.

La mia mente si è spenta, ho inziato a pensare ad altro, a casa soprattutto, mentre la distanza tra noi e la città sembrava essersi triplicata. E’ difficile avere idea di dove ci si trovi, mancano del tutto i punti di riferimento. Collina dopo collina la salita verso la città sembra non arrivare mai, ci vuole più tempo del previsto per arrivare. Ci rendiamo conto di aver fatto una cosa stupida a lasciare l’auto, uno di noi sarebbe dovuto restare a controllare le nostre cose: c’erano le macchine fotografiche, i documenti e i nostri soldi (ben nascosti). In quel momento non era stato facile prendere la decisione più giusta, per quanto ci avessimo provato. Con la speranza che gli abitanti di quelle case, che funzionavano come autogrill, vigliassero sulle nostre cose, giungiamo all’arco di entrata della città. Il camionista si ferma a fare il rito delle pietre, che riluttante faccio anch’io, stavolta senza crederci molto. Avevo il forte sospetto che la nostra avventura fosse finita, ma l’unica cosa da fare restava portare l’auto in città, che potessimo ripartire o no era un problema con il quale avremmo fatto i conti più tardi. Il TIR arriva sulla sommità della collina, e inizia lentamente la discesa verso Khovd. Si ferma alla stazione di benzina per la quale aveva il carico, e salutiamo i due camionisti che non sapevo bene se ringraziare o detestare.

Era come se ogni singola azione fatta da noi o da altri per porre rimedio a qualcosa che non andava, dovesse per forza tramutarsi in un problema ancora più grave. Mi sentivo in un luogo ostile, come se un entità più grande di noi non ci volesse far proseguire. Ci incamminiamo a lato della strada fino ad arrivare qualche minuto dopo alla casa rosa, davanti alla quale c’era la Clio degli amici scozzesi. Quello era il luogo dove avremmo dovuto lasciare l’auto in caso non fosse stata in grado di ripartire. Di fianco al garage chiuso, c’era la porta di un abitazione. Cerchiamo di farci sentire, la porta è aperta, ma non vogliamo avvicinarci troppo. Dall’uscio sbuca un anziano signore, con la faccia sorridente piena di rughe con indosso una vecchia tuta. Cerchiamo, a gesti e con qualche parola in russo e inglese, di farli capire che la nostra “machina” è “kaput” e che ci serviva un carro attrezzi per portarla dal “mechanic” mimando il gancio di traino. Chiediamo anche di chiamare Yanya, la signora della Ger, per fare da interprete visto che l’anziano signore continuava ad annuire, senza di fatto fare niente. Riguardo a questo, la Mongolia è stato il paese che ci ha causato la maggior parte dei problemi di comunicazione, nessuno comunica è capisce i gesti più ovvi e banali, e tutti continuano ad annuire e parlare al loro lingua. Per fortuna però sembra conoscere Yanya, scopriamo che il suo numero è anche scritto sulla porta del garage. La chiamiamo, ci riconosce e ci dice che sarebbe arrivata dopo poco. Un pò risollevati, ma stanchi e preoccupati ci sediamo all’ombra del garage, quando il signore se ne esce dalla sua casa con in mano ciò che all’apparenza sembrava un segnavento. In realtà era un antenna per la TV, di fabbricazione cinese, tutto smontato e senza istruzioni. Voleva che lo montassimo per lui. L’unico modo per capire come doveva essere assemblato era una foto di presentazione sulla scatola accanto ad una avvenente modella cinese che sorrideva, probabilmente senza la minima idea di essere accanto ad un antenna. I pezzi, in alluminio e plastica, erano costruiti male, alcuni incastri erano già rotti, e non avevamo altro che qualche vecchio arnese per avvitare i pezzi tra loro.

E’ stato surreale in quella situazione mettersi a montare l’antenna, però ci ha distratto e ha fatto passare un pò di tempo. Riusciamo nell’impresa anche potendo vedere un antenna uguale ma più vecchia che col tempo si era rotta, si vede che si erano trovati bene con la marca e la aveva ricomprata uguale. O forse era l’unico modello in vendita. Mentre penso a questo, e il vecchio ci sorride sdentato, ecco arrivare Yanya accompagnata da 3 uomini con un furgone blu. Ci salutiamo, ma noi andiamo dritti al punto. Volevamo portare l’auto a riparare il prima possibile e ripartire presto per raggiungere gli altri. Lei ci chiede dove sia l’auto e cosa è successo, mentre traduce le nostre parole al tizio del carroattrezzi. Sul libretto dell’organizzazione del Mongol Rally ci sono scritte le tariffe del carro attrezzi del drop-off point, circa 1$ ogni km di strada. Erano 40km, quindi 80$ tra andata e ritorno. Ce ne chiedono 250$. Protestiamo, dicendo di non avere quella cifra, provando a insistere per un trattamento migliore. Il grasso conducente resta sulla sua posizione, poi stufato se ne va. Chiediamo a Yanya di accompagnarci al meccanico che ci aveva saldato l’ammortizzatore, che aveva l’officina lì in zona, con noi vengono anche altri che stavano col carroattrezzi. Il meccanico dice di non poterci aiutare, ma di poter riparare l’auto se gliela portiamo. Intanto uno dei suoi clienti, che era lì a gozzovigliare, ci fa un offerta: 200$ per portare l’auto col suo furgoncino. Ancora siamo costretti a declinare, insospettiti dalla presenza degli omaccioni del carroattrezzi. Capiamo che tutti stanno cercando di fregarci, salutiamo cortesemente e andiamo da soli verso la strada decisi a fare autostop. In quel momento sentivo soprattutto l’esigenza di tornare all’auto, preoccupato che stava passando troppo tempo e non mi sentivo tranquillo. Mentre camminiamo veniamo raggiunti dal tizio col furgoncino, ora che era lontano dagli altri fa un offerta migliore: 120$. Stavolta accettiamo, lo ritenevamo un prezzo comunque alto ma alla nostra portata e tutto sommato conveniente vista la situazione. Ci fa capire però che sarebbe passato da casa e che saremmo andati alla nostra auto col suo Land Cruiser, un grosso fuoristrada. Entriamo nel furgoncino, e ci stringiamo sul posto del passeggero, il figlioletto dell’uomo ci fa spazio andando a stare dietro nel cassone. Capiamo che prima di occuparsi di noi doveva sbrigare delle commissioni veloci, allora ci facciamo lasciare davanti a un ATM, per prelevare un pò di contante, mentre lui si occupa delle sue faccende. Ci incontriamo di nuovo dopo qualche minuto, dico qualche ma sembrava fosse passata un eternità. L’ATM era in un vicolo polveroso, vicino alla banca, davanti ad una strada molto trafficata di fianco al mercato. Era un continuo via vai di auto, e ogni poco ero tentato di chiedere ad altri di aiutarci. L’uomo torna prima che la mia tentazione si trasformi in realtà. In questo furgoncino iniziamo a fare dei giri per la città, piuttosto larghi e senza fretta, io e Andreas iniziamo ad essere un pò spazientiti. Ad un certo punto si ferma davanti a un cancello, casa sua ci fa capire, lo apre e vediamo il Land Cruiser nel parcheggio, intorno al quale un intensa attività di lavorazione della lana si apriva davanti a noi: sembrava di essere nel medioevo, con lana per terra ad asciugare e grossi macchinari in legno che ruomorosamente filavano e lavoravano il materiale. Solo il fuoristrada e i vecchi motori dei macchinari ci riportavano grossomodo alla realtà. L’uomo senza troppa fretta ci fa entrare in casa sua, non una ger ma una vera e propria casa, un pò trasandata e cadente fuori, un pò meglio all’interno. Ci porta nel suo salotto e ci fa sedere, mentre la moglie ci porta dei biscotti e il thè con latte di capra. Indecisi se rilassarci o se spingere per partire subito ci sediamo, accettando le offerte.

Dal salotto, rispetto alle altre case che avevo visto, intuiamo che si tratta di una persona benestante, con una sua attività e dei dipendenti. Ma c’è qualcosa in questa gentilezza che non ci convince, ogni volta che cerchiamo di far capire all’uomo che volevamo andare, lui finge di non capire o prende tempo. Dopo un pò iniziamo a spazientirci, e chiediamo di andare con più decisione. A questo punto capiamo il motivo di tutte queste cerimonie: l’uomo voleva più soldi. Avevamo stabilito 120$, ora ce ne chiede 160$. Ci viene il sospetto che mentre eravamo all’ATM sia tornato a parlare con quello del carroattrezzi e abbia deciso di chiedere di più. Perdiamo la pazienza e la calma, ci alziamo bruscamente, lasciamo le tazze e ci dirigiamo con decisione verso l’uscita mandandolo a quel paese in italiano. Era una questione di principio, ci sentivamo presi in giro ovunque da questi furbacchioni che ci vedevano solo come polli da spennare. Giusto o sbagliato che sia dal loro punto di vista, per noi non era nè piacevole nè utile, e ce ne siamo andati. Ci trovavamo in una strada secondaria, lontano dal confine della città, senza auto, senza passaggio e ancora più disperati di prima. Mentre ritroviamo l’orientamento scoprendo di essere giusto dietro al palazzo del governo, chiediamo un passaggio a molte auto, ma nessuno si dimostra disponibile. Capiamo allora che la cosa migliore è fare autostop sull’unica strada che esce dalla città, sfruttando quindi un passaggio da chi inevitabilmente doveva passare da dove era la nostra auto. Era già pomeriggio, per noi era fondamentale tornare verso l’auto. Facciamo a piedi non so quanta strada, chiedendo a chiunque un passaggio verso la sbarra della polizia, ma nessuno capisce o non vuole capire. Veniamo aiutati da un ragazzo che ci porta in auto per circa un chilometro fino alla sbarra, non avevamo neanche dovuto chiedere di fermarsi, si era fermato da solo incuriosito da due stranieri. E’ stato molto gentile con noi, aveva voglia di fare un pò di pratica di inglese, ci sopita a bordo di una Hyunday con diversi pezzi mancanti ma funzionante. Così riusciamo, dopo diverse ore dal nostro arrivo in città, a tornare alla sbarra della polizia sull’unica strada in uscita dalla città a 40 km dalla nostra auto. Siamo fortunati, perchè il primo furgone che si ferma, acconsente di portarci dove volevamo. Ci facciamo capire grazie a una mappa rozzamente disegnata ma efficace. Superiamo a piedi la sbarra della polizia per non farci vedere, e saliamo nel retro del furgone. Ci distendiamo sui sacchi di farina, piuttosto comodi, e ci allontaniamo spediti dalla città, che sempre più piccola scompare dietro di noi.

Passiamo senza fermarci il mucchio di rocce e attraversiamo l’arco di uscita dalla città. Per la prima volta nella giornata ci sentiamo felici e sollevati, il furgone è talmente carico che non sente le buche, ed è comunque così potente da riuscire a passare le barriere e usare la strada in costruzione. Calcoliamo di arrivare all’auto nel giro di un ora, e credo di essermi addormentato qualche minuto.

Continua…

Aggiornamento da Firenze parte1

Tornare a scrivere dopo l’ultimo aggiornamento in Kyrgizstan, finalmente a casa dopo tutto ciò che ci è capitato è quanto di più difficile mi sia mai capitato di fare fin ora su questo sito. Ho rivisto e pubblicato ciò che avevo scritto il 16 agosto, mentre eravamo in attesa bloccati alla frontiera mongola subito dopo gli sfortunati eventi avvenuti in Russia.

16-08-2012

Bloccati alla frontiera mongola da ieri ho dato un pacchetto di sigarette a una guardia per poter utilizzare la corrente degli uffici e poter scrivere qualcosa. Dall’ultimo aggiornamento sono successe tante cose, sia belle che brutte, ma ora siamo qui e siamo determinati ad arrivare in fondo.

Kyrgizstan- parte 2
Il nostro secondo giorno in Kyrgistan lo abbiamo passato nei dintorni del lago Issik-Kul nella parte nord-est del paese all’interno di un area protetta, in realtà piena di edifici industriali semiabbandonati. L’idea era attendere una giornata affinchè “scattasse” il visto degli Skallywags per il Kazakistan, entrando dal confine di nord est il giorno seguente. Il paesaggio resta mozzafiato, il tempo ancora piovoso ma in miglioramento, le montagne Kyrgize intorno a noi sembrano altissime e affascinanti, mentre le nostre auto filano agilmente sulle ottime strade di questo bellissimo stato.

Arriviamo nella città di Karakol dove paghiamo 50$ ad un agenzia turistica locale per assistere alla caccia con l’aquila, pratica tradizionale Kyrgiza molto antica, eredità delle popolazioni nomadi provenienti dalla Mongolia. Ci confermano inoltre che il confine di nord-est per il Kazakistan è aperto. Veniamo allora raggiunti da un uomo sulla quarantina, con due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, tutti a bordo di una Volkswagen Golf degli anni ottanta, sempre con il bollino tedesco dietro. Ci guiderà attraverso strade sterrate, polverose e dissestate fino a una vasta area ai piedi di una collina ripida alla fine di un area che si avvicina molto alla mia idea di steppa, enorme distesa di sabbia ed erba contornate da alte e ripide montagne.

A questo punto apre il portellone posteriore, e tira fuori un enorme aquila bendata che subito si aggrappa alla protezione di cuoio sul suo braccio. La sorpresa è tanta, e aumenta quando il cacciatore toglie il cappuccio al rapace, e ci squadra con i suoi occhi taglienti! E’ incredibile poter vedere da così vicino un animale normalmente così raro, i movimenti a scatto della testa, il suo becco appuntito, gli enormi artigli. A questo punto il cacciatore rimette il capuccio all’aquila e porge ad ognuno di noi il suo guantone di cuoio, così che tutti potessero tenere praticamente in mano l’enorme rapace. Quando è stato il mio turno avevo davvero paura, sentire il suo peso e i suoi artigli aggrapparsi saldamente al guanto è stata una grandissima emozione, i movimenti a scatto della sua testa erano così vicini alla mia che temevo potesse scattare e attaccarmi. Invece è stata buona per un buon minuto, prima di scendere al suolo planando. Così ha fatto ogni volta, il cacciatore ci ha spiegato che l’aquila “sente” che chi la sta tenendo non è il suo padrone, e la cosa non le va a genio affatto.

Dopo questa emozionante esperienza ecco che la figlia si allontana preoccupata mentre il ragazzo porta lì vicino un coniglio vivo. Il cacciatore prende il coniglio, lo deposita a terra e inizia a salire sulla ripida collina finchè non raggiunge un altezza e una distanza che ritiene sufficiente. Toglie il cappuccio all’aquila che punta subito il piccolo animale, ma non fa nulla finchè il cacciatore non le ordina di attaccare. A quel punto spicca il volo e poco dopo i suoi artigli sono sul povero coniglio che non ha avuto neanche il tempo di accorgersi del pericolo. Quel che segue è incredibile. L’aquila tiene con i suoi artigli il coniglio a terra, agonizzante, mentre con un verso chiama il cacciatore, che si affretta a raggiungerla. L’aquila nè uccide nè mangia il coniglio finchè il cacciatore non glielo permette. Il rapace divora tutto il coniglio (ossa comprese) lasciando solo le interiora in un paio di minuti, con movimenti del collo e della testa simili ai dinosauri dei film.

La figlia, decisamente contrariata, torna in macchina. Anche noi un pò sbalorditi un pò scossi torniamo verso le auto, salutiamo il cacciatore e torniamo indietro sulla strada principale. Sappiamo di aver assistito a un reale spettacolo della natura, reso possibile dalla maestria di un uomo che ha dedicato la propria vita a proteggere e addestrare questi animali, purtroppo vittime di bracconaggio ricercatissime per le applicazioni di medicina cinese. Ci ha spiegato che dopo un certo periodo l’aquila è libera di andare via per la riproduzione, il cacciatore ne cerca un altra da addestrare. Così va avanti una tradizione lunga migliaia di anni che consente la sopravvivenza dell’uomo e la protezione di un animale straordinario nel suo habitat.

Proseguiamo verso il confine di nord-est raggiungendo altri team su un pascolo pieno di cacca di mucca di fianco alla statale. Una bella cena prima di dorimire nelle tende. Notte freddissima e umida, il terreno era davvero bagnato e la mattina profumava proprio di mucca.. Ci svegliamo all’alba per partire presto, ma alla fine siamo costretti ad aspettare che il sole venga fuori per asciugare le tende e i vestiti. Pieni di speranza, convinti di arrivare in Kazakistan entro sera seguiamo le strade principali fino a circa 50km dal confine, dove l’asfalto finisce e inizia lo sterrato. Non era un cattivo sterrato, procediamo abbastanza velocemente attraversando le campagne piene di contadini locali che ci salutano allegramente. Imbocchiamo l’unico bivio dalla parte giusta (altrimenti saremmo andati verso il confine Cinese). L’asfalto ricomincia a 1 km circa dal confine Kazako, che vediamo in lontananza, anche se pieno di buche e avvallamenti. Ma via via che ci avvicinamo al posto di blocco, ci viene il sospetto che sia chiuso. In effetti non c’è nessuna auto in fila, e il posto sembra deserto. Troviamo una guardia solitaria che ci spiega che quel confine è chiuso da 2 anni. Riusciamo a vedere le campagne Kazake a soli 100 metri da noi, mentre per entrare finalmente in Kazakistan dobbiamo fare 400km, circumnavigare il lago passando da nord e usare la frontiera a nord della capitale Bishkek (dove eravamo due giorni prima). Frustrati e maledicendo l’agenzia, torniamo indietro per la strada sterrata e passiamo sulla statale a nord del lago. Incorciamo Neil & Helen, la coppia inglese in luna di miele con una Panda e le 3 Panda degli italiani con cui abbiamo fatto il Turkmenistan. Avvertiamo tutti che il confine era chiuso, facendo loro risparmiare almeno una mezza giornata di guida a vuoto. Poco dopo la nostra Seicento rimame quasi a secco, avevamo ormai finito i soldi locali sperando di poter entrare in Kazakistan, ma l’utlima deviazione ci ha costretto a perdere un pò di tempo per convincere il benzinaio ad accettare i nostri dollari. Alla fine, dopo oltre un ora, gli Skallywags ci fanno un prestito in valuta locale e possiamo ripartire. La momentanea rabbia per aver perso una giornata per la frontiera chiusa passa subito mentre percorriamo la strada che costeggia il lago, davvero un posto bellissimo e mai uguale a se stesso.

La statale prima di arrivare alla capitale costeggia per un centinaio di km il confine, presso il quale sono aperte diverse frontiere aperte solo ai locali. Ancora più frustrati arriviamo nel pomeriggio alla frontiera, ed ecco il classico scenario di un border funzionante: una coda incredibile di auto e persone davanti a una sbarra chiusa. L’attesa è stata di un paio d’ore, ma almeno abbiamo mangiato qualcosa (una specie di pane fritto) e abbiamo incorntrato gli italiani delle Panda che ci avevano superato mentre facevamo benzina. Uscire dal Kyrgizstan non è stato facile come entrare, ma ce la siamo cavata in poco. 20 metri di terra di nessuno ed eccoci alla frontiera di ingresso per il Kazakistan. Una guardia ci vede arrivare e ci fa uscire dalla coda e parcheggiare in un area nascosta dalla strada principale. Fa il simpatico facendo finta di avere un coltello in mano e di sbudellare Thomas, ci fingiamo divertiti, chiudiamo le auto e torniamo sulla strada principale, dove ci attende una lunga e snervante attesa per riempire dei moduli in fila con altri simpatici camionisti che amano saltare le code e starti attaccato. La guardia simpatica di prima ci propone di farci passare avanti se gli diamo 50$ ma rifiutiamo allegramente declinando la gentile offerta. Nel frattempo uno degli italiani, già pronti a entrare in Kazakistan, mi consiglia di entrare nell’ufficio controllo passaporti da dietro, per evitare un tizio che chiede soldi per saltare una fila che lui stesso ha creato. Seguo il consiglio, e mi trovo subito di fronte all’ufficio della registrazione. La signora del controllo molto gentile ci aiuta a compilare tutti i moduli, rigorosamente in cirillico, consentendoci di risparmiare molto tempo. E’ abbastanza raro trovare qualcuno disposto ad aiutarti, un errore sui moduli incomprensibili significa perdita di tempo e possibili multe, o controlli più severi. Nel mentre assistiamo a una scena poco simpatica: una delle guardie stava cercando letteralmente di scippare una signora della sua borsa, ufficialmente per controllarne l’interno, praticamente e probabilmente per prendere dei soldi. La povera signora viene strattonata e portata dentro un ufficio, la porta chiusa e silenzio. Capiamo che non è il caso di fare gli eroi, specialmente quando queste guardie hanno i nostri passaporti. Al termine della trafila torniamo alle macchine per l’ispezione, di norma un blando controllo dell’interno dell’auto e di una valigia a caso. L’ispettore è il simpaticone di prima, che inizia dalla Polo di Michael e Fred stranamente non dal portabagagli ma dall’abitacolo. Poi capiamo il perchè: mentre ripete in un inglese qualcosa come Price-Prize (prezzo-premio) fruga in tutti i cassetti chiaramente cercando soldi. Quando non ne trova sembra molto contrariato e insiste con i ragazzi. L’ufficiale superiore però gli dice che ha controllato abbastanza e mette il timbro sul foglio di entrata. A questo punto la guardia controlla la nostra auto, si siede al posto del passeggero e inzia a frugare nel portaoggetti. La Seicento non ha cassetti come la Polo, quindi è tutto esposto e i nostri soldi sono nascosti molto meglio. La guardia sembra disperata, e si ferma dopo aver trovato un calzino sporco di Andreas. Timbro sul documento e abbiamo finito. Aspettiamo in zona che la guardia controlli la Suzuki degli Skallywags e ripartiamo tutti insieme. La corruzione è talmente una cosa normale che questa guardia frugava alla ricerca di soldi le nostre auto con l’assenzo del suo superiore, che per fortuna aveva fretta. Appena usciti dalla frontiera ci abbracciamo tutti e siamo molto felici: una giornata davvero faticosa finita senza aver corrotto nessuno. Finalmente in Kazakistan ci dirigiamo verso la città più grande dello stato, che è anche la più vicina, Almaty. Sia gli Skallywags che gli Adventurists avevano dovuto prenotare un hotel per avere il visto, quindi andiamo con loro.

Kazakistan

Quando arriviamo ad Almaty è tardo pomeriggio-sera e troviamo una città che sembra molto europea, piena di SUV e macchinoni tedeschi, viali alberati, tanti locali e luci, gente per strada a fare la bella vita. Leggiamo dalla guida che è la più ricca e costosa città del Kazakistan. Ci fermiamo all’hotel di Michel e Fred, un 4 stelle da 180$ per una doppia, e loro gentilmente ci offrono di poter dormire con i sacchi a pelo per terra in cambio di un contributo per la camera. Accettiamo e passiamo così la notte, eludendo le guardie all’ingresso e la reception entrando e uscendo sempre in due, con abiti di colore simile.

La camera in realtà non era degna del prezzo, piuttosto piccola e non particolarmente ben rifinita. Credo che sia una caratteristica di un pò tutta l’asia, la mancanza di uno stile, della cura dei dettagli: persino in un hotel di prestigio la pulizia non è il massimo e molte cose sono lasciate a loro stesse (e si vede). Lo squallore non è nelle condizioni economiche delle persone, ma sembra parte integrante di uno stile di vita solo apparentemente occidentale.  La mattina riesco a intrufolarmi nel buffet della colazione, abbastanza ricco, riempiendo borsa e tasche di ogni cosa per Andreas che mi aspetta in auto. Seduti ai tavoli intorno a noi vediamo ricchi imprenditori grassocci e tirati a lucido, col camicione bianco aperto e gli occhiali da sole, con vestito formale firmato, accompagnato da attraenti fanciulle decisamente annoiate o da altri della stessa risma, che parlano rumorosamente al telefono, che fumano, o che si raccontano barzellette o di affari andati bene. Ci siamo noi in questo circo di magnati Kazaki, nonostante la doccia con la polvere della strada sui vestiti, una fame indecente e un sorriso divertito per essere riusciti a intrufolarsi così in un albergo bruttino ma considerato uno dei migliori, con questi panzoni che ci guardano come se fossimo dei barboni. E forse hanno ragione. Un oretta dopo facciamo una passeggiata per Almaty andando a visitare un famoso parco con momumenti in memoria dei caduti della prima e seconda guerra mondiale.

Abbiamo così l’occasione di vedere qualche palazzo sovietico, alla cui facciata di cemento è stata addossata un altra finta che però non è alta come il palazzo. Resta quindi ben visibile il degrado e l’incuria delle abitazioni e uffici, mal celata da facciate farlocche dal gusto discutibile. Il parco sembra ordinato, vero vanto di Almaty (da cui le cartoline con le panchine), molto piacevole e curato. Nell’occasione visitiamo una delle più vecchie chiese ortodosse, la Cattedrale di Almaty, interamente di legno con vernici colorate, una delle poche a non essere rovinata o distrutta nel periodo sovietico, ma solo convertita in museo.

Tornando verso le auto facciamo la spesa in un supermercato locale. Vengo subito colpito dalla penombra e dalla temperatura eccessivamente fredda del locale. Quasi un invito a comprare il meno possibile e andarsene di corsa. In effetti facciamo scorte per pochi giorni, un pò di verdura, del pane e spaghetti in brodo istantanei per le emergenze. Verso le 14:00 ci ritroviamo con gli Skallywags e partiamo verso Semey, a 800km di distanza nel nord-est del Kazakistan per poter entrare in Russia. Guidiamo sulle statali Kazake, contrariamente a quanto avevamo sentito sono in buone condizioni, anche se il paesaggio monotono, intervallato solo poche volte da qualche spettacolare canyon, ci fa rimpiangere le montagne del Kyrgizstan. Campeggiamo in mezzo a un campo-steppa esteso a perdita d’occhio, nascosti dalla statale da una rara fila di alberi dopo circa un km di sterrato. Le file di alberi sono ortogonali alla statale, e sono il risultato della divisione dei campi (oggi tornati a steppa) che durante il periodo sovietico dovevano produrre cibo per l’intera URSS. Per rendere il terreno fertile, veniva irrigato con ettolitri di acqua proveniente da quello che una volta era un bacino di acqua tra i più grandi dell’Asia, il Mar d’Aral, oggi conosciuto come Lago d’Aral, che presto sarà conosciuto come Pozzanghera d’Aral, simbolo indelebile di uno dei più grandi disastri ambientali marcati URSS. Dove 40 anni fa c’era un enorme lago navigabile, oggi resta il deserto, con le navi abbandonate nella sabbia, e intere città portuali disabitate e coperte di polvere. Non abbiamo attraversato quella zona, ma ci avviciniamo a quella di Semey famosa per un altro terribile motivo che spiegherò in seguito. Montiamo le tende in questa steppa che sembra tanto una savana, facciamo una pasta al tonno, pomodoro e cipolla per tutti e ci prepariamo per andare a dormire.

Nel buio più totale, sentiamo un rumore in avvicinamento. Spengiamo tutte le torce e restiamo in attesa. Non si sa mai chi può essere, ma non avevamo visto luci venire nella nostra direzione. Viene fuori che era un cavallo selvaggio che, spaventato, si allontata col tipico rumore di zoccoli. Ricominciamo a mangiare quando stavolta un rumore di motore e una luce si fa più vicina. Riconosco dal suono che si tratta di una motocicletta. Spengiamo le luci e restiamo in attesa nel buio, cercando di capire che stia solo passando di lì o se stesse cercando noi. A poche decine di metri lungo la strada, il faro si gira verso di noi e si avvicina. A questo punto riaccendiamo tutte le luci e accogliamo amichevolmente gli ignoti ospiti. Si tratta di due Kazaki su una motocicletta russa, probabilmente militari ma non in servizio. Si dimostrano amichevoli, gli diciamo cosa facciamo e dove andiamo. Loro ci spiegano che abitano dall’altro lato della statale, avevano visto delle luci e volevano cotrollare chi fosse. Ci dicono che possiamo stare, ci salutano e se ne vanno. Sollevati, finiamo la cena. Prima di dormire assistiamo Thomas, che è un fotografo, mentre fa fotografie al cielo e alle nostre auto usando una lunga esposizione e illuminando il soggetto con una torcia. Fa lo stesso con me, Fred e Michael anche se quasi sempre qualcuno si mette a ridere rovinando la lunga esposizione. Le diverse nazionalità presenti nel nostro convoglio, io italiano, Andreas italiano con origini greche, Michael tedesco, Fred francese, James australiano, Thomas inglese e Belinda della Nuova Zelanda creano spesso situazioni divertenti e gli stereotipi si sprecano. Dormiamo proprio bene e la mattina seguente siamo di nuovo sulla strada. Le strade procedono monotone, veniamo fermati un paio di volte dalla polizia solo per un controllo, ma ce la caviamo senza problemi sempre (so che può sembrare scontato ma non è così). Il Sukuzi Wagon fora una gomma (in realtà hanno piegato l’acciaio del cerchio su una buca) e gli diamo due delle nostre, per avere la stessa misura dopo aver provato che le loro ruote di scorta erano troppo grandi e strusciavano nel parafango. Moltissimi teams hanno avuto problemi anche gravi per aver portato ruote più grandi rispetto al consentito. Rimettiamo a posto il cerchione piegato a martellate, rigonfiamo la gomma così da capire se è bucata o no il giorno dopo. Non molto tempo dopo uno dei cuscinetti del Suzuki inizia a fare molto rumore. Lo aveva già fatto prima, io e James avevamo messo un pò di olio in Kyrgizstan, ma improvvisamente il rumore era molto peggiorato. Ci fermiamo da un meccanico da qualche parte, e scopriamo che mentre il cuscinetto rumoroso era solo un pò rovinato, l’altro non rumoroso era incandescente e praticamente bloccato. Estraggo col meccanico entrambi i cuscinetti. Sono cuscinetti enormi e doppi, impossibili da trovare in Kazakistan. Il cuscinetto non rumoroso era aperto, tutte le sfere erano lì per miracolo e la ganascia del freno era basculante. Il meccanico allora prende due cuscinetti più piccoli dello stesso diametro e, con uno spessore, ci consente di ripartire. Il cuscinetto rumoroso viene igrassato a dovere e non crea altri problemi.

Per fortuna la strada è veloce, eccezione fatta per un bel pò di sterrato non particolarmente gentile a causa di lavori sulla strada.

Ad un certo punto, ci trovavamo in fondo al convolgio, e ci troviamo un auto della polizia dietro. Mi assicuro di guidare seguendo alla lettera ogni segnale, e scrupolosamente i limiti di velocità, in realtà rallentando parecchio nelle salite (fingendo difficoltà di un motore in realtà brillante) per farmi superare. Invece restano dietro, apparentemente senza reale interesse verso di noi. Davanti a noi, però, nè gli Adventourists nè gli Skallywags sapevano della polizia, ed effettuano un sorpasso ad un lento e fumoso tir (che ci portavamo avanti da km) in un tratto con la striscia continua. Non lo avessero mai fatto. La polizia mette la sirena, ci supera e si porta davanti a tutti facendoci fermare. Noi ci accodiamo dietro, restando in auto e sperando che in realtà sia solo una scenata. I minuti passano, e non vediamo niente succedere. Dopo un pò arriva da me Fred che mi dice che gli avevano chiesto dei soldi, non fatto una multa, e che era uscito per far vedere a tutti cosa il polizziotto aveva chiesto. Questa tattica è ottima e funziona benissimo (a meno che non abbiano il tuo passaporto in mano). In questo modo vengono tutti verso di noi, col polizziotto sempre più in imbarazzo, e si mettono davanti alla nostra auto. A un certo punto uno dei poliziotti mi si avvicina con un sorriso finto e indica ridendo (sudando freddo) la mia telecamera attaccata al parabrezza. La batteria era scarica, ma lui non poteva saperlo e, innervosito dal fatto che potevo aver ripreso tutto si affretta a salutarci e ringraziarci. Salvati da una telecamera spenta.. Ripartiamo e riusciamo ad arrivare a Semey, dove ci fermiamo in un altra officina per cercare un cuscinetto di ricambio e risolvere il problema delle loro ruote. Il pomeriggio lo passiamo lì, ne approfitto per pulire il filtro dell’aria e controllare l’auto – perfetta – poi mi reco nel garage e assisto al lavoro del meccanico. I cuscinetti di quel tipo non si trovano, e il meccanico non crede sia possibile mettere le ruote di scorta enormi nel Suzuki degli Skallywags. I ragazzi tentano di venderle e aquistarne di più piccole, ma non si trovano. Suggerisco allora di rialzare l’auto. Il meccanico mette della gomma sotto le molle e il Suzuki si alza di diversi centimetri. Le ruote più grandi ci stanno, ma resta che gli Skallywags sono senza ruote di scorta dato che una delle due che hanno portato è seriamente danneggiata (la tela è fuori posizione e ci sono 2 grosse bolle sulla spalla). Gli offriamo di poter usare le nostre (ne abbiamo 4 mai usate) a patto che ne tengano almeno una, liberandoci un pò di peso dal portapacchi. Avevamo già in mente di liberarci di almeno una ruota, in questo modo siamo felici di aver anche aiutato degli amici. Nell’arco della giornata molte auto del mongol rally si fermano all’officina, e vedo che in molti nel tratto sterrato hanno rotto le molle. Anche gli skallywags ne hanno rotta una, ma solo nella parte finale. Per fortuna ne avevano di scorta, ne usano una per sè stessi e ne danno una al team belga “Boobies” (letteralmente POPPE) di due ragazze con una Micra che avevano distrutto una molla anteriore.

Nel tardo pomeriggio ci rechiamo ad un hotel mediocre, ma comunque troppo costoso per noi. Gli altri prendono delle camere, noi dormiamo in macchina nel parcheggio, nascosti dalla altre auto. Riusciamo ad approfittare della confusione per utilizzare le docce e i bagni in comune dell’albergo. Andiamo a cena in un locale Kazako dove mangiamo un costoso ma buono Shishkebab e ci beviamo una meritata birra. Siamo raggiunti da dei ragazzi del posto, molto cordiali e simpatici all’inizio, tranne quando due si siedono con noi senza dare l’impressione di volersene andare. In particolare uno dei due, quello enorme, sembrava visibilmente ubriaco e, finita la sua birra, inizia a cercare di prendere le nostre. Glielo impediamo, la cosa va avanti qualche minuto finchè l’amico non decide di portarlo via. Questi, irritato dal fatto che nessuno gli avesse dato la propria birra, tira un sonoro scappellotto ad Andreas che era seduto vicino. Per fortuna non reagisce e i due simpaticonoi si allontanano. Come sempre cerchiamo di riderci sopra, ma la serata era stata decisamente rovinata a causa dell’energumeno ubriacone. La mattina Thomas e James riportano il Suzuki Wagon rialzato verso l’officina per cercare in più negozi il cuscinetto di ricambio. Doveva essere una cosa da un paio d’ore, ce ne impiegheranno più di 6 senza avvertire. Se lo avessimo saputo avrei potuto aggiornare il sito attaccandomi di sgamo alla wireless dell’albergo. Io e Andreas nel frattempo avevamo scoperto che il nostro visto per la Russia sarebbe iniziato il giorno dopo, mentre la sera stessa eravamo al confine. Lasciamo così la zona di Semey, conosciuta col nome di Samipalatinsk durante il periodo sovietico, città famosa per aver ospitato suo malgrado oltre 450 esplosioni nucleari concentrati in un area grande circa come la Francia nell’arco di 40 anni. Gli abitanti, senza saperlo, erano cavie, Stalin voleva conoscere gli effetti delle esplosioni e delle radiazioni sull’uomo e decise di usare il Kazakistan, e quell’area con soli 2 milioni di abitanti intorno all’odierna Semey. Ancora oggi i valori delle radiazioni nell’aria e nell’acqua sono 20 volte più alti del normale e gli avvelenati da radiazioni continuano ad affollare l’ospedale, fatiscente e non attrezzato per l’emergenza. Ciò che è avvenuto in questa zona fino agli anni ’90 è molto più grave del più famoso incidente di Chernobyl, ma è passato praticamente inosservato dall’opinione pubblica. Lasciamo questa città di vero stampo Sovietico e usciamo senza code e trafile dal Kazakistan, ma siamo costretti ad attendere la mezzanotte per entrare in Russia. Il Kazakistan, resta uno strato strano, bello e monotono senza continuità, il più russo degli “stan” ma allo stesso tempo quello che ha subito le peggiori ingiustizie dall’URSS, e nonostante questo fu l’ultimo a dichiararsi indipendente ed è ancora legato a doppio filo con Mosca. Mi piacerebbe tornare in Kazakistan e capire il perchè.

Russia:

Gli Skallywags e gli Adventurists partono con 3 ore di anticipo su di noi, che nel frattempo ci cuciniamo una bella zuppa di fianco alla strada dove tanti camion russi transitano nella terra di nessuno tra Kazakistan e Russia.

Restiamo in contatto con gli altri tramite sms, a mezzanotte e mezzo entriamo in Russia e puntiamo diretti verso la città principale, Rubstsovsk, dove sapevamo che gli altri avrebbero cercato dove dormire. Alle 2:30 circa cessano gli sms dei nostri amici, semplicemete i messaggi smettono di arrivare. Restiamo quindi senza sapere dove andare, decidiamo verso le 3:30 di notte di fermarci a dormire di fianco all’autostrada (sempre tra camionisti) e che restando sulla via principale saremmo stati notati da loro. Ci restava il dubbio se eravamo più avanti o più indietro. Ci svegliamo presto la mattina seguente e ripartiamo subito in cerca di una pompa di benzina che accetti carta di credito o dollari. Abbiamo sfortuna e siamo costretti a usare una delle due taniche che fortunatamente avevamo riempito in Kazakistan. Continuiamo sull’ottima e gratuita autostrada Russa puntando verso il confine con la Mongolia a 600km di distanza. Non sapevamo cosa fare, i messaggi non arrivavano, non si riusciva a chiamare e non sapevamo se eravamo davanti o dietro i nostri amici. Nel dubbio abbiamo deciso di proseguire, gli avremmo raggiunti o saremmo stati raggiunti più tardi. Per l’appunto ecco dopo poco che ci troviamo negli specchietti la Polo degli Adventusits, seguiti da ruota dagli Skallywags. Felici di esserci ritrovati, scopriamo che si erano fermati a campeggiare non lontano da noi. Ripartiamo con il sorriso sulle labbra, i nostri amici, e il serbatoio pieno: gli ingredienti per il Mongol Rally. Le strade russe sono perfette e veloci, via via che ci avviciniamo alla catena dei Monti Altai e alla Mongolia il paesaggio cambia, e dalle distese di campi e steppe a perdita d’occhio del Kazakistan saliamo di quota e troviamo il tipico paesaggio montano: boschi di abeti, montagne, ruscelli mucce, venditori di miele, case di legno col tetto molto inclinato e tanta gente cordiale e gentile. La russia è tanto simile all’America. Ci fermiamo a fare uno spuntino a una specie di fiera locale, dove mangiamo un impasto a base di pollo e cipolle il tutto fritto. Davvero una delizia. Non ci fermiamo se non per poco tempo, mentre le strade si fanno più strette e più lente, ma sempre ottime. La temperatura si abbassa parecchio e poco dopo inizia a piovere. All’inizio solo a tratti, poi inizia a piovere seriamente. La stanchezza si fa sentire e ci scambiamo paio di volte il posto di guida. Quando non guidavo non vedevo niente perchè dormivo, e così anche Andreas.

Verso il tardo pomeriggio è Andreas alla guida mentre io scarico i filmati della telecamera sul computer. Imbocchiamo un tratto di strada più dissestato, rallentiamo, noi siamo gli ultimi del convoglio, davanti a noi la Polo degli Adventurists e il Sukuzi Wagon degli Skallywags. Strada bagnata resa scivolosa da una striscia di fango piuttosto alta. La strada peggiora ancora più avanti, Skallywags si fermano, dietro di loro si fermano anche gli Adventurists. Andreas li vede, frena, ma le ruote si bloccano, l’auto va dritta senza rallentare. Il tempo si dilata. Alzo gli occhi dal monitor, perchè avevo sentito che l’auto stava sbandando. Vedo la polo nera farsi sempre più vicina, troppo vicina. Il tempo stavolta si ferma, per ciò che mi è sembrato un eternità. Ho il tempo di capire che non ci saremmo fermati, che non c’era più il tempo di evitare l’impatto. Ho il tempo di dire “merda” mentre mi passa l’intero Mongol Rally davanti, e mi dico.. “è finita”.. Poi penso ai miei cari e alla mia ragazza poi l’urto, forte sordo, chiudo gli occhi. Il tempo riprende a scorrere, stavolta a velocità doppia. Io sto bene, Andreas pure, anche se è sotto shock e convinto di aver causato la fine del nostro viaggio. Non voglio restare lì, voglio scendere dall’auto. La porta non si apre, immagino che il danno sia molto grave. Esco dal finestrino aperto, non mi volto a vedere l’auto, vedo che Michael e Fred nella Polo stanno bene, ma non mi fermo e inizio a camminare in avanti. “E’ finita” continuo a ripetermi mentre la disperazione e la delusione si fanno strada dentro di me. Passo la Suzuki degli Skallywags che mi osservano attoniti, evito anche loro e mi allontano camminando lungo la strada. Alla mia sinistra una ripida rupe da cui era venuto il fango, a destra un fiume torrentizio molto agitato. Ancora piove, ma poco. Sono disperato, voglio fare a piedi quanta più strada possibile per mettere la bandierina della nostra fine più lontano, un pò più lontano di dove ci eravamo fermati . Vengo sopraffatto dal peso della sconfitta, penso che non sono riuscito a portare a termine la mia impresa, che non potrò attraversare la Mongolia, penso che sarà molto difficile per me accettare la sconfitta che mi sta schiacciando. Mi vengono in mente tutte le persone che mi hanno aiutato a partire, dio mio sono centinaia. Centinaia di persone che credevano in me e che ho deluso, ai quali dovrò spiegare tutto, ancora e ancora. Ma soprattutto sono preoccupato per me, mi sono visto davanti agli occhi letteramnete infrangere il mio sogno. Sono mortificato per l’auto dei miei amici, avevo capito che sarebbero riusciti a ripartire, ma era rovinata. Poi penso a quanto avevamo investito sull’auto, a valore che poteva avere e la beneficenza che c’è dietro. In quel momento, durato circa un minuto, mi è letteralmente caduto tutto addosso, come una secchiata d’acqua e sassi. Poi mi sono fermato. Guardavo il fiume scorrere violento, portando con se legni e fango. Poi mi giro, e vedo gli amici spingere la nostra macchina di lato alla strada. A quel punto qualcosa si è mosso. La disperazione è totalmente sparita, sono come rinato. Ho ritrovato le energie, la determinazione e la voglia di andare avanti. Mi sono detto che non mi sarei arreso, non così, non in Russia. Ho scacciato il pensiero di lasciare l’auto e tornare a casa, anche se è lì che in quel momento sarei voluto essere. Credo sia stata la paura del vuoto che mi sarei portato dentro se non fossi andato avanti a farmi tornare la concentrazione. Corro verso l’auto il più veloce che posso, è la prima volta che la vedo. Il davanti sembra devastato, c’è liquido per terra, spero non sia benzina, spero non sia olio. Per prima cosa lo tocco e lo assaggio, sa di acqua di raffreddamento. Il radiatore è andato. Nessun odore di benzina. Andreas è pallido come un cencio e non sa nè che fare nè come comportarsi. Non mi sono mai sentito il collera con lui, credo che un incidente in un viaggio così possa capitare a chiunque. Lo avevo messo in conto, ovviamente, ma era andato tutto così bene che mi immaginavo un arrivo tranquillo. Invece era capitato. Era capitato a noi. Quindi ho deciso di reagire. Inizio a controllare l’auto. Apro il cofano, che ovviamente non si apre. Infilo la mia mano sotto in cofano e attivo lo sgancio con le dita. Il motore sembra intatto, ma posso vedere i tubi dell’acqua perdere acqua, come vene tagliate. L’urto ha interessato la parte sinistra più che la destra e mi sono sentito molto meglio quando ho capito che il radiatore dell’aria condizionata aveva preso il grosso dell’urto letteralmente spezzandosi in due. Rimuovo le viti del paraurti, nel frattempo altre auto inglesi si erano fermate, qualcuno mi passava gli attrezzi, ma ero talmente concentrato sull’auto che non ho realmente visto in faccia chi fosse, non lo ricordo. Il radiatore dell’aria condizionata è completamente schiacciato, e pende privo di supporti alla mia sinistra. Con rabbia letteralmente lo strappo dai suoi tubi dopo aver disconnesso gli attacchi elettrici e capito che era impossibile da svitare perchè le viti erano sotto la lamiera. Allungo la mano sotto il motore, la coppa dell’olio era in posizione, così come la campana della frizione sembrava intatta. La mia mano era pulita, non avevamo perso olio. Buon segno penso. Mi sento un pò peggio quando vedo le enormi fratture sul radiatore. Mi concentro sui tubi dell’aqua, vedo delle crepe da cui esce liquido. Taglio un tubo e lo riattacco al radiatore con una fascetta metallica. Faccio così con tutti i tubi che riesco a riparare, anche inserendo tubi in plastica rigida all’interno e fissando tutto con le fascette di metallo. Nel frattempo Fred del team Adventourists con la Polo nera che avevamo tamponato cerca di  riparare con del mastice le crepe nel radiatore, che si dimostreranno essere decisamente troppe. Mi alzo, sta piovendo e fa freddo. Siamo stati raggiunti da altri teams inglesi e scozzesi nel frattempo che aiutano come possono. Mi decido a provare ad accendere il motore: entro nell abitacolo, muovo il cambio con la frizione abbassata, entrano tutte le marce e la frizione sembra a posto anche se un pò dura (era piegato il braccetto). Metto la folle e giro la chiave. Il motorino di avviamento gira (e menomale) ma il motore non parte. Penso subito che sia entrato il blocco del carburante, mi infilo sotto il cruscotto a cercare qualcosa che assomigli a un interruttore. Non trovo niente. Allora prendo un pò di benzina da una delle taniche, rimuovo il filtro dell’aria e metto benzina direttamente sul corpo farfallato tenendolo aperto con la valvola del gas. Dovevo sapere se sarebbe partita o no. Torno in auto, giro la chiave e.. il motore funziona! Un bel rumore, tutti i pistoni girano bene penso e la marmitta non sembra danneggiata. Solo qualche vibrazione di troppo. Il radiatore torna a buttare acqua come un cuore aperto, vanificando il lavoro di Fred sulle crepe, decisamente troppe e troppo diffuse. Torno sotto il cruscotto, aiutato dal disegno del libretto di uso e manutenzione, trovo un pulsante nero nascosto dentro una scatolina, lo premo e riprovo a far ripartire il motore. Funziona. Quindi nessun danno ai condotti, le cinghie sono a posto, ci serve solo un radiatore nuovo.

Un pò rinfrancato ma pur sempre preoccupatissimo e scioccato accetto la proposta di un team inglese con un Suzuki Jimny 4×4 di essere trainato alla città più vicina, circa 30km più avanti. Era buio e a aveva cominciato a piovere. Mentre ero a lavorare scopro che un tizio russo si era fermato offrendo il suo aiuto, parlava un buon inglese. Seguiamo allora la sua auto giapponese di seconda mano (veniva direttamente dal giappone, cambio a variatore automatico e guida a destra). Non ero mai stato trainato da un altra auto prima d’ora, e non avevo idea che potesse essere così difficile: stavamo usando per fortuna una corda da traino elastica, ma dopo i primi metri aveva già perso le sue qualità diventando rigida come nylon. Inoltre era buio ed ero senza fari a 5 metri dall’auto davanti a me. I freni a motore spento praticamente sono inutilizzabili, ma scopro che inserendo una marcia e rilasciando la frizione, oltre a utilizzare il freno motore, rientra in funzione anche il servofreno. In questo modo posso frenare se necessario, e nel frattempo testare tutte le marce. Entrano tutte benissimo, e il sistema frenante è a posto. Il volante è storto, lì per lì pensavo fosse normale, ma pochi giorni dopo avrei scoperto che se avessi indagato più a fondo mi sarei reso conto che l’urto aveva danneggiato i supporti del motore-destinati a durare poco su strade dissestate. Ma allora non ci pensai, era buio, avevo freddo e fame, ero ancora scosso da quello che è il mio primo incidente d’auto. Non ero ancora certo che sarei potuto andare avanti, almeno ad entrare in Mongolia. Per fortuna c’era asfalto, e buono anche, quindi in una mezz’ora giungiamo a questa città, Tashanta, a 70km dal confine con la Mongolia, con l’auto in panne e tanta paura di non riuscire a ripartire. Il russo, dal fare un pò sospetto, ci porta verso una pensioncina economica dove troviamo una doccia, cibo caldo e un letto. Sospetto perchè sembrava molto interessato a venire con noi fino al confine, aveva fatto un viaggio di 200km solo per raggiungere il confine mongolo e, una volta alla frontiera, aveva detto, sarebbe tornato indietro. Avevamo il sospetto fosse all’interno di loschi affari, ma allora non mi interessava molto, avevo altri pensieri. Mangio svogliatamente, e dormo malissimo, pieno di pensieri e, per la prima volta nel rally, di paure. La mattina dopo andiamo in cerca di un meccanico con questo strano personaggio, dopo un tentativo a vuoto, troviamo un officina aperta con un meccanico che si dichiara in grado di farci ripartire.

Portiamo la macchina e lui si allontana per un ora a cercare un radiatore. Torniamo alla pensione per fare colazione, e dopo un ora lo ritroviamo all’officina con un radiatore nuovo e con la Polo degli Adventourists già rimessa a posto, minimizzando il danno il più possibile. Nell’officina io mi concentro sul portapacchi, che si era mosso in avanti di un metro bloccando le porte con i ganci posteriori, che fortunatamente avevo legato in Turkmenistan, evitando di farlo cadere e di distruggere il parabrezza. Lo sento smartellare forte, poi usare la saldatrice. Quando mi giro a guardare aveva già sistemato il nuovo radiatore della Lada, molto più grande dell’originale, con delle staffe fatte lì per lì in ferro e saldate alla scocca. Eravamo riusciti a recuperare la ventola del radiatore, e adattarla a quello nuovo. Il meccanico russo accende l’auto, aspetta che la temperatura salga e, esattamente a 90° la ventola si mette a girare ruomorosamente! Segno che la parte elettronica non è compromessa! Ora il cofano si chiude, e l’auto sembra riaver acquistato un pò della sua forma originale. Riadattiamo come possiamo il paraurti e l’auto è pronta a riprendere la strada.

300€, una cifra molto alta, ma non contestabile essendo l’unico meccanico da quelle parti in grado di riparare il nostro danno. L’auto funziona, il radiatore va alla grande, anche troppo. Il meccanico finisce di lavorare verso le 14:00, nel frattempo sia gli Skallywags che gli Adventourists erano ripartiti sapendo che l’attesa alla frontiera Mongola sarebbe stata lunghissima e che ogni ora di vantaggio poteva significare giorni in meno di attesa. Facciamo un giro di prova per una ventina di minuti, dopo di che partiamo verso il confine, su una lunga strada asfaltata parallela alla linea della luce. Passiamo il posto di blocco, tutto sembrava andare alla perfezione, ma vedo del fumo uscire dal cofano, mi fermo e noto che il livello dell’acqua era sceso. Con la paura di avere ancora una perdita, torno indietro dal meccanico. In effetti c’era un ultima perdita minore in uno dei tubi, ma il fumo che vedevamo era la vecchia acqua che evaporava. Ripartiamo dopo circa mezz’ora, ci fermiamo ogni tanto a controllare livello, temperatura, eventuali perdite. Non troviamo niente di strano e procediamo di gran carriera verso il confine. L’unica cosa che mi lascia perplesso è la presenza di bollicine nel serbatoio. So che un buon sistema di raffreddamento non deve avere aria all’interno, e deve essere spurgato. Ma quando ho mostrato al meccanico la valvola lui ha fatto cenno di no con la testa. Nel dubbio se il sistema si sarebbe autospurgato o no, proseguiamo tenendo d’occhio la temperatura. Le strade sono buone, e nel giro di un oretta giungiamo al confine russo. La procedura è rapida e non particolarmente complessa. Incontriamo altri team prima di noi, ma se ne vanno prima che possiamo inziare le procedure di uscita dal paese. Nel breve tempo di attesa che la sbarra ci facesse entrare nell’ultima terra di nessuno di questo viaggio, notiamo una Fiat Uno gialla e marrone parcheggiata vicino alla ringhiera. E’ targata Roma e sembra di un Mongol Rally del passato. Ma non è abbandonata come mi era stato detto, appare in ottime condizioni e la presenza di pane fresco e della spesa all’interno dell’abitacolo stanno a significare che qualcuno la utilizza ancora. Indagherò su internet per scoprirne la storia ed avvertire gli eventuali proprietari.

Immediatamente usciti dalla russia l’asfalto diventa un piacevole ricordo. Uno sterrato non difficile ci conduce attraverso una steppa verso il primo posto di controllo della Mongolia. Il paesaggio oltre il confine cambia drasticamente, dal paesaggio montagnoso russo con alti alberi, fiori e tanto verde a una landa desolata identificabile come steppa. Ci chiediamo cosa ci sia oltre le colline intorno alla strada, se i confini hanno barriera lungo tutto il perimetro statale oppure se le recinzioni sono solo alle frontiere. Il primo posto di blocco Mongolo è rapidissimo, e ci illude che l’entrata in Mongolia sarebbe stata semplice e diretta. Ci sbagliavamo. La strada sterrata arriva verso un grosso edificio di cemento contornato da enormi tettoie di metallo. La frontiera Mongola vera e propria. Il tempo era leggermente migliorato, ma restava coperto. Paghiamo un dollaro al primo baracchino per la “disinfezione” dell’auto, che consiste nel passare con le ruote all’interno di una piscina di fango e acqua per purificare le immonde auto straniere. Mentre eseguiamo questo primo battesimo purificatore mongolo, ecco sbucare Michael e Thomas che festanti ci raggiungono e mi invitano a correre a consegnare passaporto e libretto prima della chiusura. Mi fiondo verso l’ufficio e riesco a dare i documenti alla guardia che stava chiudendo. Ancora mi illudo che l’indomani saremmo stati liberi. Torno nell’auto e parcheggio in un allegro recinto di metallo dove sono detenuti tutte le auto del Mongol Rally in attesa che vengano pagate le tasse per l’importazione da Londra. Ritrovo tanti amici, ne conosco di nuovi, e scopro che altri hanno avuto disavventure peggiori della nostra: incidenti multipli, tamponamenti da camionisti ubriachi, auto ribaltate, e ancora auto con molle distrutte, sospensioni esplose. Almeno siamo arrivati fin qui, mi dico, e l’auto sembrava in buona forma. Iniziamo a montare la tenda, con difficoltà visto che l’area designata ha il fondo in cemento ed è possibile mettere i picchetti solo nelle fratture delle gettate.

Improvvisamente si alza un vento incredibile, con pioggia e grandine e inzia a fare un gran freddo. Subito bagnati come pulcini smontiamo quel poco di tenda che avevamo montato, la gettiamo nel portabagagli e ci chiudiamo nell’abitacolo. L’uragano o quello che era cessa dopo 15 minuti in cui tutto il campo viene travolto da forti folate di vento. Tende che volano, gente che urla, sacchetti e spazzatura nell’aria, uno spettacolo. Quando finisce ci mettiamo dei vestiti asciutti e ci prepariamo a passare la notte in auto, sia per la pioggia che per il freddo. Il vento però continua ad essere forte, e la pioggia aumenta di intensità al punto tale che accendiamo il motore e ci andiamo a parcheggiare sotto le tettoie della dogana, fuori dall’area designata.

Lì, dopo aver mangiato la zuppa di spaghetti istantanea, un bel pasto caldo, crollo addormentato sul sedile del guidatore, mentre fuori la pioggia batte sul tetto di lamiera e il vento gelido soffia forte. Le steppe mongole ci accolgono come visitatori indesiderati, mettendoci alla prova con ogni mezzo, bloccati alla frontiera, esposti ai venti e all’acqua, non mi addormento felice e sollevato per essere di nuovo nell’auto (che funziona) e con i nostri amici. Non mi addormento convinto che saremmo riusciti a entrare in Mongolia con la nostra auto, non mi addormento certo che la spirale di sfortuna che ci era capitata sarebbe presto finita, non mi addormento sognando di tornare a casa, dopo aver vinto la sfida con deserto con la nostra macchina. Mi addormento e basta.

arrivare ugualmente

…. e bravi! nonostante i pochi mezzi siete arrivati alla meta….. poco importa se non avete toccato il suolo di Ulan Bator con la mitica 600, chi l’avrebbe mai detto!!! avete attraversato tutta l’Asia con un eroico macinino che a dispetto di tutto è arrivato in Mongolia…..

Bravi perchè il vero obiettivo era provarci fino alla fine con mezzi francamente abbastanza scarsi. Vi aspetto per ascoltare la Vs meravigliosa esperienza…. di cui sono anche un po’ invidioso!

ciao  presto Aug

Sfortune mongole

Momenti brutti per il team…dall’entrata in Mongolia è stato un susseguirsi di problemi per la 600. A quanto pare il tamponamento in Russia è stato più grave di quanto pensassero perchè mentre erano in mezzo al deserto, con le scorte di cibo e acqua finite, si è staccato un supporto del motore. Grazie all’aiuto di un inglese di un altro team sono riusciti a riparare il danno legando il motore con una corda del portapacchi. Per cercare di riparare il danno hanno perso una giornata e gli altri team che erano con loro hanno dovuto poi proseguire verso Ulan Bator. Alla città più vicina mancavano 40 km e per percorrerli ci hanno messo 20 ore. Nel tragitto si è anche rotta la cinghia di distribuzione a causa del motore disassato, avrebbero perso il motore per strada se non ci fosse stato il paracoppa e l’ultimo supporto integro a bloccarlo. A quel punto hanno chiesto aiuto a un camionista che ha provato a trainarli. Dopo poco però la cinghia che sosteneva il motore si è ristaccata ed è andata a finire sotto una ruota. Così facendo ha bloccato lo sterzo e sono finiti dritti contro un muretto di pietre (l’unico di tutto il deserto secondo Samuele). A quel punto il radiatore è definitivamente morto e la 600 ha iniziato anche a perdere olio. Non potendo fare nulla per aggiustarla in quelle condizioni, l’hanno trasportata fino a una specie di villaggio. Qui hanno conosciuto una famiglia molto gentile che ha comprato una macchina del Mongol Rally qualche anno fa. Sono stati gli unici dall’entrata in Mongolia a non chiedergli soldi per aiutarli e gentilmente gli hanno fatto lasciare tutta la roba che avevano in macchina dentro casa per evitare che a qualcuno venisse in mente di derubarli. Samuele e Andreas in cambio gli hanno dato la loro benzina e dei ricambi per la macchina. Facendosi dare un passaggio da un tir sono arrivati a Khovd, una delle città dove poter lasciare le macchine del Mongol Rally in caso di rottura. Nel garage hanno trovato un’altra decina di macchine del Mongol Rally che si sono fermate a Khovd, fra cui la clio nera degli scozzesi, la Suzuki dei Khangaroos e la Panda dei Single and ready to mongol. Il carroattrezzi ha cercato di approfittarne aumentando in modo spropositato il prezzo e quindi ora stanno cercando un’altra soluzione per riuscire a portare la 600 fino a quel garage. Il morale è a terra, non dormono da giorni, la doccia non la vedono da 2 settimane e lasciare la 600 a 400 km dall’arrivo è stata una decisione che li ha messi a dura prova. Purtroppo non hanno potuto fare altrimenti, se continuavano rattoppando la macchina, come hanno fatto altri in condizioni peggiori di loro, rischiavano di compromettere irrimediabilmente la 600 visto che le strade fino alla capitale non migliorano. E se avessero continuato avrebbero rischiato loro stessi di avere seri problemi ad arrivare in fondo, essendo rimasti soli. Comunque, sono arrivati in Mongolia, la 600 con le riparazioni di un meccanico può tornare come nuova e essere più che utile per la beneficenza (alla frontiera l’avevano valutata 2.500 $). Oggi prenderanno un pullman che li porterà nella capitale in un giorno e mezzo viaggiando giorno e notte. Ora non gli resta che arrivare nella capitale per visitare finalmente l’orfanotrofio… sperando che il pullman non si rompa!…

Per chi volesse contribuire alla raccolta di beneficenza per l’orfanotrofio del Lotus Children’s Centre può donare  QUI

Tamponamento in Russia

Aggiornamento a nome di Samuele che mi ha appena chiamata dalla Russia. Ieri pomeriggio guidavano in carovana con altri team su una strada russa in direzione del confine mongolo. Pioveva a dirotto e la macchina davanti alla loro ha frenato bruscamente a causa di una mucca che attraversava la strada. Andreas ha tentato di frenare ma la strada troppo bagnata ha allungato la frenata di almeno 30 metri e hanno tamponato la macchina davanti. Stanno tutti bene, non si sono fatti nulla, ma la 600 sembrava non ripartisse visto il radiatore distrutto. Samuele è riuscito alla fine a farla ripartire, così da farsi trainare dall’altro team fino da un meccanico. Il meccanico ha sostituito il radiatore mettendone uno nuovo preso da una macchina russa. Sembra che la macchina adesso non abbia problemi e che possano proseguire per la parte più impegnativa del viaggio, il deserto del Gobi. Gli altri team che erano con loro hanno già passato il confine ma li aspettano per proseguire in gruppo. Nel peggiore dei casi, se la macchina dovesse avere dei problemi, la lasceranno per strada (l’organizzazione del rally poi penserà a recuperarla per portarla comunque a destinazione) e proseguiranno in macchina con un altro team. Il loro obiettivo adesso è almeno entrare in Mongolia, cosa che molto probabilmente riusciranno a fare entro stasera. Nonostante il malumore e lo sconforto iniziale per il rischio di finire il viaggio ad “un passo” dal traguardo, adesso sono determinati più che mai ad andare avanti.

Aggiornamento da Bishkek, Kyrgyzstan

Vista la rarità delle occasioni di fermarsi e scrivere qualcosa, ogni occasione deve essere colta al volo. E mentre a Samarcanda non potevo accedere a questo sito, a causa delle restrizioni del governo Uzbeko all’uso di alcune piattaforme (tra cui WordPress), da qui posso aggiornare personalmente la situazione ringraziando Elisabetta per essersi presa l’onere di occuparsi del sito al posto mio.

Samarcanda pt.2: Come sempre riprendo a descrivere gli eventi dall’ultimo aggiornamento, siamo quindi appena arrivati a Samarcanda e abbiamo trovato una buona sistemazione in un B&B. Per trovarlo abbiamo girato almeno 2 ore per gli stretti e pittoreschi vicoli di questa città millenaria.

Accanto alla nostra camera ritroviamo un team inglese del Mongol Rally che avevamo perso dopo Vama Veche in Romania, e che erano riusciti ad arrivare nonostante un ammortizzatore esploso della loro Volkswagen Polo vicino a Volgograd, Russia. Dopo una doccia ci uniamo a loro per un thè e ci rilassiamo all’ora del tramonto sulla terrazza con vista sui tetti in lamiera dei sobborghi di Samarcanda. Penso a come questa città, un tempo ritrovo per carovane lungo la via della seta, viva ancora questo ruolo di punto di riferimento per noi del Mongol Rally. Quando ho avuto questo pensiero mi sono sentito parte di qualcosa di mistico, enorme e molto antico, forse indebolito nei secoli ma ancora capace di stupire i viaggiatori. Ci fermiamo per cena in un ristorante tradizionale, dove mangiamo discretamente ma spendiamo una fortuna, rispetto alla media dei prezzi più che modici. L’indomani iniziamo la nostra esplorazione di Samarcanda, a dire il vero molto limitata alla zona del Bazar: un vero e proprio mercato all’aperto dove viene venduto ogni genere di cose: c’è il banco della frutta, della verdura, del pesce (chissà da dove viene), della carne, delle spezie, dei vestiti, degli articoli da casa, si trova di tutto.

Ma non è un mercato turistico, è un normale mercato rionale solo più caotico e colorato. Andreas si cimenta nell’arte del contrattare i prezzi con i locali che, come a Istanbul riescono comunque ad avere larghi margini di guadagno. E’ difficile capirlo subito perchè i prezzi non sono mai esposti, e pare che tutti si siano messi d’accordo dal prezzo da fare agli stranieri.. ma acquistare qualcosa contrattando non ha prezzo. La gente appare molto felice di vederci, alcuni chiedono di essere fotografati e si mostrano molto amichevoli.

Passiamo così alcune piacevoli ore, prima di tornare alla nostra camera e dividerci. Decido di farmi accompagnare dal ragazzo della reception verso un buon meccanico in cambio di un passaggio lì vicino per sbrigare alcune commissioni. Mi porta così davanti ad una piccola officina, disordinata e sporca dove 5 meccanici stavano allegramente chiacchierando tra di se. Come mi fermo lì davanti sono tutti intorno alla macchina, compresi il gommaio e quello che dovrebbe essere l’elettrauto delle officine adiacenti (solo che anche lui fa il gommaio). Uno di loro mi offre 1000$ per l’auto, ma declino l’offerta gentilmente. Mi spiegano che in Uzbekistan le scelte dell’auto sono limitate alle vecchie Lada (davvero numerose) oppure alle Chevrolet Matiz che ho scoperto essere prodotte non lontano da lì. E mi dicono che sulle buche se la cavano meglio le Lada, ma le Matiz danno meno problemi, anche se vorrebbero un motore più grande dell’800cc a tre cilindri. Quando spiego loro che la mia di cilindri ne ha 4 e che è un 1100 tutti sorridono e fanno segno di ok con il pollice. Nel frattempo cerco di farmi capire dal capo officina, gli mostro i ganci divelti del portapacchi e gli faccio capire cosa deve fare per riportarlo nella giusta forma. A quel punto mi rendo conto di non aver portato con me la macchina fotografica, ho fatto qualche foto col cellulare che posterò al mio ritorno: ben 5 meccanici si mettono a smontare tutto, e mentre due mettono i ganci nella morsa per prenderli a martellate, un altro con un trapano fa dei buchi per spostare le luci sul tetto. Nel frattempo io con un altro di loro smonto il filtro dell’aria per “soffiare” via la tanta polvere raccolta. Il quinto controlla la pressione delle gomme. Nel giro di un pomeriggio in questa officina con veri attrezzi MADE IN URSS l’auto è a posto e il portapacchi è più solido che mai, anche se gli agganci posteriori proprio non vogliono stare al loro posto, e sono costretto comunque a legarli con una cinghia alla scocca dell’auto. Costo totale del lavoro di 5 meccanici per un pomeriggio è di 10$, e tengo a precisare che per le martellate non si è trattato di un lavoraccio spartano, ma di un lavoro di precisione molto meticoloso che ha rischiesto numerosi tentativi. Recupero il ragazzo della reception, e mentre torno incontro per strada gli Skallywags col Suzuki Wagon R+, amici inglesi conosciuti in Romania, e decidiamo di fare insieme la strada nei giorni seguenti. Con loro anche Jerome dei Bruxelles Raiders con la Peugeot 206 SW che avevano rotto la cinghia dell’alternatore, riparata dallo stesso meccanico. Poco dopo siamo raggiunti da Chad e Poppy con la versione della Vauxall del Suzuki Wagon, che dalla partenza si è bevuto ben 7 litri di olio. Realizzo che ad altri fin ora è andata molto peggio, portapacchi a parte l’auto si è dimostrata davvero all’altezza, e riguardo all’olio il livello non è sceso di una goccia. Fissiamo di vederci la sera per parlare e ripartire due giorni dopo. Ceniamo con gli svizzeri della panda, cui si sono aggiunti gli altri svizzeri del team “I drive therefore I am”, che parlano italiano, e discutiamo del Tajikistan e a quanto sia spiacevole ciò che sta succedendo, sia per noi che per la popolazione locale. La Pamir rimarrà credo la più grande mancanza del Mongol Rally 2012 per tutti coloro che l’avevano programmata. La mattina dopo gli Skallywags decidono di partire, mi sveglio di soprassalto per aggiornare il sito nel più breve tempo possibile e partiamo da Samarcanda 4 ore dopo i nostri amici sperando di ritrovarli lungo la strada. Incerti se aver fatto la cosa giusta o no, decidiamo di tentare in tutti i modi di raggiungerli, non volendo fare altra strada da soli. Le strade per fortuna consentono di tenere una velocità adeguata almeno fino a Tashkent, poi la strada diventa tortuosa e inizia a salire. Scende la sera, e passiamo almeno tre ore nella strada che arriva a Fargana su una specie di statale molto buia con i fari delle auto nell’altra corsia che rendono molto complicato l’identificazione delle buche nascoste, per fortuna mai letali. Non siamo felici di guidare di buio, ma si è reso necessario per non trovarsi soli. Riusciamo senza troppe difficioltà a raggiungere verso mezzanotte il loro hotel, e parcheggiamo accanto alla loro auto. L’hotel è troppo costoso per noi, e dormiamo in macchina.

La mattina seguente, dopo una colazione “russa” a base di hamburgher e salse strane, ripartiamo verso Osh in Kyrgyzstan, il cui confine è a pochi chilometri.

Kyrgyzstan: La frontiera per uscire dall’Uzbekistan è stata lenta, ma non complicata. Ma la più veloce è stata quella per entrare in Kyrgyzstan: nessun controllo, pochissimi documenti, nessuna registrazione per l’auto, nessuna tassa. Sembrava di vivere un bellissimo sogno, un solo timbro sul passaporto e via! I nostri saranno gli ultimi visti per il Kyrgizstan con timbro, dal momento che da pochi giorni non è più necessario avere il visto per entrare in Kyrgizstan. Un segno di ospitalità che scopriremo essere solo l’introduzione a un paese di una bellezza sconfinata, con gente oltremodo gentile e disponibile con strade perfette e paesaggi incredibili. Nessuno si immaginava di incontrare tutta questa bellezza proprio in Kyrgizstan, sono tutti concentrati sulle strade scoscese del Pamir. Invece proprio avendo qualche giorno in più da spendere qui ci siamo resi conto di quanta bellezza c’è intorno a noi. Ci fermiamo a Osh in un hotel economico (3$ a testa) molto fatiscente e bisognoso di cure.

Lasciamo i bagagli e decidiamo di sfruttare il resto del giorno girellando allegramente. Mangiamo una zuppa locale e ci tuffiamo nel bazar, se possibile ancora più interessante di quello di Samarcanda. Forse (anzi decisamente) meno pulito, ma molto tipico. Anche qui non ci sono molti turisti, e il bazar è il luogo dove i locali vengono a comprare ciò di cui hanno bisogno.

Ovunque bancherelli di meloni, cocomeri, frutta, carne con mosche, teste di capra, pane con mosche, pesce essiccato per strada e tante altre leccornie di cui abbiamo acquistato solo una piccola parte per campeggiare il giorno dopo (volevo una testa di capra, ma poi non l’ho presa m’annaggia). Le teste ci capra sono diffuse anche grazie allo sport locale, che è una specie di polo (quindi a cavallo) credo senza palla, dove come mazza i cavalieri usano il corpo di una capra decapitata. O forse la capra morta è la palla. Non ho capito bene, ma c’è anche una versione più difficile che al posto della capra vede un lupo (decapitato) che però spaventa i cavalli (e non solo).. Più tardi una bella doccia, cena e incontriamo in una birreria degli inglesi simpatici, da tre settimane in Kyrgizstan che si mostrano molto interessati al rally, e gli mostriamo fieramente le auto. Quando torniamo verso il bar, siamo raggiunti da un cantante con flauto traverso nordcoreano che, completamente ubriaco, suona e canta canzoni forse coreane e sembra avere una particolare simpatia per Andreas. Stanchi della giornata ci ritiriamo in questo ordinato e simpatico hotel, ma prima di dormire io e Andreas tentiamo (senza troppo successo) di riparare lo sciacquone del tutt’altro che immacolato cesso, che non finiva mai di riempire il suo serbatoio molto rumorosamente. Dormiamo abbastanza bene, facciamo colazione praticamente a base di pane secco (sembrava ripieno ma non era vero) e ripartiamo verso Bishkek. Sono circa 650km, non tantissimi se non fosse che le strade, in ottimo stato, sono molto molto in salita, piene di curve e tornanti e zeppe di camion. Ma il paesaggio montuoso che si para davanti a noi è davvero unico e incredibile: mai viste montagne così ripide e con colori così incredibili, dal marrone-rosso della roccia, al bianco della neve, al verde che cresce nelle zone più pianeggianti. Intanto la strada è circondata da rottami, discariche rugginose, come in contraddizione con la natura imponente. Per strada invece arrancano vecchi camion, alcuni decisamente sfortunati.

Restiamo estasiati mentre continuiamo a salire, quando la strada si assesta a quota 2500-2700 slm (forse) e iniziano, verso pomeriggio tardi, ad aprirsi davanti a noi le steppe del Kyrgizstan, i cui abitanti locali vivolo nelle tradizionali Yurte simili a quelle mongole, vivendo di allevamento di capre e cavalli. L’unico elemento che fa capire che non siamo ai tempi di Gengis Khan sono i tralicci dell’alta tensione, l’asfalto per strada e qualche vecchia e scassata Audi 80 parcheggiata di fianco a queste tende. Per il resto, credo, è tutto invariato da secoli.

Guidiamo per tutto il giorno e ci fermiamo per montare le tende e dormire in uno di questi splendidi pascoli, letteralmente in mezzo al niente più totale se non fosse per la vicina statale trafficata dai tir. Cuciniamo per noi e gli Skallywags un pò di pasta e andiamo a letto molto presto, anche perchè le temperature sono scese clamorosamente e faceva un gran freddo.

Vengo svegliato verso le 8 da dei ragazzi del posto, che ridendo ci svegliano mentre gironzolano incuriositi dalle auto e dalle nostre ridicole e piccole tende occidentali. Gli altri dormono mentre cerco di capire che intenzioni abbiano questi ragazzi. Sorridendo uno di loro indica un auto ferma col cofano aperto sulla statale facendo cenno con le braccia incrociate che si è fermata. Mi faccio accompagnare e trovo il padre dei ragazzi, un anziano signore Kyrgyzo che mi mostra l’interno del cofano della sua Audi 100 metallizzata, col bollino “D” sul dietro (Deutshland), probabilmente una delle auto rottamate dalla Germania. Mi accorgo subito del problema: manca la cinghia dell’alternatore, la macchina deve essersi fermata per la batteria scarica. Vengo raggiunto da James degli Skallywags, gli mostro il problema e offriamo all’uomo di trainare la sua auto verso il paese più vicino. L’uomo ringrazia e rifiuta l’offerta. Lo salutiamo e ci allontaniamo dispiaciuti e convinti di non poter far altro per lui. Sentiamo un rombo, ci giriamo e vediamo l’intera famiglia a bordo della vecchia Audi allontanarsi verso l’orizzonte! Restiamo basiti, chiedendoci come abbia fatto a ripartire. E’ un mistero che tutt’ora non mi spiego, forse c’è una magia che spinge avanti le auto che ci passano accanto: dall’Azerbaijan in poi sono sempre più vecchie, rugginose e rumorose, ma continuano rattoppate a portare in giro gli attempati proprietari. I giovani usano auto economiche più moderne, che modificano per renderle il più tamarre possibile. Chissà se la nostra Seicento avrà un destino simile. Ripartiamo dopo una vera e propria colazione all’inglese a base di thè, uova strapazzate e pane per arrivare un paio di ore dopo a Bishkek.

Confermo la mia impressione sul Kyrgyzstan: è lo stato asiatico incontrato fin ora di gran lunga più equilibrato: la gente non è certo ricca, ma non vive nella miseria, e le città, le strade e le cose pubbliche sono in buono stato. Troviamo una città caotica ma accogliente, piena di parchi e viali alberati. Dopo qualche tentativo a vuoto troviamo il Sakura Hostel gestito da una simpatica coppia Giappo-Kyrgiza. Non c’è abbastanza posto per tutti, dormirò su un materasso per terra, ma almeno è un posto pulito e c’è una connessione (lenta) ma sufficiente per scrivere questo aggioramento.

Mando un abbraccio a tutti quanti, ho visto in quanti seguite il nostro sito, ci fa un immenso piacere. Grazie a tutti e al prossimo aggiornamento, forse dal Kazakistan dove saremo dal 9 in poi. Non aver fatto la Pamir a causa della guerra ci ha portato in anticipo di qualche giorno sulla tabella di marcia, è possibile che quindi anche il nostro arrivo sarà un pò anticipato.
Potete seguire la nostra posizione da QUI.

Aggiornamento da Samarcanda

Come avevo previsto non è stato possibile aggiornare il sito prima di oggi, appunto, da Samarcanda in Uzbekistan. Questi giorni hanno visto il nostro tachimetro superare gli 8000km dalla partenza e sono successe un sacco di cose incredibili, soprattutto da quando abbiamo varcato bruscamente il confine tra Europa e Asia. Cercherò ancora di riordinare gli eventi che ci hanno portato fino a qui:
Turchia-Georgia
Abbiamo lasciato gli agi e le comodità di Istanbul avendo perso un intero giorno per il Turkmenistan. Partiamo presto decisi a sfruttare al massimo le ottime strade a scorrimento veloce della Turchia. Guidiamo per oltre 1100 km fino a sera, fermandoci solo in mezzo al niente in un autogrill che sembrava in stile messicano a mangiare tonno in scatola. Nel frattempo avevamo sentito gli “020 bastards” che ci invitavano a raggiungerli in una pensioncina sul mare poco prima di Trabson, costa nord della Turchia. Arriviamo alle 1 e mezzo di notte, troviamo facilmente il luogo grazie alle indicazioni precise di Malou e riusciamo a vedere la loro Kia parcheggiata sulla strada. A loro si era aggiunto il team inglese “the empire strikes Yak” con una Citroen Saxo verde militare.Svegliamo il proprietario che per pochi dollari ci consente di dormire in una stanza un pò decadente dipinta malamente di rosa acceso e piena di grilli. L’umidità era insopportabile, il bagno alla turca era dotato di “scarico manuale” con un congegno a molla attivabile tramite l’apposito secchio posto di fianco. Riusciamo a farci una doccia e a dormire bene per qualche ora. La mattina ci accorgiamo della bellezza del posto in cui ci trovavamo: una casa in legno (rivestita di plastica) affacciata sul Mar Nero con una grande terrazza dove ci viene servita un abbondante colazione alla turca con formaggio, uva, miele, pane, burro e verdure. Abbiamo l’occasione di conoscere i bambinelli del figlio del proprietario che hanno mangiato con noi prima di andare a fare il bagno e a giocare nel Mar Nero. Davvero molto ospitali, peccato che la qualità lasciasse un poco a desiderare. Ripartiamo rinvigoriti e facciamo in 3 ore quei 200km che ci separano dal confine Georgiano. Queste strade a veloce scorrimento nel nord della Turchia sembrano autostrade, se non fosse che sono costellate di semafori e passaggi pedonali. Ci rendiamo conto quella mattina di quanto sia gettonata località turistica questa parte di Turchia sul Mar Nero, i cui hotel su affacciano direttamente sulla statale a 4 corsie che divide le città dalla spiaggia costringendo i bagnanti ad attraversarla continuamente. La strada prosegue ricalcando perfettamente il profilo delle coste fino a che, senza preavviso alla fine di una lunga galleria, ci appare la frontiera Georgiana.Una guardia gentilissima ci invita a portarci in fondo alla lunga coda di automobili che attende in un tratto di statale che una volta era connesso al resto e che oggi era chiuso a causa di uno spaventoso cedimento della struttura della strada.

La strada franata al confine georgiano

Inizia un attesa di circa 3 ore sotto il sole battente con almeno 40° in questa fila impressionante di auto. Facciamo amicizia con un Iraniano su una Peugeot e con qualche camionista. Troviamo qualche team, gli svedesi del team Minotaur e dei ragazzi australiani. La coda a poco a poco scorre verso i cancelli della frontiera, presso i quali diversi locali si mettono a litigare con il furbetto che si infila direttamente al varco senza fare la coda (e ce ne sono diversi, soprattutto Georgiani). Il controllo è abbastanza veloce e dopo dopo siamo in Georgia! Le strade peggiorano subito, asfalto vecchio ed enormi buche rendono la guida impegnativa. Come se questo non bastasse, oltre ai cartelli scritti solo in Georgiano, ci si mettono gli automobilisti del luogo che sfrecciano senza paura per queste strade dissestate effettuando sorpassi assurdi e tagliando la strada a chiunque gli si pari davanti. Sembra che per un Georgiano il fatto di avere qualcuno davanti sia un’onta talmente pesante che deve sorpassarlo subito, senza indugio e in ogni caso. Ci raggruppiamo con 3 o 4 macchine, Inglesi del team “It’ll do a trip” con la Kia Rio, una Punto, e gli scozzesi dei team “frying scotsmen” con una Clio e del team “Petrol, beer, the blood, the sweat and the tears” con una Kia Rio. Partiamo in comitiva diretti sull’unica strada tortuosa che porta a Tbilisi. La strada è un incubo, non tanto per l’asfalto che è quasi a posto, ma per i guidatori locali totalmente indisciplinati che tagliano la strada a chiunque e con qualsiasi mezzo pur di superarti.
Tbilisi: Arriviamo a Tbilisi la notte verso l’una, e iniziamo a cercare un luogo dove dormire. Noi vogliamo partire la mattina successiva, altri se la vogliono prendere più comoda e stare un giorno nella capitale Georgiana. Segue almeno un’ora di continuo girovagare sui viali di una Tbilisi notturna davvero accattivante fino a che non paghiamo un taxi per scortarci verso un ostello. Il tassista, a bordo di una vecchia Opel Vectra si lancia nel traffico della notte e si incunea tra le vie della città vecchia: mentre l’asfalto dei viali era buono, quello delle vie interne non lo era affatto: buche, tratti sterrati, massi, altre buche. In diversi team rimangono incastrati oppure toccano la parte inferiore della scocca dell’auto. Per la nostra auto è il primo test, che supera brillantemente. Dopo un paio di tentativi, stremati, ci fermiamo in un ostello con camerate da 12 persone, per una capienza totale di almeno 90 persone con solo 2 bagni in comune e molti meno materassi rispetto al reale bisogno. Paghiamo ben 5 dollari per questa sistemazione, e crolliamo addormentati nonostante le scomodità e il rumore delle grida di quei teams che facevano baldoria non dovendo ripartire il giorno seguente. La mattina siamo insieme ai 2 teams scozzesi, molto simpatici, facciamo colazione insieme in una pasticceria buona ma cara e ripartiamo di gran carriera verso la vicina frontiera con l’Azerbaijan. Il paesaggio e le strade cambiano radicalmente: mentre fino a quel momento per arrivare a Tiblisi si era trattato di strade quasi di montagna con tornanti, alberi e salite, si para davanti a noi un immensa pianura con dolci colline verdi e a tratti quasi deserto, con villaggi che sorgono quà e là come funghi senza apparente motivo. In mezzo a questo niente colossale si para davanti a noi la frontiera, la prima vera frontiera dall’inizio del viaggio.
Le frontiere da questo punto in poi sono composte da: 1-uscita dal paese in cui ci si trova 2-ingresso nella terra di nessuno 3-ingresso nel paese successivo. L’immancabile fila di auto preannuncia il primo varco, ma siamo felici di incontrare altri teams del Mongol rally, un team irlandese e uno romeno con una vecchia Dacia Logan (originale romena, non francese come quelle nuove). La fila è più scorrevole del solito e ci illudiamo di poter entrare in Azerbaijan e di raggiugere Baku con calma. Quanto ci sbagliavamo…
Terra di nessuno
E’ necessario che questo capitoletto sia dedicato alla terra di nessuno tra Georgia e Azerbaijan, dal momento che abbiamo passato qui gran parte della giornata. Non ho molte fotografie, è severamente vietato scattare foto ai posti di blocco e alle frontiere, le guardie te lo fanno notare subito bruscamente e nessuno vuole creare problemi. L’ingresso nella terra di nessuno, all’ombra di un palazzone di vetro con uffici della dogana Azera è stato fin troppo semplice. Riusciamo a entrare prima che un problema al sistema informatico faccia fermare tutta la baracca. Prima di saperlo ci uniamo ad almeno 4 o 5 teams in attesa dalla mattina, tutti insieme abbiamo saturato il parcheggio della terra di nessuno non potendo nè andare avanti nè tornare indietro. Incontriamo Renata Riva e Sandy con la loro Toyota Verso, gli sposini Neil e Helen con la loro Panda blu, Jerome e compagnia da Bruxelles con la Peugeot 206 SW, oltre agli scozzesi che erano con noi e i rumeni. Inizialmente tutto sembra normale, normali file a portare i documenti, soldi da spendere per tasse varie e assicurazioni dell’auto, porta la foto qui, il passaporto di là, il libretto dell’auto, compila il modulo.. tutto regolare finchè qualcosa allo sportello 7 si blocca. E qui inizia la lunga attesa di oltre —–ore nella terra di nessuno. Qualcuno cerca di giocare a calcio per ammazzare il tempo, ma le guardie lo impediscono. Qualcun altro chiede informazioni ma nessuno sa quando o come la situazione si sarebbe sbloccata. Nel frattempo ne approfittiamo per telefonare alla fantomatica guida per il Turkmenistan, giusto per vedere se esiste e come dobbiamo fare per incontrarla. Cerchiamo di spiegare che saremmo arrivati in Turkmenistan entro 2 o 3 giorni, ma ci viene detto di chiamare il giorno dopo, con le convenienti tariffe Azere.. un pò preoccupati per questo visto del Turkmenistan che ancora non avevamo, con in mano una fotocopia della lettera di invito (rifiutata al consolato Turkmeno a Istanbul) e un numero di cellulare di un agenzia Turkmena dove nessuno parla inglese. Tutto questo dopo ore di attesa nella terra di nessuno per un problema al computer. Dai cancelli riusciamo a vedere la valle dell’Azerbaijan che degrada verso il Mar Caspio. Ma un computer ci impedisce di passare.

Sono state ore sospese, non so bene come le abbiamo passate, so solo che quando inizia a fare sera Renata Riva, con l’apposita macchina per la pasta, si mette insieme a noi a fare le tagliatelle a mano impastando farina georgiana e acqua, e poco dopo si crea una piccola comunità italo-internazionale a mangiare tagliatelle e pasta sotto al manifesto del presidente dell’Azerbaijan nella terra di nessuno.

In questo modo, oltre ad aver riempito lo stomaco, è passato un pò di tempo, abbastanza perchè, poco dopo l’imbrunire, la situazione si sbloccasse. A questo punto in poco tempo siamo in Azerbaijan, è sera e 500km ci separano da Baku. Decidiamo di arrivarci guidando tutta la notte per sistemare la questione dei visti e informarci il prima possibile sul leggendario traghetto “Caspian ferry” che parte solo quando è pieno.
Azerbaijan
Non so come sia l’Azerbaijan. E’ come non esserci mai stati, non so quale paesaggio ci siamo persi guidando in comitiva per tutta la notte. So che la gente guida male almeno come in Georgia, e che le strade sono buie, ma in buone condizioni. E so che alla polizia piace arrotondare lo stipendio. Eravamo 8 auto, tutti consapevoli di quanto fossero ligi al controllo della velocità, soprattutto per gli stranieri. Stiamo attentissimi a non superare mai i limiti, rallentiamo quando si abbassano e lentamente riaccelleriamo quando aumentano. Un posto di blocco a metà strada ci ferma tutti e 8 senza motivo. Il polizziotto ci sistema in un piazzale un auto lontano dall’altra, intimando a tutti di restare nelle auto. Poi inizia, dalla prima all’ultima, il suo “giro della mazzetta”. In ogni auto prende i passaporti e chiede dei soldi per restituirli. Uno dopo l’altro si fa tutte le auto. Noi rimaniamo gli ultimi, da soli, nel buio, con questo polizziotto che, con i nostri passaporti in mano, ci chiede 100$. Mi ero preparato a questo, avevo messo 10$ nella mia tasca, e glieli porgo fingendo di non avere altro a portata di mano. Il polizziotto lì per lì dice che non bastano, ma poi ci lascia andare, finalmente, e raggiungiamo gli altri fermi lungo la strada poco lontano. Ad alcuni non aveva chiesto niente, ad altri aveva preso 50$, e voci girano che ad altri sia andata molto peggio. Decisamente scossi e innervositi per l’accaduto continuiamo a guidare verso Baku fermandoci solo per fare benzina con desiderio di lasciare una volta per tutte questo stato maledetto. Ore interminabili, strade buie, fino all’alba. La luce dorata ci mostra il paesaggio desertico e piatto dell’Azerbaijan mentre ci avviciniamo alla capitale Baku che si annuncia da lontano con i suoi palazzoni moderni e luccicanti. Arrivati all’alba, stremati, alcuni si dirigono verso l’hotel che avevano prenotato prima di partire, mentre noi altri con la Renata andiamo in cerca del consolato Turkmeno per capire cosa fare con il visto. Giriamo per ore per Baku, scoprendo che questo consolato è stato spostato almeno 3 volte e che nessun indirizzo in nostro possesso era valido. Per fortuna all’ultimo indirizzo, oggi un forno, un cliente ci da delle indicazioni corrette e poco dopo incontriamo i ragazzi scozzesi che festanti ci indicano le direzione del consolato. Siamo felici, ma stanchi. Non ho molti ricordi di Baku, solo qualche impressione: una città moderna che cerca di nascondere la propria indole povera e degradata con strutture moderne e vialoni alberati, nel complesso una città interessante. I lavori sulle strade procedono di fretta, senza segnalazioni, alcuni dicono perchè il presidente non vuole vederli al suo ritorno. Le strade sono costellate di lavori non segnalati, il traffico passa letteralmente dentro i cantieri dove i lavoratori non sembrano disturbati dal traffico impazzito che gravita intorno a loro. Gli azeri guidano anche peggio rispetto ai georgiani, con questi macchinoni e SUV te li trovi contromano o fermi in 4° fila in mezzo a un viale bloccato dal traffico.
Il consolato Turkmeno è in un vicolo sretto e sporco all’interno di un quartiere che è in verità è un cantiere a cielo aperto, un pò come tutta Baku. Troviamo almeno una ventina di ragazzi del Mongol Rally, ognuno con i propri problemi di passaporto. Ci accoglie un tipo strano, un certo Ismahil, che amichevolmente ci invita a dargli i passaporti così che il consolato ci possa processare tutti e metterci insieme sul traghetto. Passa almeno un’ora, durante la quale ritelefono all’agenzia turkmena avvisando che sono a Baku, ma chi risponde non parla inglese. Nel frattempo Ismahil ci comunica che la nostra lettera di invito è valida e che ci farà il visto per il Turkmenistan. Per noi significa aver risolto l’unico problema con i visti che avevamo, forse il più difficile da sistemare. Avevamo paura di non riuscire ad ottenere il visto e che saremmo stati costretti a trovare un’alternativa, come altri pultroppo hanno dovuto fare. Con i visti in regola, stanchi morti, apprendiamo che il traghetto sarebbe partito la mattina successiva. Ognuno torna al suo albergo, ognuno per la sua strada, e rimaniamo con i ragazzi scozzesi che, come noi, non avevano un posto dove dormire. E’ Ismahil a proporci un appartamento con bagno e cucina, a prezzo medio ma non lontano dal porto e ci fa accompagnare da un ragazzo. Andiamo con lui, l’appartamento non era male anche se sembrava che ci avesse dormito e mangiato il nostro accompagnatore fino al giorno prima. Assonnati stiamo per accettare quando ci giunge la notizia da Ismahil che il traghetto sarebbe partito la sera stessa e che ci saremmo dovuti trovare al porto alle 5 del pomeriggio. Ormai erano le 2, troppo tardi per dormire, ma abbastanza presto per mangiarci insieme agli scozzesi un bel kebap succulento in un locale di fronte. Mangiamo con calma e riprendiamo le energie. Con largo anticipo arriviamo al porto e ci fermiamo a fare un pò di spesa in un centro commerciale moderno proprio sul mare: un centro commerciale uguale a tutti gli altri, se non fosse che le persone hanno un aspetto diverso e c’è una musica strana azera negli altoparlanti. Approfittiamo del bagno pulito e ci dirigiamo verso il supermercato, molto piccolo rispetto alle dimensioni del centro. Compriamo un pò di pane, del formaggio in scatola la cui etichetta recitava fieramente “15 years in Azerbaijan” (15 anni in Azerbaijan) come se si trattasse di una garanzia, un salame dall’aspetto plasticato e dell’acqua.
Usciamo attraversando l’ennesimo cantiere e persino il ragazzo che ci accompagna perde la strada per il porto. Arriviamo comunque tra i primi, dopo altri cantieri, al piccolo e fatiscente porto di Baku.

Baku

E’ una città sul mare, che vive del porto, ma che non fa altro che nascondere sia il mare che il porto. Assurdo Azerbaijan. Nel giro di un ora siamo raggiunti dagli altri teams che volevano prendere il traghetto, nel frattempo schiacciamo un pisolino sull’erba di un aiuola all’ombra di un manifesto pubblicitario. Non dormiamo da 2 giorni e siamo molto stressati. Ma il bello deve ancora venire. Sono le 6 del pomeriggio quando parcheggiamo di fronte all’entrata della nave. 24 ore prima eravamo in attesa per entrare in Azerbaijan, e in quel momento eravamo in attesa IN Azerbaijan. Inizia la trafila dei documenti da dare, il passaporto di qua, il libretto di là, compila questo modulo.. passano le ore, poi le autorità portuali vengono a misurare le nostre auto, dal momento che per far salire l’auto si paga un tot per ogni metro. Noi paghiamo per 30cm in più, nonostante fossimo l’auto più corta di tutta la combriccola. Paghiamo in 2 persone + l’auto 470$, una cifra molto più alta rispetto ai prezzi normali, ma ovviamente visto che eravamo tutti costretti a passare da lì hanno pensato bene di aumentarci i prezzi. Sicuramente il caro Ismahil se ne è preso una parte. Non ho fotografie di questo momento, perchè il porto a Baku è una frontiera e le guardie si erano già innervosite molto. Passa un’altra ora e iniziamo la trafila assurda per l’imbarco: ci dividono tra proprietari delle auto e passeggeri, in due file parallele che ogni tanto si incrociavano. Iniziano a riempirci di carte da firmare, di ricevute, di biglietti da portare all’ufficio successivo per un timbro per poi tornare indietro. Loro intanto, tra un film porno e una sigaretta in tranquillità, compilano interamente a mano e lentamente tutte le loro carte. Ma si vede non con molta attenzione, nei documenti di imbarco la nostra Fiat Seicento è diventata una Kia Sorento.. ma apparentemente a nessuno interessa dei documenti, a loro basta farti pagare. Verso mezzanotte i passeggeri possono salire, mentre noi proprietari rimaniamo in attesa di poter imbarcare le auto. Un’altra tassa di 15$ per utilizzare il ponte che porta alla nave e dopo altre 2 ore ci fanno salire a bordo.
Il Caspian ferry
Dedico un capitolo a parte anche in questo caso, il traghetto è una via di mezzo tra la terra di nessuno e uno stato a parte. Sulla nave ci rincontriamo tutti, io trovo Andreas con la faccia stravolta, che mi racconta del caos e delle battaglie per ottenere una stanza doppia con finestra e bagno, anche se quest’ultimo si rivelerà una bomba chimica puzzolente. Non abbiamo mai aperto la porta per intero per verificare cosa ci fosse nel nostro bagno da quanto faceva puzza. La nave è vecchia e rugginosa, la stiva puzza di nafta e tutto è in disordine e lasciato andare. Non c’è nessuna area realmente interdetta ed è molto facile perdersi. Conserva però un certo fascino di decadenza Sovietica.

L’interno del Caspian Ferry

La parte degli alloggi dei passeggeri è stata “rimessa a nuovo” probabilmente in un pomeriggio rivestendo semplicemente tutto con la plastica, materassi compresi. Non ci lamentiamo della sistemazioni, altri stavano in stanze da 4 persone senza finestra, e vi assicuro che il caldo e l’umidità erano opprimenti. Senza troppe cerimonie ci mettiamo a dormire di sasso, dopo 2 giorni non stop. Dormo 3 o 4 ore, svegliato dalle luci dell’alba, e mi accorgo che siamo ancora a Baku. Forti rumori di ferraglia suggeriscono che i treni merci si stanno imbarcando solo ora. La nave parte verso le 9, ma continuiamo a dormire fino al primo pomeriggio, quando i nostri amici vengono a svegliarci. Ci dirigiamo verso il cafè, dove tutto ha prezzi altissimi, e siamo contenti di aver fatto un pò di spesa la sera prima. Il salame di plastica non è male, e anche il formaggio “15 anni in Azerbaijan” si fa mangiare, forse perchè la fame rende tutto più buono. La sera prima eravamo troppo stanchi per avvicinarci al bagno, ma la mattina la natura chiama e, dal momento che il nostro emana un odore cadaverico, ci dirigiamo verso il bagno pubblico. Credo sia meglio omettere la descrizione di ciò che ho visto in quel momento, l’unico cesso disponibile per tutta la nave era lì, davanti a me, ricolmo dei contributi di centinaia di utilizzatori prima di noi. L’odore non era orribile come sarebbe dovuto essere, forse perchè tutta quella varietà di rifiuti si auto-bilanciava o perchè era a un livello di puzza oltre lo spettro olfattivo umano. Forse un cane o un sommelier avrebbero trovato morte certa.
Su questa toilette sciabordante di regalini si concentrano le discussioni divertentissime tra i ragazzi del rally, uno di essi, un motociclista, fonda una religione basata sul visitare una volta nella vita l’altare della cacca e scattarvi una fotografia (come io stesso con coraggio ho fatto).  Poi ci sono gli apostoli di questa religione che sono coloro che hanno fisicamente contribuito a quella ricchezza.. evitando di proseguire la discussione vorrei dire a tutti che l’esperienza di questo traghetto sarebbe stata orribile se non fossimo stati così in buona compagnia. Capaci di ridere di situazioni altrimenti molto poco divertenti, come la signora russa vestita di rosa acceso che girava urlando e sbattendo sulle porte con tutti i nostri passaporti.. Si creano delle bellissime amicizie sul traghetto, lo schifo che ti circonda ti porta a socializzare. Uno dei motociclisti ha corrotto un membro dell’equipaggio e si è fatto dare una stanza molto bella con bagno funzionante, che gentilmente mi consentono di utilizzare (e menomale). La sera ci rincotriamo ancora con i ragazzi scozzesi e replichiamo il pranzo con lo stesso salame di plastica e il mitico formaggio in scatola. Stavolta però entriamo nella caffetteria (chiusa) rimuovendo il blocco alla porta rappresentato da una sedia, e ci sediamo dove parte della ciurma ha bevuto del tè, lasciando un thermos pieno di acqua calda, la teiera e le tazze. Ci appropriamo dei loro scarti e ne banchettiamo con felicità. Nel frattempo, essendo tutto deserto, ci avventuriamo nelle cucine e ci prendiamo altra acqua calda per fare altro thè. A nessuno pare importare niente che ci siamo piazzati lì, e poco dopo siamo raggiunti da tutti gli altri ragazzi che migrano nella caffetteria a giocare a carte, essendo il ponte esterno troppo buio e freddo per poterci stare. Approfittando della confusione decido di appropriarmi della teiera del Caspian ferry che vado a nascondere nel cofano della nostra auto (in caso di ispezione può sembrare una parte del motore). Quando ci svegliamo la mattina preso successiva siamo al porto di Turkmenbashi, non poco preoccupati per il fatto che non è possibile fare telefonate in mezzo al mare, e neanche in Turkmenistan che non offre copertura di rete a telefoni stranieri. La guida ci sarà o no? E’ davvero obbligatoria per noi? Ci faranno problemi? Con queste preoccupazioni ci avventuriamo zaino in spalla sul ponte anteriore della nave, passando per l’incandescente sala motori dove uno ad uno ci fanno scendere, a piedi, verso la frontiera del Turkmenistan. Fà tanto caldo e a nessuno è avanzata dell’acqua. Il sole, girando, toglie quel poco di ombra che un gazebo di metallo proiettava su di noi. Oltre il cancello della frontiera, mentre aspettiamo che ci aprano le porte, intravedo un giovane ragazzo con una cartella con i nostri nomi. E’ la guida! Lo chiamo e scopro essere la stessa guida di un gruppo di ragazzi di Roma con 3 Panda. Scopriamo di essere stati gli unici a pagare in anticipo, e più tardi scopriremo di aver pagato molto di più del reale prezzo (grazie Intelservizi-Euroest!). Ci faremo sentire da questa agenzia truffaldina al nostro ritorno a casa. La guida, Aziz, ci nota e ci fa entrare subito, prima di tutti gli altri, e cerca di velocizzare la comunque lentissima procedura di ingresso in Turkmenistan. L’ufficio di frontiera è grande, alto, pulito e con aria condizionata e decine di guardie e impiegati lavorano dentro i loro uffici, almeno 10. Dobbiamo far visita ad ognuno di loro nel corretto ordine per entrare. Tra tasse, bolli e assicurazioni ci costa 400$ entrare in Turkmenistan e ci riempiono di fogli, documenti, ricevute. Loro compilano i dati dell’auto, dei nostri passaporti, e tutto quanto in enormi libroni tutto rigorosamente a mano, e in molteplici copie. Un lavoro lento ma preciso, come se loro stessi temessero un controllo dall’alto. Su tutti il faccione del presidente del Turkmenistan osserva severo ritratto nel suo ufficio con una penna in mano, con le bandiere e i simboli dello stato dietro di lui. Per noi il procedimento dura solo 4-5 ore e usciamo verso le 2 del pomeriggio. Gli altri ragazzi del Mongol Rally dovranno attendere fino a sera o alla mattina successiva. Prima di uscire compro 6 bottiglie di acqua fresca al bar e vado a portarle fuori, dove la temperatura è altissima, non c’è bagno nè acqua e sono tutti costretti in un quadratino di ombra troppo piccolo per far entrare tutti. Recupero la macchina, le guardie fanno una rapida e superficiale ispezione, più curiosi di queste strane auto che a controllare eventuali cose irregolari, e partiamo con le 3 Panda dei romani, gli svedesi del team minotaur e la guida verso Asbagat.
Turkmenistan
Entriamo in questo stato con una gran voglia di uscirne il prima possibile, ma restiamo subito incantati dal primo vero deserto che i nostri occhi abbiano mai visto: la strada è una lingua di asfalto che passa attraverso il niente sabbioso più totale seguita dai tralicci della corrente (che fanno un lieve rumore elettrico molto preoccupante). Dromedari al lato della strada, paesi polverosi, carri trainati da animali, vecchi camion rattoppati e rugginosi mentre procediamo spediti su una strada in ottimo stato. Nel momento stesso in cui stai per ricrederti sul Turkmenistan, ecco che la strada finisce e diventa un incubo di dossi, buche e speroni che rallentano non poco il nostro viaggio. Così rallentati ci fermiamo a metà strada a mangiare in un tipico autogrill per camionisti, dove la gente sta distesa su piattaforme di legno e si serve da mangiare da un tavolo basso sorseggiando the e mangiando spiedini di carne e pollo. I romani vogliono fermarsi a dormire, mentre noi e gli svedesi decidiamo di proseguire: loro hanno un piccolo fuoristrada, l’idea è che ci possano aiutare nel buio a trovare la strada migliore. Il programma è di incontrarci tutti insieme il giorno dopo in un hotel ad Asgabat.In realtà le cose sono andate diversamente: abbiamo perso dopo poco gli svedesi, che andavano veloci, e ci siamo trovati soli, di notte, su una strada terrificante e piena di tir. I guidatori Turkmeni sono molto civili e rispettosi, ma le loro strade sono le peggiori viste fin ora. Dormiamo in auto in un parcheggio per camion e ripartiamo la mattina seguente scoprendo di aver fatto quasi tutto il tratto dissestato della strada, che poco dopo migliora fino a diventare perfetta nei pressi della capitale.

La mattina scopriamo che gli attacchi posteriori del portapacchi si sono sganciati, e la carrozzeria del tetto in quel punto si è piegata. Smontiamo tutto, ma ci rendiamo presto conto di poter far poco senza attrezzi adatti. Lego il portapacchi con una cinghia alla parte inferiore dell’auto e ripartiamo dopo aver alleggerito il portapacchi mettendo le gomme in auto.

 

 

 

 

 

Asgabat- dopo km e km di deserto senza fine, paesaggio monotono e arido ecco che si apre l’oasi di Asgabat: viali alberati, aiuole verdi, le foto del Presidente nelle rotonde, edifici bianchissimi e altissimi e moderni in mezzo al niente, via via sempre più densi fino a diventare un contiuum ad Asgabat. Moschee d’oro e marmo bianco, fontane, alberi, ordine. Avvicinandoci alla città abbiamo la fortuna di scorgere in un pulmino la nostra guida, che in una Panda dei romani è riuscita di notte ad arrivare ad Asgabat senza fermarsi (guidando come pazzi), ci riconosce e ci fa cenno di seguire il pulmino. E’ una fortuna per noi, Asgabat non ha cartelli stradali e ci saremmo sicuramente persi. Arriviamo stanchi, affamati e puzzolenti al lussuoso albergo dove stanno i romani della prima Panda e gli Svedesi. Più tardi ci hanno spiegato che li abbiamo persi perchè sono stati fermati 5 volte dalla polizia, e che sono arrivati poco prima di noi all’albergo. In Turkmenistan i cellulari non funzionano, è davvero facile perdere i contatti con tutti ed è impossibile ritrovarsi se ciò avviene. La nostra giornata da questo punto è dedicata per intero o quasi alla registrazione della nostra presenza nel Turkmenistan. Un pulmino ci porta in giro per Asgabat, prima alla banca, poi all’agenzia dove ci registrano. Dai finestrini una città assurda si para davanti a noi, palazzoni bianchi e soli bianchi, vetri a speccio, moschee dorate e bianche, verde e ordine, il faccione del presidente. Traffico ordinato, una città estesissima e poco densa, tra un palazzo e un altro c’è qualche centinaio di metri di verde, un pò come il prototipo di città ideale di inizio secolo. Al nostro ritorno in albergo ci attende un grosso fuoristrada che ci accompagnerà verso il cratere di Dravaza, le porte degli inferi, un enorme buco dal diametro di 50 metri in mezzo al deserto in fiamme da oltre 40 anni a causa di un errore di trivellazione dei Russi.

Dravaza Crater-Il cratere si trova a metà strada tra Asbagat e il confine a nord con l’Uzbekistan. Partiamo nel tardo pomeriggio e imbocchiamo la strada, per fotuna in buone condizioni, che attraversa il bellissimo deserto del Karakum, con dune, dromedari e pianticelle basse. Arriviamo presso il piccolo villaggio di Dravaza dove ceniamo con uno spiedino di carne alla brace, e ci iniziamo ad allontanare dalla strada principale, rimanendo insabbiati ogni tanto. La guida nel gippone sembra non avere la pazienza di aspettare che le nostre piccole auto escano dalle trappole di sabbia che ci aiuta poco ad evitare. Ci fermiamo finalmente in un largo spiazzo, e siamo raggiunti da un team Norvegese su una Daewoo Matiz blu, e si uniscono a noi. In pochi sapevano che il cratere fosse irraggiungibile con un auto normale, in molti non lo hanno nemmeno trovato. E’ a 30 km di puro deserto e sabbia dalla strada principale, ci arriviamo a bordo di questo enorme mostro che quasi senza fatica trasporta 12 persone in fuoristrada a 50-60 kmh. Ormai è notte, ma nel buio del deserto una luce rossa appare all’orizzonte. Ci avviciniamo finchè la strada si apre davanti a questa enorme buca nel deserto fiammeggiante. E’ una visione incredibile e pazzesca, il fuoco che brucia i gas che escono copiosi dal sottosuolo, resiste da quasi 50 anni a ogni tentativo di estinguerlo e rendendo impossibile l’estrazione del petrolio da uno dei più grandi bacini non utilizzati del mondo. Il calore è pazzesco, restiamo tutti estasiati e stupiti da questa bocca infernale, ogni anno più grande a causa del cedimento delle pareti esterne. Intorno a noi il deserto è scuro, non c’è assolutamente niente per km e km, siamo noi, soli e il cratere che brucia così forte che pare possa scoppiare da un momento a un altro. Non so quanto siamo stati lì, all’iniziale stupore è arrivata l’euforia per essere arrivati sani e salvi fino a questo momento, nonostante i documenti mancanti e la paura di non essere ammessi al confine. Il cratere è stato tutto questo, una conquista, una storia da raccontare, un traguardo raggiunto, una delle cose più spettacolari che abbia mai visto. Il gippone ci riporta vicino alle nostre auto, montiamo le tende e dormiamo di sasso. La mattina successiva ripartiamo verso il confine nord, purtroppo le strade peggiorano e una delle Panda (quella bianca) si ferma. Mi improvviso meccanico e facendo un pò di prove capisco che il problema sta nel fatto che non arriva più benzina al motore. Rimuovendo il filtro dell’aria ne ho messa un pò della mia dalla tanica e il motore riparte, per poi fermarsi una volta che l’ha “bevuta” tutta. Smontiamo allora il coperchio del serbatoio e troviamo il tappo dove c’è la pompa della benzina. 9 anni di vita lo hanno praticamente saldato al serbatoio di plastica, e servirà l’intervento di 2 meccanici locali per svitarlo. I ragazzi romani hanno una pompa di riserva, ma l’auto non ne vuole sapere di partire. Capiamo allora, collegando la pompa direttamente alla batteria che non è quello il problema, ma che proprio non arriva corrente alla pompa. Trainiamo la Panda bianca un centinaio di km più avanti dove ci aspetta un meccanico con attrezzi più adatti a riparare problemi elettrici. Dopo qualche ora la pompa riceve di nuovo corrente e possiamo ripartire. Le strade peggiorano, la comitiva si scoglie e rimaniamo soli. Seguiamo la strada fino a un villaggio nel Turkmenistan del nord dove girano un sacco di Daewoo Matiz targate svizzera, probabilmente è qui che vengono portate queste auto rottamate. Non abbiamo molto tempo per fermarci, chiediamo indicazioni. Strade sterrate e prive di cartelli rallentano molto la nostra andatura, solo verso le 18:30 riusciamo ad arrivare alla frotiera -chiusa- davanti ai cancelli della quale un centinaio di persone appiedate sta campeggiando in attesa dell’apertura della mattina seguente. Chiediamo alle guardie dove poter dormire, un pò preoccupati perchè rimasti soli e senza guida, senza neanche sapere se gli altri sono riusciti a entrare almeno nella terra di nessuno o no. Troviamo l’hotel lungo la strada, e poco dopo siamo raggiunti dalle Panda dei romani. Ritroviamo la guida e ci rilassiamo un pò. La sistemazione per la notte è molto approssimativa, ci danno una stanza senza letti dove stare in 12 per terra, la stessa stanza dove ci hanno servito da mangiare. Un bagno per tutti e una doccia. Per me sarà la prima doccia dopo Istanbul. Questo albergo in realtà è un posto dove si organizzano le feste per i matrimoni, tutto in stile orientale moderno, ovvero vagamente tamarro e posticcio. Luci colorate di dubbio gusto, musica orrenda, drappi colorati a nascondere crepe nei muri e mattonelle mancanti. Ripartiamo senza colazione la mattina seguente diretti verso la frontiera. L’uscita dal Turkmenistan è stata rapida e indolore, solo un’oretta tra un ufficio e un altro. Salutiamo Aziz, la nosta guida, e ci dirigiamo verso la frontiera Uzbeka. Dopo pochi e superficiali controlli siamo dentro.

Uzbekistan
Se credevamo di aver visto brutte strade in Turkmenistan è perchè non eravamo stati ancora in Uzbekistan. Come spesso accade si viene accolti piuttosto bene, poi improvvisamente la condizione peggiora fino a livelli inimmaginabili. Ci separiamo dai romani per dirigersi direttamente verso Samarcanda: le strade sulle mappe sono segnate come importanti e crediamo di arrivare in qualche ora. Procediamo senza particolari intoppi fino a Nukus, per strada come in Turkmenistan siamo salutati dagli altri automobilisti che ci chiedono da dove veniamo e sorridono. Siamo rimasti davvero stupiti dalla gentilezza delle persone in questi strani paesi. Da Nukus in poi inizia l’incubo. Un vecchietto con la sua auto ci scorta fino alla statale, altrimenti introvabile, e inizia un enorme cantiere stradale lungo 200km. La strada è stata demolita, ne è stata costruita una nuova di zecca che corre parallela, ma è bloccata da barriere in terra e cemento in attesa di non si sa cosa. Quindi auto, tir, camion e noi siamo costretti a guidare sulla strada demolita, con buche, voragini, sterrati per km e km, ore e ore di martellamento continuo a velocità ridottissima. I camionisti ci suonano e ci salutano divertiti, chissà cosa avranno pensato. Troviamo diverse auto in panne, tanti intenti a sostituire pneumatici forati, procediamo come un fantasma quasi a passo d’uomo e scorrono intorno a noi tutti questi personaggi: Tir stracarichi, camion antichissimi, intere famiglie a bordo di auto velocissime, buche, polvere. Intorno a noi il deserto. Nessuna pompa di benzina, niente acqua, solo tanta polvere, tanto sole e tante buche. A un certo punto, dopo ore di strada che non accennano a migliorare, ma che anzi peggiorano di km in km decidiamo di tentare a salire sul tratto di strada nuova, sfruttando una deviazione sterrata quasi migliore della strada. Riusciamo a fare qualche km in pace, fino a che dei blocchi di cemento non interrompono il nostro cammino. A quel punto possiamo tornare indietro sconfitti, oppure tentare la sorte facendo un pò di sterrato e aggirare l’ostacolo. Ci gettiamo nella sabbia e ci si para davanti una salita incredibile di sabbia e terra, unica via possibile per recuperare la strada “buona”. Ci armiamo di coraggio e lanciamo la nostra Seicento alla conquista di questo enorme dislivello. L’auto senza problemi conquista la cima e guadagna un altro pò di strada buona! Euforici ci fermiamo un attimo a festeggiare, ed ecco che un grosso camion scollina il dislivello, e gli autisti strabuzzano gli occhi increduli che un auto così piccola, la più piccola che abbiano visto per strada, sia riuscita a fare quel tratto di strada indenne. Seguiamo questo camion che pare conoscere bene il percorso, scegliendo le parti meno complicate. Alla fine del tratto di strada osceno, si fermano a fare due chiacchiere con noi rassicurandoci che da quel punto fino a Bukhara la strada è nuova di zecca. Ripartiamo fiduciosi, felici di poter volare a 120 all’ora nell’autostrada nuova di zecca in Uzbekistan, facciamo in un ora la stessa distanza che ci era costata 5 ore di guida spaventosamente difficile. Ovviamente la strada nuova a un certo punto, troppo presto, finisce regalandoci all’imbrunire le stesse strade pessime in stile Turkmenistan. Meglio non guidare di buio, ci fermiamo in una piazzola nel deserto, montiamo la tenda e dormiamo.

Bukhara- In mattinata riusciamo a raggiungere Bukhara, ci vuole un paio d’ore per trovare la città vecchia nel groviglio di strade polverose e dissestate della parte nuova, piena di meccanici, elettrauto, concessionari e (incredibile in mezzo al deserto) falegnamerie. Troviamo la parte protetta dall’Unesco senza cartelli e decisamente poco protetta. Quello che una volta era la scuola islamica, con manoscritti e moschee è oggi un bellissimo edificio del 1300 mai restaurato ma quasi in buono stato. La porta è aperta in uno dei due edifici gemelli, entriamo e non c’è anima viva, solo un ufficio governativo. Pare che l’interno della moschea sia il magazzino privato di qualcuno, tutte le porte (originali) sono chiuse. L’edificio di fronte, gemello, ha il portone chiuso, ma per pochi dollari una specie di custode ci accompagna dentro. Incredibile ciò che abbiamo visto, sembrava un cantiere di restauro ma senza cantiere, ovvero era tutto per aria e disordinato e lasciato a se stesso. Vecchi voltantini impolverati a terra, un plastico polveroso e questa guida improvvisata che ci dice in che stanza ci troviamo. Ci consente di salire sul tetto della moschea prima di allontanarsi al telefono. In poche parole rimaniamo soli, turisti illegali dentro un monumento chiuso, con l’auto là fuori non proprio al sicuro. Non appena ho realizzato questo mi sono fiondato verso l’uscita e mi si è gelato il sangue quando ho visto che il pesante portone era chiuso. Non a chiave, ma abbastanza chiuso da non essere facile aprirlo da dentro. Allora sfilo un tondino di ferro che teneva fermo uno dei battenti e faccio leva su quel legno così antico, per fortuna senza danneggiarlo, e riesco ad aprire il portone. Fuori nessun segno della guida, non c’è nessuno. Convinto di aver fatto molto bene a uscire da quel luogo bellissimo e abbandonato, torno alla macchina. In quel momento siamo raggiunti dalla Panda del TeaMujin che venivano dall’Iran e che erano ospitati a casa di una ragazza del luogo. Ci scambiamo i numeri e ci separiamo. Ci fermiamo a mangiare davanti alla fortezza di Bukhara, chiusa per restauro, e ripartiamo verso Samarcanda. Per fortuna c’è una specie di autostrada tra le due città, anche se è frequente trovare pedoni che attraversano, ciclisti e auto contromano. Arriviamo a Samarcanda in un paio di ore, e anche qui siamo inghiottiti dal caos delle strade dissestate piene di buche senza cartelli. Cerchiamo uno dei B&B consigliati dalla guida, ma non riusciamo a seguire le indicazioni della mappa da quanto contorte sono le strade. Persino la gente del posto non sa trovare casa propria dalla mappa. Dopo poco troviamo un team Svizzero su una Panda e una famiglia americana su una Opel Corsa (Vauxall) con targa inglese. Insieme ci perdiamo per un paio di ore tra i vicoli di Samarcanda, letteralmente assaliti dai bambini incuriositi dalle nostre auto. Scoprirò più tardi che il comune di Samarcanda ha cinto con delle mura l’area residenziale tradizionale di Samarcanda consentendo il traffico solo nelle principali arterie costruite nei tempi della dominazione Sovietica. Solo che tutti gli hotel sono dentro la città vecchia. Dopo esserci persi di vista, e rimasti soli ancora una volta, ritroviamo gli svizzeri davanti al B&B che stavamo cercando, che è pieno. Ci indirizzano allora verso un altro a poca distanza dove troviamo una stanza doppia con internet,bagno funzionante e colazione abbondante a 25$ per notte (in due). Accettiamo, mettiamo l’auto in garage e ci rilassiamo un attimo.

Sono costetto a fermarmi qui, siamo in partenza verso il Kyrgizstan. Abbiamo deciso di non attraversare il Tajikistan a causa degli scontri che sono avvenuti nei giorni scorsi, quindi il team “we go of nothing” non farà la mitica Pamir Highway. Ho scritto tutto questo in poche ore, non posso accedere al sito perchè in Uzbekistan Worpress sembra essere bloccato, quindi vorrei ringraziare Elisabetta che lo aggiornerà per me aggiungendo le foto che sono riuscito a mandare. Vorrei ricordare a tutti che con connessioni così lente il lavoro sulle immagini è il più complicato, al nostro ritorno le metteremo tutte, e faremo il montaggio delle ore di video che abbiamo ripreso. Un saluto a tutti, davvero non so quando potrò aggiornare, forse dal Kazakistan.

Per vedere dove si trovano in questo momento Samuele, Andreas e gli altri team sulla mappa cliccate qui:

http://www.theadventurists.com/the-adventures/mongol-rally/edition/summer-2012

Su La Nazione del giorno 25-07-2012

Rally sulla via della Seta per due studenti fiorentini

Sono partiti il 14 luglio per il Mongol Rally

L’iniziativa è a scopo benefico e vede il team ‘we go of nothing’, si va di nulla, attraversare 15 stati e 3 deserti in direzione Mongolia

Al via il Mongol Rally del team ‘We go of nothing’
Pronti per la partenza (Foto di Germogli)

Firenze, 25 luglio 2012- Due studenti universitari fiorentini, Samuele Magonio e Andreas Themelis, sono partiti da Firenze (sede Brandini Auto) il 14 luglio e, tre giorni dopo, a Praga ha avuto inizio il ‘Mongol Rally’, giunto quest’anno all’ottava edizione.

A dispetto del nome questo rally non è una gara, ma una corsa non competitiva prettamente a scopo benefico: ognuna delle oltre 300 squadre iscritte raccoglierà infatti non meno di euro 1200 e donerà l’automobile in beneficenza.

Le regole sono semplici: è possibile partecipare con un’auto non più vecchia di 9 anni e con un motore non più grande di 1200cc.

La durata del viaggio non dovrà superare le 6 settimane; non è previsto alcun tipo di assistenza e non c’è un percorso prestabilito.

Samuele e Andreas hanno deciso di seguire l’antica ‘Via della Seta’ attraversando Turchia, Georgia, Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kyrgizstan, Tajikistan, Kazakistan, Russia e Mongolia.

We go of nothing’, questo il nome del team, è la traduzione letterale maccheronica del detto fiorentino “si va di nulla”.

La loro auto, una Fiat Seicento del 2003, li porterà a destinazione attraverso 15 stati e 3 deserti, portando con sé i simboli degli enti patrocinanti di Comune di Firenze, Aci Firenze e La Nazione.

di Francesco Querusti

Fonte: http://www.lanazione.it/firenze/curiosita/2012/07/25/749244-direzione-mongolia-per-due-rallisti-fiorentini.shtml